13 Luglio 2026
I 105 anni del Partito Comunista Cinese: una storia che orienta la politica del XXI secolo
Il 1° luglio 2026, in occasione dei 105 anni del Partito Comunista Cinese, Xi Jinping ha pronunciato un discorso storico alla Grande Sala del Popolo di Pechino. Ripercorrendo la traiettoria del PCC dalla fine del “secolo dell’umiliazione” fino alla proclamazione della Repubblica Popolare nel 1949, Xi ha tracciato la linea per il futuro: modernizzazione tecnologica, sicurezza nazionale, riunificazione di Taiwan e il consolidamento della Cina come pilastro multipolare dell’ordine globale del XXI secolo

Di Marlene Madalena Pozzan Foschiera
Xi Jinping celebra i 105 anni del Partito e ne indica la traiettoria come pilastro della modernizzazione cinese e forza centrale nell’ordine globale del XXI secolo.
La celebrazione dei 105 anni del Partito Comunista Cinese (PCC) e il discorso pronunciato da Xi Jinping il 1° luglio 2026, nella Grande Sala del Popolo, a Pechino, sintetizzano la narrazione storica che il Partito ha costruito sulla propria traiettoria in oltre un secolo. Secondo questa lettura, il PCC è stato il principale responsabile nel condurre la Cina dalla frammentazione politica, dalla povertà e dal cosiddetto “secolo dell’umiliazione”, iniziato con le Guerre dell’Oppio e segnato da invasioni straniere, trattati ineguali e perdita di sovranità, fino alla condizione di potenza socialista moderna. Nel discorso, Xi ha definito la traiettoria del Partito “l’epopea più magnifica” della nazione cinese e ha presentato i 105 anni non solo come celebrazione del passato, ma come riaffermazione di una missione storica che continua a orientare la politica cinese nel XXI secolo.
Dall’umiliazione nazionale al risveglio rivoluzionario
Le origini del PCC risalgono all’inizio del XX secolo, in un contesto di intenso rinnovamento intellettuale. Chen Duxiu ebbe un ruolo centrale nell’organizzazione del movimento marxista cinese, avendo fondato, nel 1915, la rivista Xin Qingnian (“Nuova Gioventù”), spazio che riunì intellettuali come Lu Xun a difesa della scienza, della democrazia e del rinnovamento culturale. Parallelamente, Li Dazhao introdusse il marxismo in Cina come risposta alla frammentazione politica, alla dominazione straniera e all’arretratezza nazionale. Questo fermento intellettuale sfociò nel Movimento del Quattro Maggio, nel 1919, quando il trasferimento della provincia dello Shandong al Giappone, previsto dal Trattato di Versailles, scatenò grandi manifestazioni nazionaliste e rivoluzionarie. Da questo ambiente nacque, nel luglio 1921, il Partito Comunista Cinese.
Dalla fondazione alla rottura con il Kuomintang
La cooperazione iniziale con il Kuomintang si interruppe dopo il Massacro di Shanghai, nell’aprile 1927, quando Chiang Kai-shek promosse una sanguinosa persecuzione dei comunisti. Il 1° agosto di quell’anno, dirigenti come Zhou Enlai, Zhu De e He Long guidarono l’Insurrezione di Nanchang, atto fondativo dell’Esercito Rosso. Pochi giorni dopo, la Conferenza di emergenza del 7 agosto formalizzò la svolta strategica del Partito verso la lotta armata e il lavoro nelle campagne, rompendo con la linea di conciliazione fino ad allora dominante sotto Chen Duxiu, la cui condotta fu in seguito definita dallo stesso PCC “opportunismo di destra”.
La Lunga Marcia e l’affermazione di Mao
Pochi anni dopo, accerchiato militarmente, il Partito diede inizio alla Lunga Marcia, durante la quale si trovò più volte sull’orlo della distruzione. Le conferenze di Tongdao, Liping e, soprattutto, Zunyi, nel gennaio 1935, riorganizzarono la sua leadership e consolidarono Mao Zedong come principale dirigente politico e militare. Nella narrazione ufficiale, la Lunga Marcia rappresenta la dimostrazione che il Partito fu capace di sopravvivere e riorganizzarsi anche quando la sconfitta sembrava inevitabile.
