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06 Luglio 2026

Mercosur a 35 anni: l’integrazione regionale in un mondo diviso 

La 68ª Cima del Mercosur ad Asunción segna una fase di ridefinizione strategica per il blocco, diviso tra spinte all’integrazione regionale (sostenute da Lula) e spinte bilaterali (rappresentate dall’assenza dell’argentino Milei). Tra le tensioni per il congelamento parziale dell’accordo con l’Unione Europea da parte del Brasile e le storiche asimmetrie strutturali sollevate dal Paraguay, il blocco sposta il suo asse commerciale verso l’Asia, avviando negoziati strategici con Giappone e Cina

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Foto di gruppo dei capi di Stato del Mercosur ad Asunción, in Paraguay, il 30 giugno 2026. Credito: Presidenza paraguaiana.

Di Marlene Madalena Pozzan Foschiera

Trentacinque anni dopo la firma del Trattato di Asunción, il Mercosur è tornato al centro della geopolitica sudamericana. La 68ª Cima dei Capi di Stato, tenutasi il 29 e 30 giugno nella capitale paraguayana, si è svolta in un momento di profonde trasformazioni. Il ritorno del protezionismo, la rivalità strategica tra Stati Uniti e Cina e la frammentazione del commercio mondiale stanno riscrivendo le regole del gioco. 

Più che celebrare un anniversario, la riunione ha rivelato che il blocco cerca di ridefinire il proprio ruolo. Il dibattito non ruota più solo sulle tariffe doganali, ma coinvolge sovranità economica, energia, infrastrutture, minerali strategici e inserimento internazionale. 

Un mondo più chiuso esige più integrazione 

I discorsi hanno converso su una diagnosi comune: lo scenario internazionale è diventato più instabile. Guerre, barriere commerciali e rivalità tecnologiche alterano profondamente l’economia mondiale. 

In questo contesto, il presidente Luiz Inácio Lula da Silva ha sostenuto che l’integrazione regionale non è più un’opzione, ma una necessità strategica. Sviluppare catene produttive regionali, ampliare l’integrazione energetica e rafforzare settori strategici rappresenta sovranità per tutti i paesi del blocco. 

La frase secondo cui “il progetto di integrazione deve stare al di sopra delle ideologie” ha sintetizzato lo sforzo di mantenere un’agenda comune di fronte a governi diversi. Ma la cima ha esposto una tensione: il Mercosur non sopravvive nonostante le ideologie. È fatto di ideologie. Ogni governo proietta nel blocco il modello di inserimento internazionale che difende per il proprio paese. 

In Brasile, Lula punta sulla riindustrializzazione e sull’autonomia sudamericana. In Argentina, Milei smantella la partecipazione istituzionale e cerca accordi bilaterali con Washington. In Paraguay, Peña negozia con pragmatismo, approfittando del vuoto lasciato dall’assenza argentina. Il Mercosur non è un progetto unico. È un palcoscenico dove progetti distinti competono per l’egemonia. 

Lula è andato oltre. Ha chiesto maggiore integrazione e ha criticato la polarizzazione, avvertendo che le rivalità geopolitiche crescono e l’unilateralismo prende forza. In un momento in cui la democrazia è minacciata in tutto il mondo, e in Brasile gli estremisti hanno addirittura pianificato un colpo di Stato, ha ribadito che il rispetto della volontà popolare ha prevalso in Sud America. 

Le asimmetrie che non scompaiono 

Aprendo la riunione, il presidente del Paraguay, Santiago Peña, ha riconosciuto che il blocco deve rispondere alle aspettative dei propri membri. I progressi degli ultimi tre decenni sono innegabili, ma insufficienti. 

Peña ha difeso nuovamente un trattamento più equilibrato per paesi con limitazioni strutturali. Il Paraguay, senza sbocco sul mare, paga di più per trasportare le proprie merci e perde competitività. La sua critica principale è stata rivolta all’accordo commerciale tra Mercosur e Unione Europea. 

