27 Luglio 2026
WASHINGTON SCATENA LA GUERRA DOGANALE: DAZI AL 25% E ASSALTO POLITICO CONTRO IL BRASILE
Dazi USA al 25% sul Brasile: un’ingerenza economica per influenzare le imminenti elezioni.

Di Maddalena Celano
La decisione dell’amministrazione statunitense di colpire il Brasile con una nuova ondata di dazi pesanti — fissati al 25% sui prodotti in arrivo nei porti americani — rappresenta un atto di aperta ingerenza economica e politica. Calendarizzata chirurgicamente a meno di tre mesi dalle elezioni presidenziali di ottobre, la mossa della Casa Bianca punta a destabilizzare il quadro istituzionale di Brasilia, tentando di favorire le ambizioni della destra sovranista e di riaffermare un controllo egemonico sull’intera America Latina.
DALLA “CLAVA” ALL’USO POLITICO DELLE SANZIONI DOGANALI
Fallito il tentativo iniziale di imporre tariffe generalizzate tramite decreti d’emergenza — bloccati lo scorso febbraio dalla Corte Suprema statunitense, che ne aveva giudicato illegittimo il ricorso ai sensi dell’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) —, l’amministrazione Trump ha dovuto ripiegare su strumenti normativi differenti.
Per aggirare lo stop dei giudici, Washington ha rispolverato la Section 301 del Trade Act del 1974, la stessa leva già utilizzata contro la Cina durante il primo mandato. Tuttavia, la scelta di attivare questo meccanismo contro il Brasile con una tempistica così ravvicinata al voto autunnale non lascia spazio a dubbi sulla sua natura strumentale: non si tratta di una mera controversia commerciale, ma di una chiara pressione politica mirata a condizionare la volata verso le urne.
IL FATTORE BOLSONARO E IL CORTOCIRCUITO DELLE DESTRA BRASILIANA
Al centro di questa fitta rete di pressioni si muove attivamente il clan Bolsonaro. Nonostante l’ex presidente Jair Bolsonaro si trovi formalmente fuori dai giochi politici a causa delle pesanti condanne giudiziarie che lo hanno estromesso dalla competizione, l’eredità e la continuità della sua linea sono state raccolte dal figlio, il senatore Flávio Bolsonaro. Quest’ultimo ha moltiplicato i viaggi e i contatti diretti con gli ambienti della Casa Bianca, cercando di sollecitare un intervento esterno di Washington che potesse risollevare le sorti della destra brasiliana in vista delle presidenziali che vedono Lula difendere il proprio mandato.
Paradossalmente, però, questa strategia rischia di produrre un effetto boomerang per i suoi stessi promotori. Le ripetute pressioni di Washington e l’imposizione di dazi punitivi vengono lette da gran parte dell’opinione pubblica brasiliana come un inaccettabile ricatto imperialista e un attacco diretto alla sovranità nazionale. Un sentimento che finisce per compattare l’elettorato attorno alla difesa dello Stato e ad avvantaggiare politicamente lo stesso blocco di governo, con i sondaggi che confermano come la responsabilità delle sanzioni venga attribuita dai cittadini proprio a chi, tra le file della destra locale, ha cercato sponde a Washington.
IL BRASILE COME “BANCO DI PROVA” IMPERIALE
Il caso brasiliano s’inserisce in una dottrina più ampia che l’amministrazione statunitense sta applicando su scala globale: trasformare i partner commerciali in “banchi di prova” per dimostrare che chiunque rifiuti di sottostare ai diktat di Washington finirà comunque per essere colpito, a prescindere dalle conseguenze politiche interne al Paese bersaglio.
La pressione esercitata sul Brasile mostra come la Casa Bianca intenda utilizzare la leva tariffaria e la destabilizzazione economica come armi di condizionamento politico, tentando di ribaltare con la forza dei mercati ciò che le urne e i processi democratici locali faticano a garantire alle destre allineate. Lo scontro in terra brasiliana non riguarda dunque solo i flussi doganali, ma la definizione stessa dei margini di autonomia geopolitica per l’intero subcontinente.

