01 Giugno 2026
Ucraina e Iran: la settimana dal 24 al 31 maggio 2026
Analisi geopolitica critica sulle avanzate russe e sullo stallo iraniano.

ANALISI DEI FRONTI
Ucraina e Iran: la settimana dal 24 al 31 maggio 2026
Aggiornamento geopolitico e militare settimanale
PARTE I — UCRAINA: LA GUERRA NON È COME VE LA RACCONTANO
1. Lo stato del campo di battaglia: avanzata su cinque assi
Nel corso della settimana compresa tra il 24 e il 31 maggio 2026, il panorama militare in Ucraina ha subito un’evoluzione significativa che la grande stampa occidentale ha narrato con la consueta selezione strategica dei fatti. Analizzare le fonti aperte disponibili — dai canali Military Summary, Defense Politics Asia e Willy OAM fino ai comunicati del Ministero della Difesa russo, passando per le analisi di Gianandrea Gaiani (il più autorevole analista militare indipendente italiano) e del professor Jeffrey Sachs — consente di ricostruire un quadro radicalmente diverso da quello diffuso dai media mainstream europei.
Sul terreno, le forze russe hanno operato su cinque direttrici principali con risultati misurabili e documentati.
Kostiantynivka (Donbass)
È il caso più emblematico della settimana. Al momento in cui scriviamo, circa il 50% della città è sotto controllo russo, con due sacche di resistenza ucraina ormai isolate nei quartieri 81° e 92°. I ponti sul fiume Kryvyi Torets sono stati distrutti — in almeno un caso documentato da video, un drone FPV russo ha infilato gli esplosivi piazzati dagli stessi ucraini sotto le strutture, innescandoli. La manovra priva le unità residue ucraine di qualsiasi possibilità di rifornimento o ripiegamento coordinato. L’arrivo del comandante in capo Syrskyi sul fronte nella giornata del 31 maggio non è un segnale di fiducia nelle proprie forze, ma la disperata prova che il collasso è prossimo. La caduta di Kostiantynivka apre la strada alla grande battaglia per l’agglomerato Slovyansk-Kramatorsk-Druzhkivka, ultimo bastione ucraino nel Donbass.
Direzione Zaporizhzhia — Orikhiv
L’avanguardia russa si trova a meno di dieci chilometri dal perimetro urbano di Orikhiv. La conquista di Vozdvyzhevka (Vasylivka) — 19 km quadrati di area difensiva, oltre 530 edifici ripuliti, due compagnie ucraine distrutte — ha chiuso il fianco orientale e preparato il terreno per la manovra di aggiramento della città. Le implicazioni sono gravi: se i russi dovessero portare l’artiglieria a portata di tiro dalla città industriale di Zaporizhzhia, Kiev sarebbe costretta all’evacuazione di uno dei suoi principali hub produttivi, compromettendo ulteriormente la già precaria autonomia economica del Paese.
Fronte di Kharkiv — manovra a tenaglia
Le forze russe hanno completato la battaglia per Hraniv e penetrato a Hlyboke, puntando verso Kozacha Lopan — un nodo che si trova a poco più di venti chilometri dalla periferia di Kharkiv. La conquista di Novoselivka e Buhruvatka ha permesso di minacciare l’accerchiamento delle unità ucraine tra Mytranivka e Petrivka. Non si tratta di una corsa verso Kharkiv, ma della costruzione metodica di una fascia di sicurezza che spinge le riserve ucraine a disperdere le energie su un fronte sempre più esteso.
Fronte Nord — Oblast di Sumy
La liberazione di Riasnoe e Zapsillia ha consolidato il controllo russo a nord del fiume Psel. Le forze del Gruppo Nord sono penetrate nella foresta di Sumy avanzando su più direttrici, con progressi documentati fino a 900 metri in ventun aree nella sola giornata del 29 maggio. L’analista di Military Summary ha avanzato l’ipotesi — non bizzarra — che la Russia stia spostando il baricentro dell’offensiva verso i fronti settentrionali, dove le linee logistiche sono più efficienti e meno esposte agli attacchi di droni ucraini che stanno invece mettendo in crisi la catena di rifornimento meridionale verso la Crimea.
