06 Luglio 2026
La Mappa Contesa: Perù, Colombia e la Mano di Trump sulla Scacchiera Elettorale Latino americana
Tra giugno e luglio 2026, l’estrema destra ha vinto le elezioni presidenziali in Perù (Keiko Fujimori) e Colombia (Abelardo de la Espriella) con margini ridottissimi. Entrambi i candidati hanno ricevuto il sostegno diretto di Donald Trump, configurando una strategia geopolitica statunitense definita dagli analisti “Dottrina Donroe” e supportata dall’alleanza militare “Scudo delle Americhe”. Il prossimo obiettivo cruciale di questo riposizionamento di Washington sarà il Brasile nelle presidenziali di ottobre

Di Marlene Madalena Pozzan Foschiera
Tra la fine di giugno e l’inizio di luglio del 2026, Perù e Colombia hanno concluso due dei più importanti processi elettorali dell’America del Sud. Le vittorie dell’estrema destra in entrambi i Paesi hanno ricevuto il sostegno esplicito di Donald Trump e sono state interpretate come parte di una strategia di Washington volta ad ampliare la propria influenza nella regione. Il prossimo grande capitolo di questa disputa sarà scritto in Brasile, che nel mese di ottobre terrà le elezioni presidenziali.
Il sostegno di Trump
Nel giro di meno di un mese, Perù e Colombia hanno eletto i loro nuovi presidenti in consultazioni decise da margini estremamente ridotti. In Perù, la candidata dell’estrema destra Keiko Fujimori ha sconfitto il candidato progressista Roberto Sánchez con appena 49.641 voti di scarto, ottenendo il 50,135% contro il 49,865%. In Colombia, il candidato dell’estrema destra Abelardo de la Espriella ha sconfitto il senatore progressista Iván Cepeda con il 49,66% contro il 48,70%, ponendo fine agli otto anni del governo di Gustavo Petro.
In entrambi i casi, Donald Trump ha dichiarato pubblicamente il proprio sostegno ai candidati prima del secondo turno e ha celebrato le loro vittorie come parte di una strategia di riposizionamento degli Stati Uniti in America Latina. Per numerosi analisti, questo movimento rappresenta un aggiornamento della Dottrina Monroe, formulata nel 1823 sul principio secondo cui l’America Latina costituiva un’area d’influenza degli Stati Uniti, interpretazione che è stata ribattezzata “Dottrina Donroe”. Questa strategia ha assunto una dimensione concreta con il lancio dello “Scudo delle Americhe”, un’alleanza militare e d’intelligence presentata da Washington nel mese di marzo per rafforzare la cooperazione regionale nella lotta contro il narcotraffico e ampliare il coordinamento strategico tra governi alleati.
L’intervento di Trump è stato diretto. In Colombia ha definito le elezioni «molto importanti» per le relazioni bilaterali e, dopo la vittoria di De la Espriella, si è attribuito parte del merito del risultato, descrivendo il presidente eletto come «un grande leader». In Perù, una pubblicazione sulla piattaforma X di un suo alleato ha rivelato incontri tra Keiko Fujimori e membri dell’entourage di Trump a Mar-a-Lago, quando la candidata risultava ancora indietro nei sondaggi.
Questi episodi suggeriscono un più ampio processo di riposizionamento della politica estera statunitense. L’attenzione di Washington si rivolge ora al Brasile, che nel mese di ottobre terrà le elezioni presidenziali. Lo stesso Donald Trump ha già affermato che il Paese rappresenta «la prossima grande prova» della sua strategia per l’America Latina. Il 23 giugno ha condiviso sulla sua piattaforma Truth Social un articolo del columnist John Gizzi, pubblicato dal portale conservatore Newsmax, secondo il quale il Brasile sarà «la sfida più decisiva dell’emisfero» e potrà consolidare un nuovo equilibrio di forze nella regione. Non si tratta quindi soltanto di un’ipotesi formulata dagli analisti, ma di un’aspettativa dichiarata pubblicamente dallo stesso entourage politico del presidente statunitense.
Il Brasile rappresenta circa la metà della popolazione e del territorio dell’America del Sud, possiede la maggiore economia della regione, fa parte dei BRICS e del Mercosur e, dal 2009, ha nella Cina il suo principale partner commerciale. Per queste ragioni, qualsiasi cambiamento nell’orientamento politico del Paese tende a produrre effetti che vanno ben oltre i suoi confini, influenzando direttamente l’equilibrio geopolitico dell’America del Sud e dell’intera America Latina.

