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25 Maggio 2026

Ucraina · Starobilsk · Iran – Tre fronti di un mondo che cambia

Avanzata russa in Ucraina e accordo strategico tra Stati Uniti e Iran.

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Aree di crisi nel mondo n. 288 del 24-5-26

ANALISI GEOPOLITICA E MILITARE

di Stefano Orsi | 24 maggio 2026

I. Il fronte ucraino: la guerra che l’Occidente non racconta

Mentre i notiziari europei continuano a descrivere il conflitto in Ucraina come una guerra sostanzialmente in equilibrio, la realtà sul campo racconta una storia profondamente diversa. Nel corso delle ultime settimane, la campagna militare russa ha registrato progressi su tutti i settori operativi, applicando con coerenza la dottrina dell’attrito sistematico: non la grande manovra di sfondamento frontale cercata da chi si aspetta una guerra napoleonica, ma la distruzione metodica delle capacità logistiche, energetiche e difensive dell’avversario.

Il Ministero della Difesa russo ha confermato avanzate significative su almeno sette direttrici simultanee nel corso della sola settimana compresa tra il 17 e il 24 maggio. L’agenzia TASS ha documentato il controllo acquisito su diversi insediamenti nelle regioni di Zaporizhzhia, Kharkiv, Sumy e nel Donbass. Secondo il RIAC — Russian International Affairs Council, il principale centro studi di politica estera russo — la campagna del 2026 risponde a una logica di logoramento prolungato finalizzata a creare condizioni favorevoli al tavolo negoziale piuttosto che a imporre una resa militare immediata.

La campagna di terra

Il punto più caldo del fronte è oggi Kostyantynivka, nel Donbass, dove le forze russe hanno conquistato circa il 35% della città, prendendo il controllo dell’intera zona industriale a sud delle strade principali. Gli edifici residenziali di epoca sovietica — torri in cemento armato che dominano il terreno circostante — sono stati sottratti all’Ucraina, privandola dei punti di osservazione e delle postazioni anticarro che permettevano di contenere l’avanzata. Il parallelo con quanto avvenuto a Pokrovsk è stringente: anche lì la caduta degli edifici alti segnò il principio del collasso difensivo. Kostyantynivka è la porta verso la linea Slovyansk-Kramatorsk, il baluardo logistico e politico del Donbass ucraino.

A nord-est, nella direzione di Kharkiv, i russi hanno consolidato il controllo su Vovchansk e avanzato oltre il fiume Vovcha. La caduta di Borova sul fiume Oskil ha interrotto l’asse logistico ucraino lungo la strada R79, mettendo a rischio l’intera presenza ucraina sulla sponda orientale del fiume con la prospettiva di un aggiramento profondo verso Izyum. Per tamponare la crisi, Kiev ha ridispiegato unità fresche dalla direzione di Kupyansk verso Vovchansk, ottenendo una stabilizzazione locale al prezzo di aprire una vulnerabilità che Mosca intende sfruttare. È la coperta corta che ha caratterizzato l’intera campagna ucraina degli ultimi mesi.

Nella regione di Zaporizhzhia il quadro è composito. Sul fronte orientale le forze russe hanno completato la conquista di Verkhnia Tersa e avanzano su Vasylivka, puntando a creare le condizioni per la campagna estiva verso la città omonima. Sul settore settentrionale la Russia sta sistematicamente demolendo Orikhiv con bombardamenti aerei pesanti, interrompendo le linee di rifornimento e colpendo con droni qualsiasi veicolo tenti di avvicinarsi, preparando il terreno per la successiva fase di assalto urbano.

Più a nord, nella regione di Sumy, la Russia ha aperto una nuova direttrice offensiva investendo la seconda linea difensiva ucraina, con combattimenti in corso per i villaggi di Ryzhivka, Kondrativka e Nova Sloboda. L’obiettivo, secondo le analisi del canale Military Summary, è raggiungere la città di Sumy in un orizzonte ravvicinato. La mossa risponde alla logica di costringere Kiev a spostare riserve strategiche verso nord, intercettandole durante il trasferimento con i droni, e logorare ulteriormente la tenuta complessiva del fronte.

