Mettiti in comunicazione con noi

08 Giugno 2026

 Trump ha cambiato il vocabolario geopolitico

La nuova geopolitica di Trump impone all’Europa l’alleanza russa.

Pubblicato

su

Credit foto https://www.freiheit.org/de/europa/eine-chance-fuer-die-eu

Di Fulvio Rapanà

Trump ha cambiando gli scenari geopolitici e quindi abbiamo nuove parole che ne identificano le strategie. Se con Obama si è incominciato a parlare di  decoupling, la separazione dell’economia americana da quella cinese, nel   Trump 1 la parola chiave è stata reshoring, per riportare negli Stati Uniti  la produzione, le attività commerciali e in generale gli investimenti americani sia da paesi nemici che da quelli  amici. Con Biden le strategie di contenimento della Cina si sono identificate con i termini : frienshoruing, per togliere dal mercato cinese e de-localizzare in paesi alleati,   e derisking  investire in paesi con un minore rischio geopolitico. Nel  Trump 2  queste strategie  geopolitiche sono volate tutte in aria, anche perché si sono rivelate inefficaci e dannose anche per l’economia americana. Trump ha ribaltato totalmente il tavolo e un nuovo vocabolario indica nuove e più ficcanti strategie geopolitiche: autonomia strategica, multiallineamento, minilateralismo, geometria variabile.                                                                                                                                                        Gli USA per invertire il declino hanno militarizzato l’economia globale     

L’interpretazione più comune è che tutte queste strategie segnano l’avvento di un mondo multipolare. Ma non è così.  Se fino a Trump gli Stati Uniti hanno continuato a perdere il loro predominio e si è assistito all’ ascesa del resto del mondo fatto di potenze medie o regionali che rappresentano un’alternativa o una variabile  all’ordine dominato dall’Occidente, con Trump questo panorama  geopolitico è cambiato radicalmente  per una serie di motivi che erano latenti già da tempo ma che Trump ha fatto emergere con forza.                                      

Trump ha apertamente dichiarato che la crescita dell’economia mondiale  è stata pagata dagli USA e ha deciso di distruggere la globalizzazione o meglio di canalizzare verso i propri interessi. Già con Biden gli USA hanno utilizzato la loro forza militare e l’influenza strategica per rallentare la crescita, la globalizzazione si è trasformata in una lotta per i punti strategici, hanno “militarizzato l’economia mondiale”  sempre più disposti a usare il loro dominio finanziario e militare per estorcere concessioni.  La Cina usa sussidi e surplus di esportazioni per deindustrializzare altri paesi, debito e infrastrutture per renderli dipendenti per limitare le loro scelte. Con l’inasprirsi della rivalità  Washington e Pechino  costringono gli Stati a dichiarare da che parte stanno, limitando la tecnologia, indirizzando le catene di approvvigionamento, nascondendo informazioni di intelligence, bloccando gli investimenti, aumentando i dazi o minacciando ritorsioni militari. In un mondo sempre più schierato un mercato aperto non è più essenziale o utile. Tutte le medie potenze saranno costrette all’ allineamento: scegliere il sistema tra le due  grandi potenze che offre la migliore protezione dalle minacce più gravi per un Paese, rafforzare la propria posizione a livello nazionale e usare tale forza per negoziare influenza all’interno della coalizione.                                                                                                                                                       La crescita è rallentata anche da fattori strutturali                                                           