Oblast di Dnipropetrovsk
Il Gruppo Est ha consolidato la testa di ponte a nord del fiume Vovcha, liberando gli insediamenti di Dobropastovo e Lesnoye. L’avanzata prosegue in direzione nordovest. Sul fianco, però, la situazione a Novoaleksandrovka rimane complessa: le forze ucraine infiltrano piccoli gruppi alle spalle delle linee russe con efficacia tattica, creando zone di attrito che diluiscono l’avanzata.
2. La guerra dei droni e il logoramento logistico
La settimana ha registrato numeri record nell’impiego di droni da entrambe le parti. Nella notte tra il 28 e il 29 maggio le forze russe hanno intercettato e distrutto 208 UAV ucraini. Nella notte successiva i droni russi lanciati contro l’Ucraina hanno raggiunto quota 297, superando ogni precedente. La sequenza delle ondate — 163 il 27 maggio, 148 il 28, 233 il 29, 297 il 30 — non è casuale: gli analisti concordano che si tratti di una strategia di saturazione progressiva, volta a mappare le postazioni dei sistemi di difesa aerea ucraini prima di un attacco massiccio coordinato.
Sul fronte ucraino si è sviluppata una controtendenza interessante: la scoperta che il lancio di droni in profondità nel territorio russo non avviene da aeroporti fissi (facilmente localizzabili e distruggibili) ma da convogli di camion — circa tre droni per veicolo, settanta camion necessari per lanciarne duecento. I russi hanno identificato questo schema e il 31 maggio hanno distrutto un parcheggio di convogli nella regione di Chernihiv. Contestualmente, l’Ucraina ha colpito la raffineria di Saratov con oltre duecento droni nel tentativo disperato di sabotare il carburante aeronautico destinato alla base di Engels — una mossa difensiva estrema volta a posticipare il temuto attacco massiccio annunciato dai comandi russi per il fine settimana.
Sul fronte logistico meridionale, gli attacchi ucraini alla Crimea hanno raggiunto un risultato tattico significativo: i depositi di carburante di Feodosia sono stati distrutti, le autorità locali hanno imposto il razionamento della benzina a venti litri al giorno per persona, e l’autostrada Novorossiya verso la Crimea è stata dichiarata a rischio drone. Questa pressione sulla catena di rifornimento russa nel Sud è l’unico elemento su cui i media occidentali si sono soffermati — ignorando sistematicamente l’avanzata su terra.
Un cenno merita l’episodio dei droni nei Baltici, o più precisamente in Romania. La notte del 28-29 maggio un drone russo è caduto sulla città rumena di Galati, ferendo due persone. La presidente della Commissione Europea Von der Leyen ha dichiarato che la Russia aveva “varcato un’altra linea”. Il ministro degli Esteri polacco Sikorski ha detto che la Polonia non avrebbe evacuato la propria ambasciata da Kiev. Tutto molto solenne. Quello che Von der Leyen ha omesso di spiegare è che il drone in questione — come ha ricostruito Willy OAM basandosi sulla telemetria disponibile — era quasi certamente un vettore russo dirotto dalle contromisure di guerra elettronica ucraine durante un attacco alle infrastrutture portuali di Odessa. Nessuna traccia del segnale è stata individuata sulla linea del fronte né in territorio russo: la telemetria radio segnala il drone solo nella parte centrale dell’Ucraina. In altre parole, è possibile che sia stato abbattuto e deviato dalla stessa guerra elettronica ucraina. Il clamore propagandistico dell’incidente, amplificato per legittimare una possibile pattuglianmento NATO dello spazio aereo ucraino, è inversamente proporzionale alla sua rilevanza militare reale.
