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21 Giugno 2026

Ustica, la guerra invisibile del Tirreno

Quarant’anni di depistaggi, perizie e verità incompiute

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Di Pierdomenico Corte Ruggiero

Alle 20:08 del 27 giugno 1980 il DC-9 Itavia IH870 decolla da Bologna diretto a Palermo.

A bordo ci sono 81 persone. Il comandante è Domenico Gatti, il primo ufficiale Enzo Fontana. Il volo procede regolarmente lungo l’aerovia Ambra 13, una delle principali rotte che attraversano il Tirreno.

Alle 20:59 e 45 secondi il segnale radar scompare improvvisamente.

Nessun “Mayday”.

Nessuna comunicazione di emergenza.

Nessun tentativo di atterraggio.

Soltanto silenzio.

Pochi minuti dopo è chiaro che il DC-9 è precipitato nel mare tra Ponza e Ustica.

Muoiono tutti.

Da quel momento la ricerca della verità si trasforma in una delle vicende più oscure della Repubblica italiana. Per oltre quarant’anni commissioni d’inchiesta, magistrati, consulenti militari e governi stranieri si confronteranno su una domanda apparentemente semplice:

Che cosa distrusse il volo IH870?

Le ipotesi sono tre:

una bomba collocata a bordo;

un cedimento strutturale dell’aereo;

un missile o un’esplosione esterna nel contesto di un’operazione militare.

Per comprendere perché il caso sia ancora controverso è necessario entrare nei dettagli tecnici.

Uno dei principali problemi delle prime indagini fu l’assenza del relitto.

Il DC-9 giaceva a circa 3.700 metri di profondità.

Per anni gli investigatori lavorarono quasi esclusivamente su registrazioni radar, documentazione tecnica e frammenti recuperati sporadicamente.

Soltanto negli anni Novanta una complessa operazione di recupero consentì di riportare in superficie gran parte dell’aereo.

Il relitto venne ricomposto in un hangar militare.

Fu un passaggio fondamentale.

Per la prima volta gli specialisti poterono osservare la distribuzione dei danni, la deformazione delle lamiere e la sequenza di rottura della struttura.

Ma invece di chiarire definitivamente il mistero, il relitto finì per alimentare ulteriori contrasti tra esperti.

La teoria della bomba

Come avrebbe agito l’ordigno

Secondo questa ipotesi una carica esplosiva sarebbe stata collocata nella toilette posteriore del DC-9.

L’esplosione avrebbe provocato:

una decompressione improvvisa;

la rottura della fusoliera;

la perdita della stabilità aerodinamica;

la disintegrazione in volo.

L’evento sarebbe stato così rapido da impedire qualsiasi comunicazione dell’equipaggio.

Tecnicamente lo scenario è plausibile.

Un aeromobile di linea vola a circa 24.000-25.000 piedi in un ambiente fortemente pressurizzato. Una detonazione in un punto critico può generare un collasso strutturale in pochi secondi.

Gli argomenti a favore

Alcune perizie individuarono deformazioni metalliche interpretabili come effetto di una pressione sviluppatasi dall’interno verso l’esterno.

Inoltre l’improvvisa scomparsa del velivolo dai radar sembrava coerente con un evento esplosivo immediato.

Negli anni Ottanta diversi investigatori considerarono l’ipotesi terroristica la più probabile.

L’Italia stava vivendo gli anni della strategia della tensione e del terrorismo politico.

Un attentato contro un aereo civile non appariva impossibile.

Le obiezioni

Con il passare del tempo emersero però criticità importanti.

Le analisi chimiche non riuscirono a individuare residui di esplosivo tali da costituire una prova definitiva.

Ancora più importante fu l’esame metallografico.

Quando una bomba esplode all’interno di una fusoliera produce normalmente:

petalature caratteristiche delle lamiere;

microfratture radiali;

deformazioni concentrate attorno al punto di innesco.

Molti consulenti non trovarono tali elementi in misura sufficiente.

Anche la localizzazione precisa dell’ipotetico ordigno non fu mai dimostrata.

La teoria rimase quindi possibile ma non comprovata.

La teoria del cedimento strutturale

L’ipotesi più tecnica e meno sostenuta

Secondo questa ricostruzione il DC-9 sarebbe andato incontro a un guasto strutturale spontaneo.

La causa potrebbe essere stata:

fatica del metallo;

corrosione;

cedimento di una giunzione;

decompressione accidentale.

In aeronautica il fenomeno della “metal fatigue” è ben conosciuto.

Ogni decollo e ogni atterraggio sottopongono la fusoliera a enormi variazioni di pressione.

Con il tempo possono formarsi microfratture invisibili.

Perché alcuni la considerarono plausibile

Il DC-9 coinvolto nell’incidente non era nuovo.

Alcuni tecnici sostennero che un difetto preesistente avrebbe potuto innescare una rottura progressiva.

La disintegrazione successiva avrebbe prodotto una frammentazione compatibile con quella osservata sul relitto.

Perché oggi è considerata debole

Le obiezioni sono numerose.

Primo elemento.

L’equipaggio non segnalò alcuna anomalia.

Nei casi di cedimento progressivo spesso i piloti dispongono di secondi o minuti sufficienti per comunicare l’emergenza.

Secondo elemento.

Le analisi strutturali non individuarono un punto di origine chiaro della rottura.

Terzo elemento.

I dati radar mostrarono anomalie difficilmente compatibili con un semplice incidente meccanico.

Molti specialisti considerano oggi questa teoria residuale.

La pista del missile

L’ipotesi che ha cambiato le indagini

A partire dagli anni Novanta l’attenzione degli investigatori si spostò progressivamente verso uno scenario completamente diverso.

Il DC-9 potrebbe essere stato coinvolto in un’operazione militare segreta.