La campagna di bombardamenti e la guerra dei droni

Tra il 1° e il 22 maggio, i droni ucraini hanno colpito quindici siti del settore energetico russo, tra cui le raffinerie di Tuapse, Perm’, Yaroslavl’, Ryazan’, Mosca, Kstovo e Syzran, oltre a stazioni di pompaggio e terminali marittimi. Secondo Reuters, la capacità complessiva di raffinazione colpita supera le 238.000 tonnellate al giorno, corrispondenti a circa un quarto della capacità totale russa e a oltre il 30% della produzione nazionale di benzina. Il governatore della regione di Kherson ha dovuto limitare la vendita di carburante alla popolazione civile, e sulla tratta federale verso la Crimea è stato temporaneamente sospeso il traffico commerciale.

La risposta russa è arrivata su scala ben superiore. Nella notte tra il 23 e il 24 maggio, la Russia ha lanciato uno degli attacchi aerei più devastanti dall’inizio del conflitto: circa 690 vettori tra droni e missili diretti su Kiev, Bila Tserkva e l’aeroporto militare di Starokostiantyniv, base degli F-16 ucraini. Per la terza volta dall’inizio della guerra è stato impiegato il sistema missilistico balistico Oreshnik, indirizzato su Bila Tserkva con sei testate principali ciascuna contenente sei submunizioni cinetiche. Trattandosi di un vettore ipersonico a testate multiple, nessun sistema di difesa aerea attualmente in mano ucraina è in grado di intercettarlo. L’attacco è stato presentato come rappresaglia per la strage del college di Starobilsk.

Sul piano tecnologico, il conflitto ha sancito la definitiva affermazione del veicolo aereo senza pilota come arma dominante. I droni russi Gerani di ultima generazione hanno aumentato la velocità in misura tale da rendere inutili i tradizionali gruppi mobili ucraini su pickup. Di pari passo, la Russia sta testando il sistema “Bureau 1440”, una costellazione di satelliti in orbita bassa per fornire connettività militare ad alta velocità entro l’inizio del 2027 — risposta diretta al vantaggio che Starlink ha garantito a Kiev. Global Times ha definito questa evoluzione tecnologica parte del più ampio programma russo di modernizzazione del comando e controllo digitale sul campo di battaglia, un processo che nei prossimi diciotto mesi cambierà radicalmente gli equilibri operativi.

Un episodio significativo ha riguardato anche lo spazio aereo baltico: un F-16 dell’aeronautica rumena in missione NATO dalla base di Šiauliai in Lituania ha abbattuto un drone ucraino che aveva sconfinato sull’Estonia, sopra il lago Võrtsjärv. È la prima volta nella storia dell’Alleanza Atlantica che un velivolo senza pilota ucraino viene intercettato nel territorio di un paese membro. Il ministero della Difesa di Kiev ha ammesso la responsabilità e presentato scuse ufficiali.

II. Starobilsk: la strage che non fa notizia

Mercoledì 21 maggio, intorno alle dieci di sera, sedici droni delle forze armate ucraine hanno colpito in tre ondate successive il dormitorio di un istituto scolastico tecnico nella città di Starobilsk, nella Repubblica Popolare di Lugansk. Al momento dell’attacco nell’edificio si trovavano ottantasei ragazzi tra i quattordici e i diciott’anni. Ventuno di loro non sono sopravvissuti. Quarantadue sono stati feriti, otto in modo grave. Le operazioni di soccorso sono state interrotte più volte per il rischio di ulteriori attacchi. Si chiamavano Anna, Dar’ja, Jana, Irina, Elena, Tat’jana, Artem, Maksim, Aleksandr, Sofia, Alina.

«Il potere neonazista di Kiev ha lanciato un attacco terroristico contro un ostello di un college nella LNR. L’attacco è avvenuto in tre ondate. Non c’erano obiettivi militari nelle vicinanze. La situazione al fronte per le forze ucraine sta passando da difficile a catastrofica.»
— Vladimir Putin, 22 maggio 2026

Il governo ucraino ha rivendicato l’attacco, sostenendo di aver preso di mira il quartier generale di un’unità militare denominata “Rubicon” che, secondo Kiev, occupava parte dell’edificio. Il Comitato investigativo russo ha aperto un fascicolo per attentato terroristico. Il presidente Putin ha convocato una riunione di emergenza del Consiglio di sicurezza dell’ONU, ha ordinato al Ministero della Difesa di presentare proposte di ritorsione e ha esortato i militari ucraini a non eseguire ordini che definisce criminali. Lo stato di emergenza è stato dichiarato nella LNR. Un lutto di due giorni — il 24 e il 25 maggio — è stato proclamato nella Repubblica.