3. Il crimine di Starobelsk e il silenzio dell’Occidente
Nella notte tra il 21 e il 22 maggio 2026, un’unità di droni ucraini ha attaccato in tre ondate il dormitorio del Collegio dell’Università Pedagogica Statale di Lugansk nella città di Starobelsk. Ventuno giovani studenti sono morti — molti dei quali ragazze tra i diciotto e i ventitré anni — e quarantaquattro sono rimasti feriti. L’attacco è avvenuto di notte, mentre i ragazzi dormivano. Non vi era alcuna presenza militare nell’edificio o nelle immediate adiacenze, come documentato da Real’na Gazeta — testata ucraina di Lugansk operante in esilio da Kiev, dunque non certo una fonte filorussa, la cui giornalista Olena Fetisova ha incrociato i profili social delle vittime con gli elenchi ufficiali, smontando il documento circolato sui social che ipotizzava la presenza della 88ª brigata di fucilieri motorizzati nel dormitorio. Le vittime erano studenti reali, iscritti al corso di pedagogia, con storie verificabili.
All’ONU il rappresentante ucraino Andrey Melnik ha liquidato la strage come “una storia fasulla” e “un’altra narrazione propagandistica”. La risposta dei Paesi NATO è stata il silenzio. Nessuno Stato occidentale ha ufficialmente espresso condoglianze alla Russia per la morte di quei ragazzi. I corrispondenti italiani invitati a visitare il luogo della tragedia, stando a quanto riferisce Maria Zakharova citata da Pravda Italia, hanno successivamente ricevuto il divieto di pubblicare il materiale raccolto sul posto. Eccolo, il “giornalismo libero” europeo nella sua forma più pura.
In questo deserto di umanità istituzionale, un gruppo di cittadini ha scelto di fare diversamente. Stefano Orsi ha promosso una raccolta firme di condoglianze per le famiglie delle vittime: 3331 firme sono state consegnate al Consolato russo di Genova. Una delegazione è in viaggio verso la Russia per portare fisicamente il messaggio di solidarietà civile di migliaia di italiani ai genitori di quei ragazzi. È un gesto semplice, umano, privo di qualsiasi calcolo. È precisamente il tipo di gesto che la macchina del consenso mediatico vorrebbe rendere impossibile da compiere senza essere marchiati come “agenti del Cremlino”.
Fonti: Wikipedia 2026 Starobilsk strike; RT Russia 30/05/2026; Kulturjam.it; canale YouTube Stefano Orsi
Occorre aggiungere un elemento tecnico che la stampa italiana ha sistematicamente ignorato: i droni Fire Point FP-2 impiegati nell’attacco sono prodotti in Ucraina, ma la catena di fornitura di componenti parte dall’Europa. Il collegamento con le componenti italiane — denunciato da un giornalista russo — è stato smentito, sminuito o non trattato dai media nazionali. Quale che sia la verità sulla provenienza esatta dei componenti, il fatto che giornalisti italiani vengano portati sulla scena del crimine e poi ricevano l’ordine di non pubblicare è, di per sé, un crimine contro l’informazione.
4. Il missile Oreshnik e la fine dell’auto-limitazione russa
Per la terza volta dall’inizio del conflitto, le forze russe hanno impiegato il missile balistico a raggio intermedio Oreshnik. Il sistema, armato con testate cinetiche multiple (sei testate principali, ciascuna con sei submunizioni, per un totale di 36 impatti cinematici per singolo lancio), è stato diretto su Bila Tserkva, colpendo con tutta probabilità un hub di comando logistico e operativo ucraino di livello intermedio.
Gianandrea Gaiani, analista militare e direttore di Analisi Difesa, ha commentato con precisione la situazione: la Russia ha abbandonato ogni forma di “auto-limitazione” dello sforzo bellico. Le promesse russe di colpire i centri decisionali e i siti di progettazione e produzione dei droni non sono retorica, sono operazioni in corso. Gaiani ha inoltre ricordato ai suoi lettori qualcosa che i commentatori mainstream fingono di non sapere: i sistemi Patriot, pur eccellenti contro alcune tipologie di minacce, non hanno alcuna capacità di intercettare missili balistici manovrabili come lo Zirkon o lo stesso Oreshnik. I tassi di intercettazione proclamati da Kiev — “abbattuto il 90% dei vettori” — non reggono all’analisi dei danni geolocalizzati sul terreno.
