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08 Giugno 2026

La vita non è instagrammabile, ce lo dice il premio Pulitzer Jahi Chikwendiu

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Credit foto Washpostphoto Instagram

Di Rosamaria Fumarola

La distanza tra la vita e come preferiamo far credere che essa sia, in particolare la nostra, oggi più che mai risulta incolmabile e rappresentare le cose per quelle che sono è sempre più raro. Il patto di fedeltà a ciò che è autentico forse è stato in passato solo un modo tra i tanti di fare arte o buon giornalismo, ma oggi è venuto meno. La mia potrebbe risultare una semplice critica passatista, da nostalgici dei tempi nei quali hanno visto fiorire la propria giovinezza che, com’è noto, è bella per il solo fatto di essere quella che è, lo si sappia o meno. Tuttavia la mia impressione potrebbe essere anche qualcosa di diverso.

Il premio Pulitzer nella sezione reportage quest’anno è stato vinto dal lavoro di Jahi Chikwendiu per il Washington Post, che racconta i giorni vissuti da una coppia che decide di avere un figlio mentre il giovane padre, colpito dal cancro, sta per morire. Gli scatti, per la loro bellezza, provocano una dolorosa vertigine e rappresentano, tra le altre cose, l’occasione per comprendere quanto un mezzo come la fotografia sia capace ancora di realizzare qualcosa di artisticamente altissimo, a dispetto della quasi totalità della spazzatura che produciamo quotidianamente affinché faccia bella mostra di sé sui social. La notizia della vittoria del reportage di Jahi Chikwendiu non ha riempito le prime pagine dei nostri quotidiani, eppure gli scatti sono destinati a lasciare un segno indelebile nella storia della fotografia. Il dolore, il tragico disinteresse della vita in quanto tale per i desideri individuali, la compostezza di questa famiglia nel mantenere gli occhi aperti di fronte alla tragedia, mentre le sta togliendo ciò che più ama, fanno di questo lavoro un’ opera d’arte non meno degna delle tele di Munch che dipinse la malattia della giovanissima sorella o di taluni impressionisti che raccontarono la distanza tra la città industriale e le vite perdute di chi sapeva di dovere restare ai suoi margini. L’arte in questi casi è capace di restituire all’ uomo la dignità, regalandogli una vita diversa e presentandosi come il riscatto che la natura non concede mai. Chikwendiu, inutile dirlo, coglie non solo la poesia della drammatica giovinezza della coppia, ma i dettagli che molti di noi conoscono e che raccontano una storia consuetudinaria, quella del corpo ammalato che cambia a dispetto delle intenzioni umane. In uno scatto il giovane Tanner è in piedi, di spalle, in bagno con sua moglie. Si asciuga le mani mentre l’acqua scorre ancora nel lavabo, ma più del suo viso e di quello di Shay a parlare sono le ossa che sporgono dalla sua t-shirt e che ci dicono che è la malattia che esprime il possesso sul corpo e che è anche la sua storia a raccontarsi. Tutto questo, benché inizialmente condiviso dalla coppia sui social, subisce un cambio di prospettiva che ne muterà fortemente il senso quando il fotografo del Washington Post deciderà di farsi carico della narrazione, passando da ciò che i protagonisti decidono di condividere, alla quotidianità osservata senza i filtri generalisti di Instagram. In questo nuovo racconto non trova posto il “come si vorrebbe che fosse” sempre peraltro legittimo in chi decide di parlare di sé sui social, mostrando la parte migliore di sé o ciò che dovrebbe esserlo. Nella narrazione del fotografo troviamo invece colmata la distanza tra come ci vorremmo e come invece siamo, restituendoci la poetica che fu della cinematografia neorealista di De Sica, senza tuttavia la speranza nei tempi nuovi che le pellicole del celebre regista portarono con sé.

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Giornalista pubblicista, scrittrice, critica jazz, autrice e conduttrice radiofonica, blogger, podcaster, giurisprudente (pentita), appassionata di storia, filosofia, letteratura e sociologia, in attesa di terminare gli studi in archeologia scrivo per diverse testate, malcelando sempre uno smodato amore per tutti i linguaggi ed i segni dell'essere umano