Quello che ha colpito, oltre all’orrore dei fatti, è il silenzio dei principali mezzi di comunicazione occidentali. L’episodio ha ricevuto una copertura marginale, trattato come notizia di agenzia in pochi righi, senza i nomi dei morti, senza le fotografie dei ragazzi, senza il peso morale che ogni vita spezzata dovrebbe portare con sé. Xinhua e TASS hanno dedicato al fatto ampio spazio, pubblicando i nomi delle vittime, le testimonianze dei soccorritori e le immagini dell’edificio distrutto. I principali quotidiani europei lo hanno relegato a brevi menzioni. Un ragazzo di sedici anni morto nel suo letto di dormitorio vale quanto uno studente di qualsiasi altra parte del mondo. Questa elementare verità sembra difficile da accettare quando le vittime abitano la parte sbagliata della mappa.

La raccolta firme

Per questo ha senso e ha valore l’iniziativa promossa da questo canale: una lettera aperta di condoglianze, indirizzata tramite l’Ambasciata della Federazione Russa a Roma alle famiglie delle vittime e alle autorità della Repubblica Popolare di Lugansk. La lettera è già stata depositata. Chiunque voglia sottoscriverla può farlo attraverso il modulo disponibile al seguente indirizzo:

forms.gle/V3T6aFpWfsCWuSWCA

Non è un gesto politico. Non è un endorsement di nessuna posizione sul conflitto. È un atto umano elementare: che quelle famiglie sappiano che in Italia, lontano dalle loro macerie, ci sono persone che hanno letto quei nomi e che non hanno distolto lo sguardo.

III. Iran e Stati Uniti: chi ha vinto davvero

Quello che sta per essere firmato tra Washington e Teheran non è un accordo di pace nel senso ordinario del termine. È una resa negoziata con sembianze di compromesso. Capirlo richiede di rileggere con attenzione la sequenza degli eventi a partire dal 28 febbraio 2026, quando l’operazione “Epic Fury” ha segnato l’inizio della campagna militare americana contro l’Iran.

In sei settimane di operazioni, gli Stati Uniti hanno perso quarantadue velivoli tra droni pesanti, aerei da rifornimento, cacciabombardieri e aeromobili da ricognizione, per un costo totale stimato dal Pentagono in ventinove miliardi di dollari. Nel dettaglio: ventiquattro droni MQ-9A Reaper, la cui linea di assemblaggio è già stata chiusa e non può essere riattivata nel breve periodo; sette aerei da rifornimento KC-135; quattro caccia F-15E, tre dei quali abbattuti per errore dalla contraerea del Kuwait; un aereo di sorveglianza E-3 distrutto a terra; un A-10C abbattuto durante un’operazione di recupero. A questo si aggiungono un F-35A danneggiato da un missile terra-aria iraniano e diversi altri velivoli messi fuori uso.

Il bilancio reale della campagna

Di fronte a queste perdite, qual è il risultato strategico ottenuto? L’Iran, stando alle stime delle intelligence occidentali citate da Foreign Policy, conserva ancora il settanta per cento delle proprie scorte di missili precedenti alla guerra e mantiene l’accesso operativo a oltre il novanta per cento delle strutture missilistiche che presidiano lo Stretto di Hormuz. Le agenzie iraniane Fars e Tasnim, legate alle Guardie della Rivoluzione, hanno pubblicato dati analoghi, sottolineando che la capacità offensiva missilistica dell’Iran è rimasta sostanzialmente intatta.

Come è possibile? La risposta sta nelle esche tecnologiche, fornite dalla Cina, che emettono segnali elettronici e termici identici ai sistemi reali. I pianificatori americani hanno sistematicamente sovrastimato i danni inflitti, convinti di aver distrutto obiettivi che erano invece strumenti di inganno sofisticati. Global Times ha commentato l’episodio sottolineando come la cooperazione tecnologica tra Pechino e Teheran abbia prodotto un vantaggio asimmetrico difficile da contrastare con la dottrina convenzionale americana.