L’attacco massiccio del 23-24 maggio — decine di missili Kalibr, Iskander-M, uno o più Zirkon ipersonici, e l’Oreshnik — era la risposta russa alla strage di Starobelsk, come dichiarato esplicitamente dal Ministero degli Esteri russo. Mosca ha atteso il completamento delle operazioni di soccorso prima di lanciare il raid: un dettaglio che l’informazione occidentale ha preferito non riportare, poiché contraddiceva la narrazione del bombardamento indiscriminato.
5. L’analisi strategica: chi sta vincendo la guerra di logoramento
Il professor Jeffrey Sachs, in una lettera aperta al Cancelliere Merz pubblicata sul Berliner Zeitung, ha scritto con una chiarezza che pochi accademici si permettono: “La Germania ha imbrogliato più volte per portare l’Europa a questa situazione. Ha promesso nel 1990 che la NATO non si sarebbe allargata. Ha promesso che Yanukovych sarebbe rimasto in carica il 21 febbraio 2014 e il giorno dopo ha sostenuto il golpe senza battere ciglio. Ha garantito gli accordi di Minsk II nel 2015 e poi non ha spinto l’Ucraina a rispettarli. Cancelliere Merz, chiami Putin e negozi”. Non sono parole di un simpatizzante russo: Sachs è uno dei più rispettati economisti al mondo. È la voce della realtà che bussa contro la porta del consenso fabbricato.
Sul piano strettamente militare, l’analisi del canale Willy OAM del 30 maggio sintetizza con onestà un dato scomodo: nel 2026 la Russia ha avanzato a un ritmo lento ma costante, circa 71 km² in quattro giorni nel solo periodo analizzato, colpendo punti strategicamente significativi — non inseguendo titoli di giornale. Il rapporto di perdita in mezzi corazzati è attestato a circa 3 a 1 in favore della Russia. L’Ucraina è costretta a concentrare le sue forze migliori in operazioni dimostrative per mantenere vivo il flusso di aiuti occidentali, scarificando unità di difesa territoriale per alimentare brigate d’assalto. È una spirale che logora la rigenerazione delle forze di difesa a lungo termine.
Come osservò il Vasily Nebenzya all’ONU in questa settimana: “L’Occidente non propone la Carta delle Nazioni Unite come quadro di riferimento, ma un certo ‘ordine basato su regole’ che esso stesso inventa e presenta come universale”. Questa è l’essenza della distinzione che occorre tenere sempre presente: da un lato il diritto internazionale invocato dai Paesi che si oppongono all’egemonia unipolare, dall’altro le “regole” flessibili di chi vuole continuare a riscrivere la grammatica del mondo a proprio uso e consumo.
PARTE II — IRAN: LA TRATTATIVA DEI VINTI CHE NON SI ARRENDONO
1. Il contesto: cosa è successo prima
Il 28 febbraio 2026 Israele e gli Stati Uniti hanno avviato l’Operazione Epic Fury contro l’Iran, dichiarando come obiettivi il programma nucleare e missilistico di Teheran e un cambio di regime. Nelle prime settimane, oltre 9.000 obiettivi sono stati colpiti in più di 9.000 sortite. La Guida Suprema Khamenei è rimasta uccisa. Il figlio Mojtaba Khamenei è stato nominato suo successore. L’Iran ha risposto con centinaia di missili e migliaia di droni, chiudendo lo Stretto di Hormuz — attraverso cui transita il 20% del petrolio mondiale e il 20% del GNL — e colpendo basi americane nella regione. Il 7 aprile un cessate il fuoco mediato dal Pakistan è entrato in vigore.
