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06 Luglio 2026

IL FRONTE UCRAINO ALLA VIGILIA DEL VERTICE ANKARA

le forze russe avanzano su quasi tutti i fronti (Konstantinovka, Barove, Liman) mettendo sotto pressione Slavyansk-Kramatorsk, mentre Mosca sconta una crisi interna del carburante e l’asse con Minsk e Pechino si rafforza, tutto alla vigilia del summit NATO di Ankara.

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Konstantinovka cade, l’asse eurasiatico si consolida, la Russia sconta il prezzo del carburante

Aree di crisi nel mondo n. 294 frl 5-7-2026

di Stefano Orsi

La settimana che porta al vertice NATO di Ankara, convocato per il sette e l’otto luglio duemilaventisei, si apre con un quadro militare che vede l’iniziativa saldamente nelle mani russe su quasi tutti i settori del fronte, mentre sul piano diplomatico si moltiplicano i contatti tra Mosca, Kiev e Washington. Nelle ore della festa dell’indipendenza americana, il presidente ucraino Zelensky e il presidente russo Putin hanno avuto conversazioni telefoniche separate con il presidente statunitense Trump. Secondo il consigliere del Cremlino Yuri Ushakov, Putin avrebbe ribadito la disponibilità di Mosca a una soluzione diplomatica del conflitto, mentre Zelensky ha parlato di una possibilità reale di porre fine alla guerra, sottolineando il peso che la determinazione americana potrebbe avere sull’esito del confronto.

In questo contesto si inserisce la proposta del ministero della Difesa russo di sospendere i bombardamenti su Konstantinovka dalle ore dodici alle diciotto, ora di Mosca, del sei luglio, per consentire l’evacuazione dei civili rimasti in città e il recupero delle salme dei militari caduti. Una mossa che si intreccia con la battaglia delle percezioni attorno alla città, dopo che Zelensky ha proposto a Putin di incontrarlo proprio a Konstantinovka per verificare sul campo la reale situazione del controllo territoriale.

Sul fronte settentrionale, nella regione di Karkov, le forze russe hanno preso il controllo completo di due insediamenti, Losivka e Zemlyanoy Yar, aree fino a poco tempo fa considerate zona grigia. A Losivka le unità russe si concentrano ora sul consolidamento dei propri fianchi prima di proseguire più a fondo nel territorio, secondo una logica operativa che privilegia la sicurezza delle posizioni conquistate rispetto alle avanzate rapide ma esposte. A Volchansk la situazione resta critica per la difesa ucraina, con le forze russe che controllano la maggior parte delle rovine della città e stanno tentando di accerchiare i pochi difensori rimasti. Le truppe russe avanzano inoltre verso Pylna e Shvchivka, mentre a Karkov sono stati colpiti parcheggi e aree di concentramento di automezzi militari, con fonti che riferiscono di sei camion distrutti in un solo attacco notturno.

Il settore orientale resta quello dove si concentrano gli sviluppi più significativi. Lungo il fiume Oskil, la sacca di Barove risulta ormai completamente tagliata fuori dalle linee di rifornimento ucraine, con gli insediamenti di Novyi, Lubovka, Chesna e Shikfka passati sotto controllo russo. Secondo le stime più prudenti, nelle prossime due o tre settimane le forze ucraine potrebbero essere costrette a un’ulteriore ritirata verso sud. Anche a Liman, roccaforte a est di Slavyansk isolata da tempo dalle linee di rifornimento, le forze russe risultano vicine a completare la conquista, secondo quanto riferito dal capo di Stato maggiore russo Rudskoj.

Il caso più rilevante della settimana riguarda tuttavia Konstantinovka. Il tre luglio Putin ha ricevuto, in una riunione con i vertici del Gruppo di Forze Sud, un rapporto sul passaggio completo della città sotto controllo militare russo, con un’area liberata che supererebbe i sessantasei chilometri quadrati secondo il portavoce del Cremlino Peskov e il capo del GOU dello Stato maggiore Rudskoj. I resti della guarnigione ucraina si sarebbero ritirati oltre il fiume Krivoj Torets, con alcuni soldati che lo avrebbero attraversato a nuoto nel punto in cui confluisce nel fiume Lozovaya, sotto il tiro di droni e cecchini russi. Resta, secondo le fonti di questo giornale, una sottile striscia di zona grigia nella periferia nord occidentale della città, in direzione del villaggio di Osykovo, che le unità russe starebbero bonificando gradualmente casa per casa.