Oltre che per una precisa strategia degli Stati Uniti la crescita è rallentata anche per fattori strutturali. La demografia è completamente cambiata negli ultimi 25 anni anche in Cina. Circa tre quarti delle potenze di medio livello presentano ora tassi di natalità inferiori al livello di sostituzione, una forza lavoro in età lavorativa in calo o stagnante e una popolazione anziana destinata a raddoppiare, in media, entro 25 anni. La spinta che ha portato al progresso le potenze medie si sta arrestando perché molti dei progressi di base sono già stati realizzati. Nel migliore dei casi questi paesi hanno costruito infrastrutture: autostrade,  porti e aeroporti, hanno urbanizzato la forza lavoro trasferendo  i lavoratori dalle campagne alle fabbriche. Un ulteriore salto di qualità necessiterebbe di maggiore dall’innovazione, di elite politiche e imprenditoriali qualificate  che è più difficile da generare e sono più lente e costose da radicare nell’economia. Michael Beckley in un articolo su Foreign Affairs scrive: “Si afferma sempre più spesso che gli Stati Uniti siano in declino, e in parte è vero, ma il dollaro domina la finanza globale, il mercato dei consumatori statunitense è più grande del mondo. Le aziende statunitensi forniscono circa la metà del capitale di rischio globale e generano più della metà del fatturato globale del settore high-tech. Gli Stati Uniti sono il primo produttore mondiale di petrolio e gas, l’unico paese in grado di combattere guerre importanti lontano da casa. Forti di questi punti di forza gli USA dettano le loro dure condizioni pur rimanendo  ancora quella da preferire“.   Resterebbe  l’opzione proposta del Primo Ministro del Canada, Carney, nel suo discorso a Davos: la “geometria variabile“, una soluzione strategica per indicare la formazione improvvisata di coalizioni questione per questione. Ma questa  è una variabile di un ordine globale che funziona quando le minacce sono lontane e le grandi potenze tollerano l’ambiguità. Dopo che l’Europa ha creato un meccanismo chiamato INSTEX nel 2019 per aggirare le sanzioni statunitensi e continuare a commerciare con l’Iran, Washington ha minacciato i suoi utenti di escluderli dal sistema del dollaro. Ora più che nel 2019 gli Stati Uniti sono un sovrano sempre più difficile, prevaricano gli alleati con dazi, sanzioni, controlli sulle esportazioni, richieste di accesso militare ai loro territori e improvvisi cambi di politica.  

 Lo scenario più plausibile ci porta a Helmut Kohl                                             

Non credo che la soluzione giusta per l’Europa sia chiedere a Trump di rifare una nuova alleanza da una posizione meno forte di quella precedente che già era di evidente subordinazione. Gli Stati Uniti così come li conosciamo non hanno futuro. Trump e le forze neocon, e sioniste, che lo hanno riportato al potere hanno già  superato una quantità di linee rosse costituzionali e  sociali che non possono permettersi di cedere il potere a chi potrebbe perseguirli per il resto della loro vita.  Nel migliore dei casi diventeranno una autocrazia nel peggiore divideranno l’attuale federazione in due.  La soluzione migliore per l’Europa è mettersi in proprio e diventare la terza superpotenza se, come è sempre stata per secoli, rappresentasse un territorio con un mercato che va dall’Atlantico agli Urali. La Russia è una superpotenza territoriale, energetica e per le materie prime , si integra perfettamente con le necessità e capacità manifatturiere e commerciali dell’Europa occidentale. Non è una mia idea ma di Helmut Kohl, che qualche cosa più di me e degli attuali governanti la capiva. Un rapporto di complementarietà economica ben gestita dalla Merkel, che è progredita, generando benessere a tutta l’Europa,  fino a quando gli strateghi americani hanno capito del pericolo che gli Stati Uniti correvano nel permettere questa integrazione e hanno deciso di metterci un cuneo prima con l’allargamento militare della NATO  ad est e poi operando anche palesemente per strappare l’Ucraina alla sfera di influenza russa. Fino a quando nel 2014 questa integrazione ha funzionato l’Europa era una potenza economica con un PIL di qualche punto inferiore a quello USA,   con una crescita sopra il 2% e un surplus commerciale sui 200 mld. di euro, ora il PIL è al 18%, gli USA al 24%, il surplus commerciale è sceso a 120 mld. di euro e la crescita è sotto l’1%.   Se avessimo portato fino in fondo con decisione l’integrazione con la Russia questa sarebbe divenuta sempre più una potenza europea, e non asiatica, alleata e integrata con l’Europa e non con la Cina. Dubito che Trump avrebbe minacciato una Europa euro-russa di annettersi la Groenlandia. Ma su tutto questo vige la censura e il “pensiero unico” che però non riesce a eludere il pericolo delle opinioni pubbliche, che dove si vota contano,  che stanche dell’ambiguità degli attuali governanti nazionali ed europei  decidano di affidarsi a partiti come Alternative für Deutschland e Rassemblement National che ci porteranno in dono altri regalini sociali. Si percepisce che qualche cosa in questa direzione si muove e che tutte le parti in causa Europa, Russia e Ucraina hanno capito che non esiste una vittoria solo militare senza quella diplomatica. Fino a quando non lavoreremo per questo obiettivo continueremo a scodinzolare fra i piedi di Trump che periodicamente ci rifila un calcetto di fastidio.

RIPRODUZIONE RISERVATA ©