Non come bersaglio principale.

Ma come vittima collaterale.

Secondo questa teoria nei cieli del Tirreno quella sera erano presenti diversi aerei militari.

Uno di essi sarebbe stato inseguito o intercettato.

Durante l’operazione il DC-9 sarebbe finito sulla traiettoria di un missile.

La perizia Casarosa

Uno dei punti di svolta fu rappresentato dal lavoro del collegio peritale coordinato dall’ingegnere aeronautico Rosario Casarosa.

La perizia concluse che:

la distruzione era compatibile con una esplosione esterna;

non emergevano prove convincenti di una bomba interna;

l’aereo aveva subito un evento improvviso proveniente dall’esterno.

La conclusione non identificava formalmente il missile come unica causa possibile, ma rafforzava fortemente tale scenario.

I tracciati radar

Uno degli aspetti più controversi riguarda le registrazioni radar.

Gli investigatori analizzarono enormi quantità di dati provenienti da:

Marsala;

Licola;

Poggio Ballone;

centri radar NATO.

Secondo alcuni consulenti le registrazioni mostrerebbero tracce compatibili con la presenza di velivoli militari attorno al DC-9.

La teoria più nota è quella del cosiddetto “shadowing”.

Un caccia avrebbe volato vicino al velivolo civile utilizzandolo come copertura radar.

In termini militari la tecnica serve a rendere più difficile l’identificazione del velivolo inseguito.

Non tutti gli esperti concordano con questa interpretazione, ma essa ha avuto un ruolo centrale nell’evoluzione delle indagini.

Il MiG-23 ritrovato in Calabria

Il 18 luglio 1980 un caccia libico MiG-23 viene rinvenuto sulla Sila.

Ufficialmente il velivolo sarebbe precipitato per un incidente autonomo.

Tuttavia il ritrovamento alimenta immediatamente sospetti.

Perché un aereo militare libico si trovava nei cieli italiani?

Quando era realmente precipitato?

La morte del pilota era compatibile con la data ufficiale?

Per anni alcuni investigatori hanno ipotizzato che il MiG potesse essere collegato agli eventi del 27 giugno.

Non è mai emersa una prova definitiva di tale collegamento.

Ma il caso resta uno degli episodi più discussi dell’intera vicenda.

L’ordinanza del giudice Rosario Priore

Nel 1999 il giudice istruttore Rosario Priore conclude una delle più vaste indagini della storia giudiziaria italiana.

La sua ordinanza diventa un documento fondamentale.

Priore scrive una frase destinata a entrare nella memoria collettiva:

“Il DC-9 è stato abbattuto all’interno di un episodio di guerra aerea.”

Secondo la ricostruzione del magistrato, nei cieli del Tirreno era in corso una vera operazione militare.

Una battaglia non dichiarata.

Un confronto tra velivoli appartenenti a diverse forze armate.

L’aereo civile sarebbe stato coinvolto in tale scenario.

L’ordinanza non identifica però i responsabili materiali.

I depistaggi

Uno degli aspetti meno controversi dell’intera vicenda riguarda i depistaggi.

Nel corso delle indagini emersero:

registrazioni mancanti;

documenti incompleti;

tracciati radar alterati o scomparsi;

testimonianze contraddittorie.

Diversi ufficiali dell’Aeronautica Militare vennero processati per reati connessi alle attività di ostacolo alle indagini.

Molti procedimenti si conclusero senza condanne definitive per prescrizione o insufficienza probatoria.

Tuttavia la questione dei depistaggi rimane centrale.

Per numerosi magistrati il comportamento di alcuni apparati contribuì ad allontanare la ricostruzione della verità.

Le sentenze civili

Negli anni Duemila numerose sentenze civili hanno riconosciuto il diritto al risarcimento dei familiari delle vittime.

I giudici hanno ritenuto che:

il DC-9 fu distrutto da un evento esterno;

lo Stato non garantì adeguatamente la sicurezza dei cieli;

vi furono gravi carenze nella conservazione delle prove.

Si tratta di decisioni molto importanti perché consolidano giudiziariamente l’idea che non si sia trattato di un semplice incidente tecnico.

Cosa sappiamo davvero oggi

Dopo oltre quattro decenni esistono alcuni punti relativamente consolidati.

Primo.

L’ipotesi del cedimento strutturale appare la meno convincente.

Secondo.

La teoria della bomba non dispone di prove materiali definitive.

Terzo.

La ricostruzione dell’evento esterno, potenzialmente collegato a un missile o a un’azione militare, è quella che spiega il maggior numero di elementi investigativi.

Tuttavia manca ancora la prova conclusiva che permetta di individuare:

il responsabile;

il tipo di arma impiegata;

la catena di comando coinvolta.

La strage di Ustica non è soltanto un disastro aeronautico.

È il punto d’incontro tra Guerra Fredda, segreti militari, intelligence e ragion di Stato.

I resti del DC-9 esposti nel Museo per la Memoria di Ustica a Bologna mostrano una struttura lacerata e ricomposta pezzo dopo pezzo. Sono la rappresentazione fisica di una verità che l’Italia ha cercato di ricostruire per decenni.

Oggi molte domande hanno trovato una risposta parziale.

Altre restano sospese.

Chi era realmente nei cieli del Tirreno quella sera?

Quale forza armata operava nell’area?

Perché tanti documenti sono scomparsi?

E soprattutto: il DC-9 fu vittima di un errore, di un’azione deliberata o di una guerra che ufficialmente non è mai esistita?

Finché queste domande resteranno aperte, Ustica continuerà a essere non soltanto una tragedia nazionale, ma uno dei più grandi misteri irrisolti dell’Europa contemporanea.

La verità non può rimanere più sepolta in mare.

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