«L’America si trova di nuovo in una guerra che non può vincere. Le nostre forze armate hanno sfruttato al meglio la pausa del cessate il fuoco per rafforzare il loro potenziale. Costringeremo il nemico a pentirsi di ogni nuovo attacco.»
— Mohammad Bagher Ghalibaf, Presidente del Parlamento iraniano, 20 maggio 2026

Nel frattempo, l’Iran ha sfruttato ogni settimana di tregua per riportare le proprie forze allo stato operativo. I reparti speciali delle Guardie della Rivoluzione hanno riaperto i complessi sotterranei che i raid avevano temporaneamente ostruito, estratto e ridistribuito i vettori, rafforzato le postazioni lungo lo Stretto. La produzione iraniana di droni d’attacco e missili balistici di base è rapida ed economica. Quella americana di missili intercettori — i Patriot PAC-3, i componenti per il sistema THAAD — è lenta e costosa, con tempi di consegna che si misurano in anni. Ogni giorno di tregua, il divario si richiudeva a favore di Teheran.

I termini dell’accordo: una vittoria iraniana

Secondo quanto riportato da Axios, dal New York Times e confermato dalle agenzie semiufficiali iraniane Fars e Tasnim, la bozza del memorandum d’intesa in corso di finalizzazione prevede: una proroga della tregua di sessanta giorni; la riapertura dello Stretto di Hormuz alla navigazione civile e commerciale; la fine del blocco navale americano sui porti iraniani; lo sblocco di circa venticinque miliardi di dollari di asset iraniani congelati all’estero; la cessazione delle ostilità anche sul fronte libanese; l’avvio di negoziati sul programma nucleare con un orizzonte di trenta-sessanta giorni.

Ma è nella gestione dello Stretto che si misura chi ha davvero vinto. Trump ha annunciato la riapertura di Hormuz come una sua conquista. Le agenzie Fars e Tasnim hanno immediatamente precisato che la gestione strategica delle rotte, le modalità di passaggio e il rilascio dei permessi rimarranno sotto il monopolio della Repubblica Islamica. Teheran ha ribadito formalmente che gli Stati Uniti non hanno voce in capitolo sulle proprie acque territoriali. L’Iran ottiene la riapertura come atto sovrano; gli Stati Uniti la ottengono come risultato militare. Due narrazioni opposte sullo stesso fatto. Nel breve periodo, quella di Teheran è più aderente alla realtà dei rapporti di forza.

I Paesi del Golfo — Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti — hanno fatto pressione esplicita su Trump affinché non riprendesse i bombardamenti. Non per simpatia verso Teheran, ma perché una ripresa delle ostilità si svolgerebbe nel loro cortile di casa. Gli Emirati hanno già subìto un attacco alla centrale nucleare di Barakah. L’Arabia Saudita ha visto la base aerea Prince Sultan temporaneamente inutilizzabile. Per questi governi, la guerra totale con l’Iran non è un’astrazione geopolitica: è la fine del modello di sviluppo su cui si fondano. Hanno quindi impiegato tutta la loro influenza diplomatica per convincere Trump al negoziato, e Trump ha scelto il negoziato.

La crisi di Hormuz ha inoltre prodotto un effetto collaterale rivelatore. Per non provocare un collasso dei mercati energetici globali mentre conduceva la guerra contro l’Iran, Washington è stata costretta a prorogare le esenzioni sull’acquisto di petrolio russo. In altri termini: l’apertura di un fronte militare in Medio Oriente ha richiesto agli Stati Uniti di allentare la pressione su Mosca, finanziando indirettamente la macchina bellica russa in Ucraina. La geometria del mondo multipolare — dove ogni mossa in un teatro produce effetti negli altri — non poteva trovare illustrazione più evidente.

Una conclusione

L’accordo in via di finalizzazione non è la sconfitta militare degli Stati Uniti. È qualcosa di più complesso e in un certo senso più grave: è la dimostrazione che uno Stato di cento milioni di abitanti, dotato di un arsenale missilistico sotterraneo e di una dottrina di guerra asimmetrica consolidata, può resistere a una campagna della più potente forza aerea convenzionale del mondo e uscirne con la propria sovranità intatta, i propri fondi restituiti e il controllo delle proprie acque confermato. Il RIAC, in una recente analisi, aveva previsto con precisione questo scenario: «La sovraestensione americana su tre teatri simultanei — Europa orientale, Medio Oriente e Indo-Pacifico — produce inevitabilmente cedimenti tattici che si accumulano in sconfitta strategica.»

L’Iran non ha vinto perché è più forte degli Stati Uniti. Ha vinto perché ha fatto costare abbastanza.