Dalla resistenza antigiapponese alla fondazione della Repubblica Popolare
L’Incidente di Xi’an, nel dicembre 1936, quando Chiang Kai-shek fu fatto prigioniero dai propri stessi generali e costretto a negoziare con i comunisti, aprì la strada al Secondo Fronte Unito, formalizzato nel settembre 1937 di fronte all’invasione giapponese su larga scala. Terminata la Seconda guerra mondiale, pochi credevano che il Partito potesse vincere la guerra civile data la superiorità militare e diplomatica del Kuomintang. Le vittorie nelle campagne di Liaoshen, Huaihai e Pingjin portarono tuttavia, il 1° ottobre 1949, alla proclamazione della Repubblica Popolare Cinese da parte di Mao Zedong, chiudendo, secondo l’interpretazione ufficiale, il ciclo di umiliazione nazionale iniziato nel XIX secolo.
Sei generazioni, una missione: da Mao a Xi Jinping
Nei decenni successivi, il Partito ha attraversato diverse tappe, presentate da Xi Jinping come una sequenza continua di perfezionamento. Mao Zedong fondò il nuovo Stato socialista e ristabilì l’indipendenza politica della Cina. Deng Xiaoping promosse la Riforma e Apertura, avviando la modernizzazione economica e inserendo il paese nell’economia globale. Jiang Zemin ampliò la base politica del Partito con la teoria delle Tre Rappresentanze, mentre Hu Jintao enfatizzò uno sviluppo più equilibrato e sostenibile. Dal 2012, Xi Jinping afferma di guidare una nuova fase, segnata dal rafforzamento della leadership del Partito, dall’innovazione tecnologica, dalla sicurezza nazionale e dall’obiettivo di realizzare il “grande ringiovanimento” della nazione cinese.
Vale la pena notare che questa sequenza, così come viene celebrata ufficialmente, tende ad attenuare le rotture interne del periodo maoista. La stessa Risoluzione su alcune questioni storiche del Partito, approvata nel 1981 sotto Deng Xiaoping, riconobbe come errori gravi il Grande Balzo in Avanti (1958 al 1960) e la Rivoluzione Culturale (1966 al 1976), episodi dal costo umano e politico elevato che la lettura celebrativa tende a omettere. Riconoscere queste rotture non contraddice la narrazione di continuità del PCC: è coerente con lo stesso concetto di “autorivoluzione” che Xi rivendica come metodo permanente del Partito.
Il discorso del 1° luglio 2026: bilancio e progetto per il futuro
Nella cerimonia, che ha riunito circa tremila persone, Xi ha consegnato la Medaglia del 1° Luglio, la più alta onorificenza del Partito, a otto membri considerati esemplari. Il Partito conta oggi 101 milioni di iscritti, avendo superato per la prima volta la soglia dei 100 milioni l’anno precedente. Nel discorso, Xi ha sottolineato la “vitalità del marxismo” come fondamento delle conquiste del PCC e ha messo in guardia contro “tempeste e mari agitati” nel contesto internazionale, chiedendo il rispetto della scadenza del centenario dell’Esercito Popolare di Liberazione nel 2027 e riaffermando la riunificazione di Taiwan come missione storica irrinunciabile del Partito.
Nel delineare il futuro, Xi ha legato la continuità di questo processo alla leadership del Partito, allo sviluppo di alta qualità, all’innovazione scientifica e tecnologica, alla modernizzazione delle Forze Armate e all’equilibrio tra sviluppo e sicurezza, ribadendo il principio “un paese, due sistemi” e l’impegno per la formazione di una nuova generazione dirigente.
La “comunità dal futuro condiviso” come risposta a “Prima gli Stati Uniti”
Sul piano internazionale, Xi ha presentato la costruzione di una “comunità dal futuro condiviso per l’umanità” come il principale contributo cinese alla governance globale, difendendo un ordine multipolare basato sul multilateralismo, sulla cooperazione e sullo sviluppo comune. Di fronte all’intensificarsi della competizione strategica con gli Stati Uniti, in particolare dopo la politica “Prima gli Stati Uniti”, questo concetto è diventato l’asse della politica estera cinese e della proiezione internazionale dell’attuale fase dello sviluppo nazionale, un contrappunto diretto alla logica unilaterale che oggi caratterizza la pressione di Washington sull’America Latina, dal Perù alla Colombia fino al Brasile stesso.
La celebrazione dei 105 anni riafferma dunque la lettura secondo cui ogni generazione di dirigenti ha ampliato la missione storica del Partito: dai fondatori all’indipendenza conquistata da Mao, dalla modernizzazione guidata da Deng al rafforzamento istituzionale di Jiang e Hu, fino a Xi Jinping, impegnato a consolidare la Cina come potenza socialista moderna e attore centrale nella costruzione dell’ordine internazionale del XXI secolo. È una narrazione che il PCC costruisce su se stesso, e che, proprio per questo, acquista maggiore forza se letta accanto alle proprie contraddizioni riconosciute, e non nonostante esse.

