13 Luglio 2026
Premio Strega 2026, limiti e scivoloni della cultura del circoletto

Di Rosamaria Fumarola
Il Premio Strega 2026 è stato assegnato a Michele Mari. È stato accompagnato dalle
polemiche riguardanti i commenti sgradevoli dello scrittore (non ancora smentiti) nei
confronti di Michela Murgia. Secondo Teresa Ciabatti, finalista dello stesso premio, Michele
Mari avrebbe dichiarato che la scrittrice sarda era cattiva in quanto brutta. La questione è
evidentemente lontana dalla valutazione che in questi casi ci si aspetta da coloro che
dovrebbero rappresentare la migliore produzione letteraria italiana, ma ha ancora una volta
indicato una problematica che non trova soluzione e cioè il peso che nella vita delle donne
viene dato alla bellezza. Le donne sono infatti obbligate ad essere belle per riuscire ad
essere felici e se quando io ero bambina il ruolo di una donna ne descriveva la bellezza
specifica e dunque i ruoli, non necessariamente lavorativi, erano tanti e trovare un propria
identità era senz’altro più facile, le cose oggi sono purtroppo peggiorate. Esistevano figure
sensuali che prescindevano da canoni estetici classici, a cui era riconosciuto un fascino che
poteva essere irresistibile o donne formose le cui forme incarnavano la bellezza. Esistevano
donne di cinquant’anni capaci nell’ aspetto più di accogliere che di sedurre ed erano
ugualmente belle, belle appunto in quanto donne, nella loro specifica diversità. La situazione
attuale impone invece un canone estetico unico, quello delle modelle, a cui tutte le donne di
qualunque età devono uniformarsi. Il dominio poi della chirurgia plastica non fa che
amplificare questo rigido diktat, fornendo “correzioni” sempre uguali a sé stesse. Il livello di
frustrazione a cui le donne sono esposte mi pare dunque superiore rispetto al passato. Mi
sembraridicolo oltreché stupido dover sottolineare che il valore di una donna non può ridursi
alla sua bellezza, perché la vita è più complessa e ricca di una sola dimensione. A ciò va
aggiunto che individuare e coltivare bellezze specifiche, diverse da quelle imposte dalla
realtà che ci circonda, può essere un modo per dare un senso alla vita molto più
soddisfacente e solido e per tracciare la strada di un’ esistenza felice. Ciò chiarito, io credo
che Michela Murgia ben sapesse quale bellezza volesse per sé e ben sapesse come
realizzarla. Le donne non sono solo capaci di occupare posizioni apicali in ogni campo del
sapere e delle attività umane, ma anche di creare bellezze, armonie che il resto del mondo
non contempla ancora. Se la stragrande maggioranza di noi stenta a sottrarsi alle
imposizioni estetiche del mercato, mi viene facile pensare che intellettuali come Michela
Murgia siano dotate di molti più strumenti (e molto più affilati) per guardare il mondo e
trovare ciò che in tanti non vedono o creare ciò che ancora non c’è.
Michele Mari meritava di vincere il Premio Strega, premio i cui limiti sono tuttavia da sempre
noti. Lo si accusa di essere espressione di un circoletto chiuso, senza visioni autenticamente
originali, dimenticando che lo Strega già in origine esprimeva le istanze di un gruppo
culturale chiuso. Oggi più di ieri però i suoi intellettuali fanno venire alla mente lo sfottò che
Totò, in film come “Totò a colori” faceva di certi artisti, capaci solo di esprimere una vuota ed
inutile dimensione estetizzante, bravi nell’ essere parte di un branco e perciò tagliati già fuori
da tutti i segni importanti che un’ epoca può lasciare affinché la si ricordi.
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