Il trattato è stato considerato un capo diplomatico e ratificato a velocità record tra febbraio e marzo di quest’anno. Tuttavia, il 26 giugno il Brasile ha sospeso parti dell’accordo. La decisione, alla vigilia della cima, ha cambiato il tono. Non era più una celebrazione, ma una negoziazione aperta. 

La sospensione brasiliana ha mostrato che la preoccupazione per le asimmetrie ha limiti nazionali. Il governo brasiliano ha agito per proteggere l’agroindustria dalle tariffe europee e da norme ambientali considerate barriere commerciali. Peña, dal canto suo, invocava le stesse asimmetrie per esigere regole che beneficiassero il Paraguay. Ogni paese tira la corda dalla propria parte. Resta la domanda: esiste un progetto comune di sviluppo, o solo una somma di domande nazionali impacchettate in retorica integrazionista? 

Nel chiedere “a che serve un accordo di libero scambio che amplia le asimmetrie”, Peña ha portato al centro del dibattito una questione antica del Mercosur. L’accordo con l’UE prevede l’apertura di settori industriali dove Brasile e Argentina hanno vantaggio, mentre Paraguay e Uruguay dipendono da periodi di adattamento che, in pratica, potrebbero non concretizzarsi mai. La risposta dipende da chi la formula e da quale interesse difende. 

Da qui l’importanza del Fondo per la Convergenza Strutturale del Mercosur, creato per finanziare opere infrastrutturali e ridurre le disuguaglianze. Il Brasile ha annunciato un nuovo apporto di 100 milioni di dollari. Il gesto rafforza la leadership brasiliana, ma espone una dipendenza: senza la partecipazione costante dell’Argentina, che oggi privilegia altri allineamenti, il fondo rischia di diventare strumento unilaterale di Brasilia, non politica condivisa. 

Il fondo opera dal 2005 con risorse modeste e non ha mai invertito in modo strutturale le disuguaglianze tra i membri. I 100 milioni di dollari sono benvenuti, ma non risolvono l’equazione. 

Lo sguardo si volta all’Asia 

Se per anni la priorità è stata nelle negoziazioni con l’Unione Europea, la cima ha rivelato un cambiamento di prospettiva. L’annuncio di negoziazioni con il Giappone è stato considerato un passo storico. Ancora più significativa è stata la dichiarazione che, conclusa questa fase, il Mercosur intende negoziare con la Cina. 

La Cina è già il principale partner commerciale di Brasile, Uruguay e di diversi paesi sudamericani. Un accordo in blocco altererebbe l’inserimento internazionale del Mercosur e amplierebbe la sua presenza nel mercato asiatico. 

La scommessa non è esente da tensioni. Il Brasile esporta già principalmente soia e minerale di ferro verso la Cina, mentre importa manufatti di maggior valore aggiunto. Ma la differenza rispetto alle potenze occidentali sta nella forma del rapporto. La Cina non condiziona la cooperazione all’allineamento ideologico, non impone aggiustamenti fiscali come il FMI, non interferisce nella politica interna dei partner. Ciò che squilibra la bilancia non è sottomissione imposta, ma la superiorità industriale cinese. 

Un accordo Mercosur-Cina meglio negoziato, con esigenza di trasferimento tecnologico e sviluppo produttivo locale, potrebbe invertire la logica primario-esportatrice che già domina la relazione bilaterale. Il Brasile già esige questo negli investimenti cinesi nel paese. Estendere questa logica all’intero blocco è la sfida. 

Sono stati menzionati anche progressi con Canada, India, Emirati Arabi Uniti, Vietnam e paesi dell’Associazione Europea di Libero Scambio. La strategia cerca di diversificare partner e ridurre dipendenze. Ma non basta aprire frontiere. Bisogna sapere cosa vendere e cosa produrre. 