Precisazione editoriale. Il controllo operativo e militare di Konstantinovka da parte delle forze russe appare ormai un fatto acquisito, confermato da numerose riprese sul terreno.
Restano tuttavia alcune posizioni residue non ancora completamente neutralizzate nel settore nord occidentale, verso Osykovo. Questa testata attende che ogni singola sacca sia bonificata prima di parlare di liberazione integrale della città, per non cedere alla stessa propaganda che si rimprovera alla controparte.

Sul piano politico, Zelensky ha definito l’annuncio russo una menzogna e ha rilanciato la sfida a un incontro diretto con Putin a Konstantinovka, mentre Peskov ha replicato ricordando che la capitale della Federazione Russa resta Mosca. Anche l’ISW ha messo in dubbio la portata dell’annuncio, sostenendo che la presenza russa in città sarebbe composta perlopiù da piccoli gruppi infiltrati, una lettura che appare difficile da conciliare con la mole di materiale video pubblicato dalle unità sul terreno e con la decisione dello stesso comando ucraino di non inviare più rinforzi alla città. Le perdite della guarnigione ucraina a Konstantinovka sono stimate da fonti russe in poco meno di quattordicimila tra morti e feriti, una cifra inferiore alle circa cinquantamila di Bakhmut e alle circa sessantamila di Pokrovsk e Mirnograd.

Poco più a ovest, le parti orientali di Dobropolye risultano sotto controllo russo, mentre le forze russe hanno raggiunto le periferie di Druzhkovka, nodo logistico essenziale per la difesa ucraina del Donbass. La caduta di questi due centri comprometterebbe ulteriormente la tenuta dell’agglomerato di Slavyansk e Kramatorsk, oggi separato da Konstantinovka da una distanza inferiore agli otto chilometri, con il fronte russo che può avanzare su un arco di circa quaranta chilometri. Attorno a Shevchenkove, dove le forze ucraine hanno costruito una fitta rete di fortificazioni dal duemilaventiquattro, tutto lascia pensare che una terza battaglia per il controllo dell’area sia ormai imminente, forse tra la seconda parte di quest’anno e l’inizio del prossimo. L’agglomerato di Slavyansk e Kramatorsk resta comunque il vero obiettivo strategico dietro tutte le manovre in corso, la cui sorte peserà in modo determinante su qualunque futuro negoziato.

Sul fronte meridionale, a Pokrovsk si registrano scontri senza mutamenti territoriali di rilievo, mentre a Orekhov e Primorskoye le battaglie restano intense, con possibili annunci attesi in coincidenza con il summit di Ankara. Le città di Zaporoje e Dnepr sono state colpite da bombardamenti notturni con bombe e droni, e secondo il ministero della Difesa ucraino, nelle dodici ore precedenti la Russia avrebbe impiegato centoventinove droni contro il territorio ucraino, a conferma dell’intensità della pressione aerea su questo settore, dove l’obiettivo russo resta quello di avvicinarsi alla città di Zaporoje e mantenere sotto minaccia la locale centrale nucleare.

Sul piano della guerra aerea strategica, nella notte tra il primo e il due luglio si è consumato quello che viene descritto come uno degli attacchi più estesi sulla capitale ucraina dall’inizio del conflitto, con fonti che parlano di ottanta missili, tra cui dodici vettori ipersonici Zircon, oppure, secondo altre stime, di circa cinquecentosettanta vettori aerei complessivi tra droni e missili. La difesa aerea ucraina sarebbe riuscita a intercettarne solo una parte, un dato che, trattandosi della capitale dove si concentra il massimo delle capacità difensive disponibili, indica un logoramento ormai strutturale della componente antiaerea ucraina. Tra gli obiettivi colpiti figurano un terminal logistico e depositi di carburante nel distretto di Obolon, secondo il ministero della Difesa russo utilizzati anche per la produzione dei droni Flamingo impiegati da Kiev per gli attacchi in profondità nel territorio russo.

