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Editoriale

Viva le bacchettate di una volta!

Secondo l’attuale ministro dell’Istruzione Valditara la dignità a scuola deve raggiungersi attraverso metodi repressivi, i soli a suo avviso a consentire attraverso l’umiliazione, l’espiazione e dunque la crescita. In particolare propone che i bulli siano puniti con l’affidamento ai servizi sociali, esattamente come accade per chi viola talune norme del nostro ordinamento. Siamo certi però che quella indicata dal ministro sia la strada migliore da percorrere?

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Alfredo “il rosso” ne prendeva di bacchettate quando assieme eravamo alle elementari! E si dimenava saltando sulla sedia, arricciando il naso senza smettere di ridere per ciò che aveva appena combinato. 

Ce lo aveva scritto in faccia che la punizione non gli avrebbe fatto fare un passo indietro da ciò per cui veniva invece bacchettato,  quelle parole mute eppure pronunciate: “È più divertente dare fastidio che compiacere. La punizione l’ho capita ma non serve, non dove vivo io, non con chi vivo io”. Alfredo si sentiva umiliato nella misura in cui era escluso ed era l’agnello sacrificale necessario per “educare” un’intera scolaresca. Non era il frutto di una pedagogia perversa no, era il risultato di una situazione complessa e drammatica che la scuola ereditava e a cui non riusciva o non voleva porre rimedio. 

Alfredo era con tutta evidenza il capro espiatorio di un ordine sociale che aveva ed ha bisogno degli esclusi per permettere l’affermazione di pochi, spesso i soliti. Un po’ come i monarchi che esibivano una discendenza divina per legittimare il proprio potere, si fa credere che i bambini come Alfredo sono irredimibili perché cattivi e non perché nulla è stato fatto per consentirgli di acquisire la dignità di esseri umani, che non si fa propria al momento della nascita, ma che è il frutto di un lavoro complicato che in tanti devono fare. La dignità è infatti un risultato. Quella poi di cittadini può dipendere anche dalla politica. 

Ad esempio, secondo l’attuale ministro dell’Istruzione Valditara la dignità a scuola deve raggiungersi attraverso metodi repressivi, i soli a suo avviso a consentire attraverso l’umiliazione, l’espiazione e dunque la crescita. In particolare il ministro propone che i bulli siano puniti con l’affidamento ai servizi sociali, esattamente come accade per chi viola talune norme del nostro ordinamento. Il bullismo è un fenomeno odioso, ma siamo certi che sia espressione della presunta “cattiveria” di singoli e non l’epifenomeno di condizioni nate in risposta a qualcosa che sta nelle maglie della società e che il ministro non sembra interessato a conoscere? Solo un’analisi superficiale porta a punire senza risalire alle sue ragioni autentiche una devianza. I bulli ad esempio, quando agiscono lo fanno senza essere fermati dal resto della scolaresca o del gruppo. Non sono quanti fingono di non vedere altrettanto responsabili? E non dovrebbero anch’ essi finire ai servizi sociali? In punta di diritto si verrebbe infatti a configurare per costoro il reato di omissione di soccorso. 

Nella proposta del ministro c’è un elemento ricorrente che appare centrale per garantire l’efficacia della misura repressiva ed è l’umiliazione. Valditara durante l’ esternazione inneggia addirittura al suo valore pedagogico. Come tanti mi sono chiesta perché un ministro della Repubblica che fino ad un attimo prima è stato docente di diritto, proponga l’umiliazione degli studenti come il solo strumento in grado di produrre un miglioramento della loro condotta. Mi sono risposta che proprio la frequentazione assidua con il diritto gli fa forse interpretare la realtà senza le sfumature che gli atti non hanno ma che invece abbondano nella psiche degli esseri umani. Si può infatti ridurre un comportamento nella categoria del bene o del male a seconda degli effetti che produce, ma non altrettanto può essere fatto per l’animo dell’uomo. Qualunque vita, in linea di massima, costretta all’umiliazione, prova quella vergogna che in molti casi spinge ad evitare l’azione riprovevole, ma che in molti altri è proprio la ragione per continuare a porla in essere. Ciò accade perché la psiche è imprevedibile. Il fine riabilitativo della detenzione in carcere ad esempio, non si realizza se non in un numero limitatissimo di casi,  ad onta purtroppo di quanto dispone il dettato costituzionale.  Chi delinque continua a farlo anche dopo aver scontato la sua pena, anzi il carcere muta i rei occasionali in delinquenti abituali, perché pensare dunque che il ricorso a strumenti fortemente repressivi per uno studente sia pure bullo, possa dissuaderlo dal continuare ad agire in danno altrui? Senza che si indaghi sulle ragioni che producono la devianza, chiunque vive la punizione come un’ingiustizia e questo vale ancor di più se a sbagliare sono i giovanissimi. Mi sento pertanto di ritenere che la recente esternazione del ministro Valditara pecchi come minimo di superficialità, riducendo come fa, una problematica complessa ad una questione punitiva di delitto e pena che sta alla devianza degli studenti come  l’acqua all’olio. Non è che io creda alla virginale  spontaneità delle affermazioni di un politico,  sempre preoccupato di mantenere il consenso che gli garantisca di detenere e continuare ad esercitare il proprio potere. Men che meno credo alle scuse che puntualmente seguono alle provocazioni come quelle di Valditara e che appaiono irragionevoli e false perché è impossibile che il pensiero che le ha generate, subisca nel giro di poche ore un cambiamento tale da dar loro un senso diametralmente opposto a quello che in origine avevano. I politici infatti, nella stragrande maggioranza dei casi sono mentitori abituali, nei confronti dei quali non sarebbe fuori luogo pensare a strumenti utili di dissuasione, visto che le loro parole hanno un peso sulle esistenze di ciascuno di noi in quanto detentrici di un valore pubblico e non privato. Mi domando dunque se l’affidamento ai servizi sociali di chi da politico, faccia affermazioni fuori luogo, salvo subito dopo dichiararsi pentito, sia una misura sufficiente ad evitare la reiterazione della inopportuna condotta. Mi rispondo però che non si può utilizzare uno strumento repressivo per punire ciò che non si configura come reato…

Rosamaria Fumarola 

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Giornalista pubblicista, scrittrice, critica jazz, autrice e conduttrice radiofonica, giurisprudente (pentita), appassionata di storia, filosofia, letteratura e sociologia, in attesa di terminare gli studi in archeologia scrivo per diverse testate, malcelando sempre uno smodato amore per tutti i linguaggi ed i segni dell'essere umano