Sicurezza e stabilità regionale 

I Capi di Stato hanno manifestato appoggio al governo boliviano di fronte alle proteste e ai blocchi delle ultime settimane. La decisione ha esposto una tensione nel discorso del blocco: nello stesso momento in cui rivendica rispetto per la volontà popolare, il Mercosur ha appoggiato un governo che affronta il rifiuto nelle strade del proprio paese da mesi. 

La Bolivia vive dal 2024 una crisi politica intensa. Il presidente Rodrigo Paz ha attuato misure economiche che hanno mobilitato la popolazione contro il suo governo. Le proteste non sono finanziate dall’esterno. Sono boliviani in rivolta contro le proprie autorità. La solidarietà alle vittime del terremoto in Venezuela, in contrasto, è stata una manifestazione umanitaria senza la stessa carica politica. 

La cima ha mostrato che il Mercosur continua a funzionare come spazio di coordinamento politico regionale. La clausola democratica, usata nel 2012 per punire il contragolpe contro Fernando Lugo in Paraguay, resta uno strumento importante. Ma la sua applicazione è selettiva: attivata contro colpi di Stato di destra, omessa di fronte a governi impopolari che il blocco decide di appoggiare. 

Trentacinque anni dopo 

Dalla sua creazione, nel 1991, il commercio tra i paesi membri è cresciuto circa del 500%. Le esportazioni verso l’esterno del blocco sono aumentate di oltre l’800%. Insieme, i paesi del Mercosur rappresentano una delle maggiori produzioni mondiali di alimenti, riserve d’acqua dolce, gran parte del litio del pianeta e vasti risorse minerarie ed energetiche. 

Ma la crescita del commercio nasconde il suo contenuto. Ciò che si negozia, in gran parte, sono commodities. Il Mercosur produce litio, ma non batterie. Esporta soia, ma importa fertilizzanti. Vende minerale, ma dipende da tecnologia e attrezzature esterne. L’integrazione produttiva, quella che Lula difende come questione di sovranità, non si è ancora concretizzata. Finché l’equazione non si inverte, l’autonomia economica sarà relativa. 

Molto al di là di una riunione diplomatica 

La 68ª Cima ha mostrato che il blocco attraversa una fase di ridefinizione strategica. In un mondo frammentato, l’integrazione regionale non è più solo strumento commerciale, ma assume un ruolo legato alla sovranità e alla capacità di negoziazione internazionale. 

Ma il cammino è più difficile di quanto suggeriscano i discorsi. L’assenza di Javier Milei ha simboleggiato le diverse visioni sul futuro dell’integrazione. L’Argentina, fondatrice del blocco e seconda economia, è oggi governata da chi vede nell’allineamento con gli Stati Uniti un’alternativa alla cooperazione regionale. La sua assenza non è stata un gesto diplomatico. È stata una dichiarazione che il Mercosur non è consenso, nemmeno tra i suoi fondatori. 

A 35 anni, il Mercosur è spazio di dispute e interessi spesso divergenti. Ma è anche, per parte dei suoi integranti, uno dei principali strumenti per affrontare un mondo sempre più competitivo, multipolare e incerto. 

La sfida è trasformare la retorica della sovranità in politica concreta. Diversificare partner è necessario, ma non sufficiente. Ridurre asimmetrie esige più di fondi di convergenza. Esige un progetto di sviluppo produttivo condiviso, infrastrutture che non servano solo a defluire materie prime, e capacità di negoziare con Stati Uniti, Cina e Unione Europea non come chi chiede permesso, ma come chi sa cosa vuole. 

Il Mercosur non ha bisogno di altri anniversari. Deve smettere di essere un’unione doganale incompleta per diventare ciò che i suoi fondatori sognarono: uno spazio di sviluppo condiviso, dove l’integrazione non amplifichi le disuguaglianze, ma le superi. La cima di Asunción ha mostrato che questa volontà esiste. Ora manca provare che è possibile.