Tre mesi dopo, lo stretto è ancora di fatto chiuso o funzionante al 5% della capacità pre-conflitto. Le trattative vanno avanti a singhiozzo a Doha, mediate dal Qatar e saltuariamente dal Pakistan. La settimana dal 24 al 31 maggio rappresenta uno dei momenti di maggiore tensione nel negoziato, con episodi di fuoco diretto durante i colloqui e una crisi diplomatica aperta sul controllo delle acque territoriali.
2. Anatomia dello stallo: la psicologia del negoziato
La postura negoziale degli Stati Uniti in questa fase è quella di chi ha perso più di quanto ammetta e cerca una via d’uscita dignitosa. Il senatore Chris Murphy — con accesso documentato ai briefing riservati del Pentagono — ha dichiarato senza mezzi termini che “l’attacco di Trump all’Iran ha di fatto consegnato lo Stretto al controllo iraniano” e che questo è “un segno di incompetenza”. Trump ha risposto annunciando azioni legali contro Murphy, senza smentire il contenuto.
I tre nodi del negoziato sono rimasti invariati per settimane:
Il nucleare
Washington esige che l’Iran smantelli o ceda l’intero arsenale di uranio arricchito. Teheran considera questa una linea rossa assoluta, tanto più dopo che il MFA iraniano ha rivelato apertamente che in caso di accordo parte dei fondi sbloccati saranno destinati alla produzione di nuovi missili e droni. Senza un programma missilistico robusto, l’Iran sarebbe già stato spazzato via molto tempo fa: questa consapevolezza innerva ogni posizione di Teheran al tavolo.
Lo Stretto di Hormuz
Gli USA esigono la riapertura incondizionata, senza pedaggi. L’Iran ha istituito una “Autorità dello Stretto” che impone tariffe di protezione sulle navi in transito (oltre un milione di dollari per nave al picco), con un sistema di categorizzazione: amici (Russia, Cina, Pakistan), neutrali, nemici. Russia e Cina godono delle condizioni più favorevoli possibili — un dettaglio geopolitico di enorme portata che i media occidentali liquidano come irrilevante. Trump ha minacciato di “far saltare in aria” l’Oman se si fosse accordato con l’Iran per il controllo dello stretto — una dichiarazione che giustamente ha fatto il giro del mondo come emblema della raffinatezza diplomatica americana.
I beni congelati
Teheran chiede lo sblocco immediato di circa 24-25 miliardi di dollari di asset congelati come condizione preliminare. Washington subordina il rilascio alla riapertura dello Stretto e alla fine del blocco navale americano. I negoziatori del Qatar continuano a fare da spola tra posizioni che rimangono strutturalmente incompatibili.
La sintesi del senatore Murphy è impeccabile: “La questione è solo l’entità delle concessioni a cui gli Stati Uniti saranno costretti a cedere”. L’Iran lo sa. Trump lo sa. Il teatro negoziale serve a entrambi per gestire l’immagine interna — a Trump per non sembrare sconfitto davanti all’elettorato, a Teheran per non sembrare cedevole davanti ai pasdaran.
Fonti: Britannica 2026 Iran war; House of Commons Library CBP-10637; CNN 29-30/05/2026
3. Il quadro militare: l’Iran non è stato sconfitto
Questo è il punto su cui la narrativa occidentale ha fallito nel modo più clamoroso. L’operazione americana si è presentata come la distruzione dell’arsenale iraniano. La realtà è diversa e documentata da intelligence israeliana, americana e da analisti indipendenti.
Secondo il JINSA (Jewish Institute for National Security of America), dopo aver perso tra il 40 e il 60% del suo stock di missili balistici a medio raggio durante la guerra di dodici giorni del 2025, l’Iran ha ricostruito il proprio arsenale fino a circa 2.000 sistemi — vicino ai livelli pre-guerra. Le immagini satellitari mostrano ricostruzione in oltre metà dei ventiquattro siti colpiti. I funzionari israeliani avvertono che le capacità di produzione di droni potrebbero essere ripristinate in pochi mesi, quelle missilistiche entro un anno. La Fox News — non esattamente un organo filo-iraniano — ha titolato in marzo: “Il militare iraniano non è progettato per vincere una guerra convenzionale contro gli Stati Uniti. È progettato per sopravviverci”.