Proprio la questione del carburante rappresenta l’elemento più delicato e meno lineare del quadro complessivo, e merita di essere trattata con lo stesso rigore riservato a ogni altra fonte. Sul lato ucraino, la campagna russa contro la logistica dei carburanti di Kiev prosegue con efficacia crescente: a Sumy risulta distrutto il novantanove percento delle stazioni di servizio cittadine, tra Dnepr e Zaporoje non risulterebbe più operativo alcun distributore, e gli attacchi si sarebbero estesi fino all’Ucraina centrale, con colpi su tre stazioni lungo la strada M tre tra Kiev e Karkov. Sono state colpite anche sottostazioni energetiche a Birki e Lozovaya, essenziali per il traffico ferroviario militare.

Sul lato interno russo, tuttavia, il quadro è meno favorevole a Mosca di quanto una lettura superficiale potrebbe suggerire, e va riportato con la stessa onestà pretesa dalle fonti ucraine. Gli attacchi in profondità condotti da Kiev con droni a lungo raggio e missili da crociera Flamingo avrebbero colpito nel corso di giugno undici raffinerie, sette strutture logistiche del settore e otto impianti dell’industria militare russa, arrivando fino agli Urali e alla Siberia. Lo stesso Putin ha ammesso pubblicamente che questi attacchi creano problemi, riconoscendo un calo delle riserve nazionali di carburante di circa il quattro percento rispetto all’anno precedente. Secondo le stime di Energy Intelligence, la lavorazione di greggio nelle raffinerie russe a giugno sarebbe scesa a circa quattro milioni di barili al giorno, un calo del venticinque percento rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, il livello più basso da oltre vent’anni. Il governo russo ha introdotto un tetto alle vendite in molte regioni, ha sospeso l’esportazione di benzina e ha avviato trattative per importare carburante dall’estero.

Va detto con chiarezza, per non cadere nello stesso vizio che si rimprovera alla narrazione atlantista. La crisi dei carburanti in territorio russo è un dato reale, ammesso dallo stesso Cremlino, e non un’invenzione della propaganda ucraina.
Detto questo, come sottolinea Gianandrea Gaiani di Analisi Difesa, la Russia dispone ancora di riserve ampie e di una capacità industriale sufficiente ad assorbire questi colpi senza che la macchina militare venga compromessa nel breve periodo. Si tratta di attrito logistico, non di collasso operativo, ed è proprio questa distinzione a separare l’analisi seria dal titolo urlato.

La tendenza complessiva resta dunque favorevole a Mosca sul piano militare e territoriale, ma sarebbe disonesto presentare come un successo logistico senza ombre quello che oggi è, per la Russia, un fronte interno sotto pressione reale.

Sul piano geopolitico più ampio, le minacce ucraine di colpire il territorio bielorusso per disattivare i ripetitori utilizzati dai droni hanno prodotto l’effetto opposto a quello sperato da Kiev. Il presidente Lukashenko ha volato prima a Mosca per incontrare Putin, poi a Pechino per un vertice con Xi Jinping, da cui è uscito un ulteriore consolidamento dell’asse che lega Mosca, Minsk e Pechino, definitesi partner strategici globali in tutte le condizioni meteorologiche, formula che nel linguaggio diplomatico cinese indica un legame di massima priorità. A questo si aggiunge il caso Nord Stream, con le procure tedesche che hanno accusato le autorità statali di Kiev di aver ordinato il sabotaggio del duemilaventidue e con l’arresto dell’ex capitano delle forze operative speciali ucraine Serhiy Kuzminov, episodio che avrebbe già causato alla Germania una perdita di prodotto interno lordo stimata tra i centottanta e i duecentoventi miliardi di euro.

La settimana che porta al summit di Ankara conferma dunque una tendenza a due velocità. Sul terreno, da Volchansk a Konstantinovka, dalla sacca di Barove a Liman, l’iniziativa resta nelle mani russe, con un fronte che si allarga su più direttrici e mette progressivamente sotto pressione l’agglomerato di Slavyansk e Kramatorsk. Sul piano geopolitico, l’asse tra Mosca, Minsk e Pechino esce rafforzato da ogni tentativo occidentale di isolarlo. Sul fronte interno, però, la Russia sconta un costo reale in termini di carburante, un costo che va riconosciuto con onestà proprio per rendere più credibile, e non meno, la lettura di un conflitto che si avvia verso una fase potenzialmente decisiva.