21 Giugno 2026
Il capitalismo terapeutico
Disoccupazione, precarietà, isolamento: i mali sociali scompaiono dalle statistiche e riappaiono nelle cartelle cliniche. Con un mercato degli antidepressivi già oltre i 22 miliardi di dollari, le cause strutturali restano intatte

Di Marlene Madalena Pozzan Foschiera
“Non è depressione, è capitalismo.” Così recitavano i murales del movimento cileno. Non come negazione della malattia, come sua diagnosi più onesta.
Esiste un fenomeno che cresce nell’ombra delle statistiche economiche, nelle pieghe dei bilanci sanitari nazionali, negli algoritmi delle piattaforme digitali. Non è ancora stato dichiarato emergenza globale, non ha un accordo internazionale alla sua misura come l’Accordo di Parigi per il clima, ma i suoi numeri sono devastanti. Oltre un miliardo di persone nel mondo convivono oggi con un disturbo mentale. In Italia, una su sei. Il costo per il sistema-paese supera i venti miliardi di euro l’anno. Eppure il Fondo Sanitario Nazionale destina alla salute mentale meno del tre percento delle risorse disponibili.
Marcio Pochmann, economista dell’Università di Campinas e attuale presidente dell’IBGE, l’Istituto Brasiliano di Statistica e Geografia, ha pubblicato nei giorni scorsi una riflessione che merita di raggiungere il dibattito europeo. Il suo argomento è tanto semplice quanto scomodo: stiamo assistendo alla costruzione sistematica di una economia della sofferenza, in cui i mali prodotti dall’organizzazione sociale del capitalismo contemporaneo vengono tradotti in diagnosi cliniche e, quindi, in mercato.
La patologizzazione del sociale
Il meccanismo è preciso. La disoccupazione si trasforma in ansia. La precarietà lavorativa diventa depressione. L’isolamento sociale viene classificato come disturbo comportamentale. La competizione permanente produce sindrome da burnout. In ciascun caso, la violenza strutturale scompare dalle statistiche sociali per riapparire nei referti medici. Il problema non è più della società, è dell’individuo. Non è più politico, è clinico.
Non si tratta di negare la realtà dei disturbi mentali, né i progressi della psichiatria, della psicologia e delle neuroscienze. Il problema emerge quando la logica della medicalizzazione avanza sulla comprensione stessa della condizione umana: la tristezza diventa depressione, l’inquietudine un disturbo, la differenza una patologia. Il filosofo britannico Mark Fisher, in Realismo Capitalista, aveva già anticipato questa traiettoria: la crescente incidenza del malessere psichico nelle società contemporanee chiede di essere politicizzata, non solo curata.
«Quando un’alterazione personale colpisce una parte significativa degli individui di una determinata società, non si tratta più di un problema individuale.» — C. Wright Mills, L’immaginazione sociologica (1959)
Il mercato della malattia
In questo contesto l’industria farmaceutica occupa una posizione strategica. Il mercato globale degli antidepressivi ha registrato 22,1 miliardi di dollari nel 2025 e si prevede che supererà i 32 miliardi entro il 2031, con una crescita annua del 6,5 percento. Johnson & Johnson ha acquisito Intra-Cellular Therapies nel giugno 2025 per 14,6 miliardi di dollari, un’operazione che rivela l’enorme appetito finanziario che orbita attorno al dolore psichico.
L’espansione delle categorie diagnostiche non è fenomeno neutro. Nuove classificazioni generano nuove terapie, nuovi farmaci, nuovi segmenti di mercato. Come documenta il Rapporto OsMed dell’Agenzia Italiana del Farmaco del 2024, le prescrizioni di psicofarmaci in età evolutiva sono aumentate in modo significativo. Foucault lo aveva analizzato già nel 1963 ne La nascita della clinica: l’estensione delle categorie medico-sanitarie alla vita quotidiana fa parte di una più ampia riorganizzazione del sapere e del potere.