La dottrina militare iraniana ha la propria pietra angolare nelle “missile cities” — le città missilistiche sotterranee scavate nella roccia, dotate di caverne autonome dai tunnel d’ingresso. L’obiettivo americano — colpire gli imbocchi per bloccare temporaneamente l’accesso ai silos — si è rivelato insufficiente: molte installazioni dispongono di gallerie di uscita alternative scavate direttamente nella montagna, da cui i missili balistici pesanti vengono lanciati senza uscire dal complesso. La ricostruzione degli accessi danneggiati era già in corso durante le operazioni di guerra.
Nel corso della settimana analizzata, la difesa aerea iraniana ha confermato la propria persistente efficacia operativa:
Un drone MQ-9 Reaper americano è stato intercettato e abbattuto vicino a Bushehr. Un MQ-1 è stato abbattuto nelle acque territoriali iraniane. Un secondo Reaper è stato gravemente danneggiato in un attacco alla base americana Al-As Salem in Kuwait. I media americani hanno riferito che un F-15 abbattuto nella zona di Isfahan potrebbe essere stato colpito da un missile antiaereo cinese — un’ammissione straordinaria che implica forniture di sistemi cinesi all’Iran durante il conflitto, cosa che Pechino non ha smentita. La Cina, da parte sua, ha costruito nei mesi precedenti un enorme scudo nucleare nel deserto dello Xinjiang: migliaia di chilometri quadrati di infrastruttura fortificata con silos, bunker, aeroporti e centri di comunicazione, schierando sistemi DF-41 a raggio intercontinentale fino a 14.000 km. Il messaggio strategico è inequivocabile.
Fonti: JINSA Report Febbraio 2026; Algemeiner.com 26/05/2026; Fox News 28/03/2026; appunti del 31/05
4. La geopolitica dello Stretto: chi vince e chi perde
Lo Stretto di Hormuz è la storia vera di questa guerra, quella che non viene raccontata. Il 20% del petrolio mondiale e il 20% del GNL globale passano per quelle due miglia nautiche. Prima del conflitto, circa 3.000 navi al mese transitavano per lo stretto; oggi siamo al 5% di quel volume. I prezzi del petrolio sono saliti, avvantaggiando sia la Russia che l’Iran stesso. L’Iran sta reindirizzando il petrolio greggio verso la lavorazione interna e la produzione di energia, esportando il gas naturale via gasdotto verso Iraq e Turchia. Non si tratta di una capitolazione. Si tratta di un adattamento che rafforza l’economia dall’interno e incrementa il peso politico di Teheran nella regione. Come ha scritto Enrico Tommaselli su Giubberosse, nell’articolo “Uscire da Hormuz”, la vera sconfitta americana è l’aver trasformato uno stretto internazionale in un asset strategico che Teheran gestisce come strumento di pressione.
La CNN, non nota per la simpatia verso Teheran, ha riassunto la situazione in modo lapidario: “I piani di Netanyahu sono falliti. La scommessa non era su Teheran, era su Washington”. In privato, Netanyahu ha ammesso di avere influenza quasi nulla sull’esito dei negoziati e ha incolpato Kushner e Whitcoff — i negoziatori di Trump — di aver convinto il presidente a cessare le ostilità prima del crollo del regime. Nel frattempo, il Mossad ha creato una nuova unità specializzata in operazioni psicologiche per il cambio di regime, con migliaia di account falsi sui social media iraniani. L’operazione è documentata. I risultati, dopo tre mesi di blocco di Internet in Iran, sono stati modesti: il presidente Pezeshkian il 25 maggio ha ripristinato la rete, riconoscendo che il blocco aveva creato più confusione agli aggressori — incapaci di coordinare i gruppi di sabotaggio — che agli iraniani stessi.