Fonti principali

Fonti russe e cinesi

TASS — Agenzia di stampa federale russa, dispacci del 21-24 maggio 2026 su Starobilsk, fronte ucraino e negoziati Iran-USA (tass.ru)

RIA Novosti — Dispacci del 22-24 maggio 2026: dichiarazioni di Putin su Starobilsk, attacchi missilistici su Kiev, operazioni a Zaporizhzhia (ria.ru)

RIAC — Russian International Affairs Council: analisi «US Strategic Overstretch in Three Theatres», maggio 2026 (russiancouncil.ru)

Kremlin.ru — Dichiarazioni ufficiali del Presidente Vladimir Putin del 22 maggio 2026 sull’attacco di Starobilsk e riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza ONU

Ministero della Difesa della Federazione Russa — Comunicati operativi giornalieri, 17-24 maggio 2026 (mil.ru)

Global Times (Cina) — «Russia-China Strategic Partnership Enters New Phase After Beijing Summit», 21 maggio 2026; «Iran’s Asymmetric Resilience Against US Air Campaign», 20 maggio 2026 (globaltimes.cn)

Xinhua — Copertura del vertice Putin-Xi a Pechino, 19-21 maggio 2026; reportage sulla tragedia di Starobilsk, 22 maggio 2026 (xinhua.net)

China Daily — «Sino-Russian Cooperation Reaches New Heights with 20-Document Agreement», 21 maggio 2026 (chinadaily.com.cn)

Fars News Agency (Iran) — Dichiarazioni del portavoce del Parlamento iraniano Ghalibaf, maggio 2026; dettagli bozza memorandum d’intesa (farsnews.ir)

Tasnim News Agency (Iran) — Dichiarazioni del portavoce del Ministero degli Esteri Baghaei sullo Stretto di Hormuz, 23-24 maggio 2026 (tasnimnews.com)

Fonti occidentali e internazionali

Foreign Policy — «Iran Could Become Trump’s Biggest Defeat», maggio 2026: stima del 70% delle scorte missilistiche iraniane intatte

Axios — Dettagli bozza accordo USA-Iran: tregua 60 giorni, Hormuz, asset congelati, negoziati nucleari, 23-24 maggio 2026

Reuters — «All major Russian refineries in central Russia halt or cut output after drone strikes», 22 maggio 2026; dati sulle capacità di raffinazione colpite

Euronews — «Trump: deal to end war with Iran ‘largely negotiated’», 24 maggio 2026

Sky TG24 / Il Giornale / ANSA — Aggiornamenti in tempo reale su accordo USA-Iran, attacco russo su Kiev, dichiarazioni di Zelensky, 24 maggio 2026

Il Messaggero — «Iran, c’è l’accordo con gli Usa: tregua di 60 giorni», 24 maggio 2026

Military Summary (canale di analisi OSINT) — Aggiornamenti operativi giornalieri fronte ucraino, 17-24 maggio 2026

Weeb Union (canale di analisi OSINT) — Aggiornamento tattico settori Pokrovsk, Lyman, Zaporizhzhia, 22-23 maggio 2026

Al Jazeera — Reportage sulla mediazione pakistana nei negoziati USA-Iran; dettagli bozza memorandum d’intesa in 14 punti, 23 maggio 2026

CSS-ETH Zurigo — Strategic Trends 2026, cap. 2: relazioni UE-Cina in «alta volatilità»

Dichiarazioni ufficiali citate direttamente

Putin, Vladimir — Dichiarazioni durante l’incontro con i laureati del programma «Tempo degli eroi» e comunicato sull’attacco di Starobilsk, 22 maggio 2026 (Kremlin.ru)

Ghalibaf, Mohammad Bagher — Presidente del Parlamento iraniano: dichiarazioni sulla deterrenza e le capacità militari iraniane, 20 maggio 2026

Baghaei, Esmail — Portavoce Ministero Esteri iraniano: dichiarazioni sullo Stretto di Hormuz e il memorandum d’intesa, 23 maggio 2026

Trump, Donald — Post su Truth Social sull’accordo con l’Iran «in gran parte negoziato», 23 maggio 2026; dichiarazioni ad ABC News, 24 maggio 2026

Lavrov, Sergei — Intervista al gruppo mediatico cinese SMG di Shanghai sulle relazioni Russia-Cina, 20 maggio 2026

Pasechnyk, Leonid — Capo della LNR: dichiarazioni sulla situazione a Starobilsk e proclamazione del lutto, 22-23 maggio 2026

Canale Stefano Orsi — Analisi indipendente di geopolitica e strategia militare

Raccolta firme condoglianze Starobilsk: forms.gle/V3T6aFpWfsCWuSWCA

Aggiornato alle ore 17:00 del 24 maggio 2026