Il caso Italia
Secondo l’ISTAT, nel 2025 il 28% della popolazione italiana ha registrato disturbi mentali, sei punti in più rispetto al 2022. Il 64% dei casi ha riguardato la fascia d’età lavorativa, tra i 20 e i 54 anni. Il costo sociale ha superato i 20 miliardi di euro annui, equivalente al 3,3% del PIL. Il Piano di Azione Nazionale per la Salute Mentale 2025–2030 è stato varato, ma i finanziamenti pubblici sono rimasti largamente insufficienti.
Il sorvegliante digitale
Pochmann aggiunge una dimensione che il dibattito europeo tende a sottovalutare: il ruolo delle piattaforme digitali. Gli algoritmi non si limitano a monitorare comportamenti, registrano emozioni, catturano pattern cognitivi, producono nuove forme di dipendenza psicologica. La salute mentale diventa così, simultaneamente, oggetto di intervento medico, sfruttamento economico e sorveglianza tecnologica.
È ciò che il sociologo chiama governance di popolazione in territorio: persone sempre più diagnosticate, medicate e controllate, che convivono con condizioni strutturali rimaste intatte. Si gestiscono le emergenze dei sintomi; non si toccano le cause. L’instabilità geopolitica, l’insicurezza economica e la pressione delle piattaforme digitali aggravano lo stress collettivo, ma la risposta che il sistema offre rimane rigorosamente personale.
Una crisi che esige risposta politica
In Italia, nel corso del 2025, la Proposta di Legge «Diritto a stare bene» puntava a rafforzare il servizio pubblico di psicologia, almeno uno psicologo ogni ventimila abitanti, accesso gratuito, presenza nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nelle carceri. Uno degli obiettivi dichiarati era ridurre la medicalizzazione eccessiva del disagio mentale. Un passo nella direzione giusta, che si è però scontrato con vent’anni di sottofinanziamento cronico del settore.
Nel mondo del lavoro, una svolta regolatoria è già in corso: la nuova NR-1 brasiliana, in vigore dal maggio 2026, obbliga le imprese a includere i rischi psicosociali, stress, mobbing, sovraccarico, obiettivi abusivi, nei piani di gestione del rischio. La norma si allinea alla ISO 45003 internazionale e rappresenta un modello che l’Europa farebbe bene a studiare.
Ma le riforme normative, per quanto necessarie, non bastano finché operano entro la medesima logica che riduce il problema alla dimensione privata. La domanda di Pochmann resta urgente: stiamo affrontando una crisi della salute mentale, o una crisi dell’organizzazione sociale, economica e politica contemporanea? Le due cose non sono separabili. Finché si risponderà alla seconda con gli strumenti della prima — diagnosi, farmaci, app di meditazione — si farà soltanto crescere il perimetro del capitalismo terapeutico.
«L’epidemia più silenziosa del XXI secolo forse non è quella dei disturbi psicologici. È la naturalizzazione di un sistema che trasforma la sofferenza in merce, la diagnosi in identità e la cura in opportunità di business.» — Marcio Pochmann, economista e presidente dell’IBGE (Brasile), giugno 2026
Guarire le persone senza guarire la società che le ferisce: è questo il grande inganno del capitalismo terapeutico. Un sistema che ha imparato a trarre profitto dal dolore che produce e a presentarlo come scienza.
Questo articolo è elaborato a partire dalla riflessione di Marcio Pochmann — economista dell’Unicamp e presidente dell’IBGE —, pubblicata il 15 giugno 2026 su Brasil 247 e A Terra É Redonda.
FONTI: OMS (2025) · ISTAT (2025) · Rapporto OsMed AIFA (2024) · Psychiatry Online Italia / SIEP (2025) · Mordor Intelligence — Antidepressants Market (2026) · Piano di Azione Nazionale per la Salute Mentale 2025–2030 · Marcio Pochmann, “A nova economia do sofrimento”, Brasil 247 / A Terra É Redonda , 15.06.2026