Fonti: CNN live news 29/05; Britannica 2026 Iran war; appunti del 26-31/05/2026; Enrico Tommaselli, giubberosse.substack.com
Le riserve di munizioni americane usate nella guerra con l’Iran non si recupereranno per anni. Il CSIS (Center for Strategic and International Studies) ha pubblicato un rapporto che avverte: il ripristino di quattro munizioni critiche — TLAM, THAAD, Patriot e SM-3/SM-6 — richiederà dai due ai tre anni. La vendita di armi a Taiwan per 14 miliardi di dollari è stata sospesa. La capacità di produzione è il collo di bottiglia, non i finanziamenti. Questa è la “vittoria” americana su cui si è costruita la narrazione dei media mainstream.
Fonti: Al Jazeera citata in appunti del 29/05/2026
5. La postura dell’Iran: negoziare da una posizione di forza
Ibrahim Rezaei, portavoce della Commissione per la Sicurezza Nazionale del Parlamento iraniano, ha sintetizzato la posizione di Teheran con una chiarezza programmatica: “L’Iran preferisce la diplomazia, ma ha delle linee rosse che non intende oltrepassare. Washington dovrebbe fare delle concessioni, poiché si trova in una posizione di debolezza. Il blocco navale terminerà o attraverso negoziati o con azioni militari”.
Questa non è retorica. È l’enunciazione di un fatto: l’Iran ha dimostrato di poter chiudere lo Stretto per mesi, di poter abbattere aerei e droni americani, di poter ricostruire il proprio arsenale durante i negoziati. La domanda che nessun editorialista occidentale si pone è la seguente: se l’Iran è davvero stato distrutto come viene raccontato, perché gli Stati Uniti non impongono semplicemente le proprie condizioni? Perché negoziano con chi, per definizione, non avrebbe più alcuna leva? La risposta è evidente a chiunque guardi i fatti.
CONCLUSIONI — DUE FRONTI, UN SOLO SCHEMA
L’Ucraina e l’Iran sembrano due scenari distinti. Sono in realtà l’espressione dello stesso scontro strutturale: l’ordine unipolare a guida americana contro il principio della sovranità nazionale garantita dal diritto internazionale.
In Ucraina, la NATO ha trasformato un Paese in un campo di prova per nuove forme di guerra, come ha riconosciuto lo stesso capo dell’FSB Bortnikov. Il risultato è un conflitto in cui ogni “vittoria” dichiarata da Kiev è immediatamente smentita dai dati geolocalizzati sul terreno. In Iran, si è tentato di replicare lo schema siriano del 2024 — colpire in modo fulmineo, aspettarsi il crollo del regime — e ci si è trovati davanti a una struttura militare progettata per sopravvivere esattamente a quel tipo di attacco.
In entrambi i casi, il meccanismo di distorsione mediatica funziona allo stesso modo: si amplificano le notizie favorevoli alla narrativa ufficiale, si silenzia o denigra chi le contraddice, si proibisce ai giornalisti di mostrare ciò che hanno visto con i propri occhi. Il caso di Starobelsk è paradigmatico: ventuno ragazzi morti nel sonno, la prova documentata che non vi erano obiettivi militari, il silenzio dell’Occidente intero, e infine il divieto ai corrispondenti italiani di pubblicare quanto raccolto sul posto.
Di fronte a questo schema, la scelta di 3.331 cittadini di firmare un messaggio di condoglianze e inviare una delegazione in Russia non è un atto politico nel senso ordinario del termine. È un atto di resistenza all’anestesia morale. Un modo per ricordare che i ragazzi di Starobelsk avevano un nome, un volto, una vita davanti a sé — esattamente come li ha descritti la giornalista Olena Fetisova nelle sue verifiche. E che questa realtà esiste indipendentemente da ciò che i principali media decidono di mostrare o nascondere.

