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01 Giugno 2026

Hantavirus: ai confini della realtà

Un nuovo virus. Il rischio di una nuova pandemia. La paura di un nuovo lockdown. E un nome che non promette nulla di buono: Hantavirus.

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Di Rossana Vaudo

La casa farmaceutica Moderna, proprio quella dei vaccini contro il COVID, lo studiava già nel 2023. Fu anche protagonista di uno degli episodi del telefilm X files, nelle vesti di virus “governativo”, usato per mascherare l’epidemia provocata da un temibile agente virale alieno.

Sono i primi di maggio quando l’hantavirus torna a fare parlare di sé sottraendo per diversi giorni spazio e attenzione alle notizie provenienti dai fronti di guerra e dagli Stati Uniti.

Tutto inizia su una nave da crociera, la MV Hondius, che accompagna facoltosi appassionati di natura alla scoperta di ambienti estremi, fuori dai consueti itinerari di viaggi. È a bordo di quella nave che viene identificato il cosiddetto paziente zero. Si tratta di un ornitologo olandese, che ha scelto di visitare una discarica argentina solo per osservare un raro uccello necrofago, il caracara di Darwin. Ed è proprio lì che a quanto pare entra in contatto con il virus. Contenuto nei residui volatili delle feci di uno strano topo, il ratto del riso pigmeo dalla coda lunga, che l’uomo ha inconsapevolmente inalato.

Una storia alquanto fantasiosa. Tanto più che non termina qui: bisogna infatti aggiungere che questo virus, fino ad allora incapace di trasmettersi da uomo a uomo, avrebbe compiuto, proprio nel corpo del settantenne olandese, un processo chiamato spillover, che ha reso possibile la trasmissione da uomo a uomo.

Al confronto, l’ipotesi, chissà perché poco discussa, che l’infezione sia partita da fiale sparite da un laboratorio australiano, appare forse più verosimile. E senz’altro più comprensibile.

Intanto, mentre una casa farmaceutica giapponese è pronta a fornire le prime dosi di un antivirale sperimentale, il favipiravir, ed un nuovo allarme viene lanciato dal Congo, a causa di un esteso focolaio del virus Ebola, le paure forse diminuiscono ma i sospetti aumentano.

Eppure, prima di affrontare qualunque discussione o avanzare qualsiasi ipotesi, bisognerebbe saper rispondere a una domanda: chi è, o cos’è, realmente un virus?

Sì, perché stiamo parlando di un’entità ambigua, che i biologi stessi hanno difficoltà a classificare e che definiscono semplicemente come parassita endocellulare obbligato. Come i malware che infettano i nostri computer, potremmo paragonarlo a una sorta di programma, inutile se non c’è un PC in grado di leggerlo: senza una cellula che lavori per lui, il virus è solo un insieme di istruzioni destinate a deteriorarsi velocemente. Il suo scopo è perciò creare il più alto numero di copie di sé stesso prima che quella in cui si trova muoia. Nel suo genoma ci sono le istruzioni per manipolare la cellula ospite e sfruttarla per produrre repliche di sé stesso.

I sintomi della malattia non dipendono direttamente a virus, ma dall’intervento del nostro sistema immunitario. Per questo, come nel caso del Covid, possono variare così tanto da persona a persona.

C’è ancora un passaggio, però, che è necessario comprendere, ovvero in che modo il virus riesce a replicarsi.

Sebbene non autonomo in quanto privo di cellule proprie, il virus condivide con gli esseri viventi la molecola portatrice dell’informazione genetica: il DNA, o, in qualche caso l’RNA. Il libretto di istruzioni del virus è scritto quindi in un linguaggio universale, comune a ogni specie: una catena formata da quattro tipi diversi di nucleotidi, il cui numero e la cui esatta sequenza determina le differenze tra un organismo e l’altro. Replicare il virus significa perciò trascrivere questa sequenza. Usando i nucleotidi già presenti nella cellula ospite, compresi quelli che ne compongono il genoma.

Il problema è che, non avendo il virus strumenti di controllo, questa replicazione non è sempre esatta. In altri termini, il virus muta facilmente.

Non di rado può capitare che una copia si porti dietro un frammento del genoma dell’ospite. E che sia proprio questo frammento a renderlo capace di infettare cellule di nuove specie. Si chiama spillover, salto di specie. Un evento la cui probabilità è tanto più elevata quanto lo è il numero di individui a stretto contatto, ossia quanto più numerosa è la popolazione umana e quanto più frequentemente ci troviamo a invadere gli habitat di altre specie.

Nulla di troppo strano, dunque, quanto accaduto sulla nave Hondius.

In assenza di queste conoscenze, tuttavia, è facile cedere alla lusinga di spiegazioni semplici e più immediate da comprendere.

Ma c’è di più. Supporre che ogni nuovo virus sia un prodotto artificiale finalizzato ad arricchire case farmaceutiche, superpotenze straniere o poteri forti non ben identificati, ricercare la colpa di ogni fenomeno che non riusciamo a comprendere nel diabolico progetto di un altro essere umano, significa anche negare la vulnerabilità intrinseca della nostra specie. Aiuta a esorcizzare la paura.

Una visione focalizzata su un nemico, su un bersaglio, finalizzata a seminare odio e diffidenza, anziché consapevolezza, non può essere però la soluzione. Né, in un mondo sempre più complesso, può esserlo la semplificazione.

La realtà si misura con i limiti della nostra conoscenza. Per questo è necessario espanderla se vogliamo sopravvivere.

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