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15 Giugno 2026

L’ACCORDO USA-IRAN, I LABORATORI BIOLOGICI E LA DETERRENZA NUCLEARE: TRE NODI CHE RIDISEGNANO L’ORDINE MONDIALE

la crisi tra Iran e USA-Israele attende l’esito dei colloqui e la possibile firma di un accordo, ore cruciali. Le rivelazioni sui laboratori biologici USA gettano un’ombra di infamia su coloro che tacciavano le denunce russe come propaganda, due grandi menti come Maerscheimer e Karaganov a confronto.

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AREE DI CRISI NEL MONDO N. 291 — 14 giugno 2026

di Stefano Orsi

Analisi geopolitica settimanale

Tre dossier, tre livelli di lettura. L’accordo ancora sospeso tra Washington e Teheran, la clamorosa declassificazione americana sui laboratori biologici in Ucraina e il dibattito tra Mearsheimer e Karaganov sulla deterrenza nucleare non sono vicende parallele che si sfiorano per coincidenza cronologica. Sono tre facce dello stesso processo di ridefinizione degli equilibri globali, un processo accelerato dal conflitto ucraino e dalla guerra nel Golfo, e che nessuna delle potenze coinvolte sembra in grado di governare con la precisione che la situazione richiederebbe.

Cominciamo dall’elemento più urgente, quello che oggi, 14 giugno 2026, tiene in sospeso i mercati, gli stati maggiori e le cancellerie di mezzo mondo.

USA-IRAN: IL MEMORANDUM CHE NON SI FIRMA

Nella serata del 13 giugno, Donald Trump ha pubblicato su Truth Social un messaggio di rara perentorietà: “The Deal is scheduled to get signed tomorrow, and immediately after it is signed, the Hormuz Strait is OPEN TO ALL.” Ventiquattr’ore dopo, l’accordo non è stato ancora sottoscritto. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano ha dichiarato che Teheran non ha ancora raggiunto una decisione definitiva. La firma, se arriverà, sarà il frutto di una delle negoziazioni più tormentate degli ultimi decenni, condotta su più livelli, attraverso mediatori multipli (Pakistan, Qatar, Oman), in un contesto militare ancora fluido.

Il contenuto del memorandum d’intesa in quattordici punti, pubblicato da fonti iraniane e parzialmente confermato da un diplomatico di uno dei paesi mediatori interpellato da Reuters, è il seguente nelle sue linee essenziali: riapertura immediata dello Stretto di Hormuz senza pedaggi, sblocco di 25 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati, sospensione delle sanzioni petrolifere, cessate il fuoco di sessanta giorni esteso anche al fronte libanese, impegno iraniano a non produrre né acquistare armi nucleari, blocco dell’arricchimento dell’uranio fino alla conclusione di un accordo definitivo, e diluizione in loco delle riserve di uranio altamente arricchito.

Trump ha contestato questa versione, affermando che i termini divulgati dall’Iran non corrispondono a quelli concordati, senza tuttavia pubblicare il testo americano. Il risultato è il copione classico di questa trattativa: due parti che presentano lo stesso accordo come una loro vittoria, e che mantengono questa ambiguità come condizione necessaria per poterlo firmare senza perdere la faccia davanti alle rispettive opinioni pubbliche.

Tre nodi restano irrisolti, e ciascuno è potenzialmente letale per l’intero edificio diplomatico.

Il primo è il nucleare. Washington insiste su un approccio sequenziale, “basato sulle prestazioni”: prima lo smantellamento, poi i benefici. Teheran respinge questa logica con argomenti storici ineccepibili. Il JCPOA del 2015 fu firmato sulla base di garanzie formali poi violate unilateralmente dagli Stati Uniti nel 2018. Accettare di smantellare le proprie capacità nucleari prima di ricevere contropartite tangibili e vincolanti equivarrebbe a consegnare la propria leva negoziale senza garanzie reali. Il ministro degli Esteri Araghchi ha precisato che l’unica modalità accettabile per gestire le riserve di uranio arricchito è la diluizione all’interno del paese, non il trasferimento all’estero come Washington avrebbe preferito. Su questo punto le posizioni restano distanti.

Il secondo nodo è il Libano. Teheran chiede che il cessate il fuoco includa la fine delle operazioni israeliane nel paese e il ritiro dalle “zone di sicurezza” nel sud. Il ministro della Difesa israeliano Katz ha risposto con una chiarezza che non lascia spazio a interpretazioni: Israele non si ritirerà da quelle posizioni indipendentemente da qualsiasi accordo tra Washington e Teheran. Trump non è in grado, o non è disposto, a smentire questa posizione. Il che significa che l’accordo, se verrà firmato, nascerà già incompleto su uno dei suoi punti qualificanti, e che ogni operazione militare israeliana in Libano potrà rimetterlo in discussione in qualsiasi momento.

Il terzo nodo è quello economico. La revoca delle sanzioni e lo sblocco dei fondi congelati sono per l’Iran la priorità esistenziale, il cuore di qualsiasi accordo. Per Washington, sono la principale leva negoziale. Concederle in anticipo, prima di ottenere garanzie verificabili e durature sul dossier nucleare, è politicamente insostenibile per qualsiasi amministrazione americana, indipendentemente dall’orientamento politico.

Su Trump, vale la pena spendere una riflessione autonoma. Il presidente americano ha una caratteristica che in questa crisi si manifesta in modo particolarmente visibile: annuncia accordi prima che siano conclusi. Ha dichiarato di aver “annullato attacchi pianificati” contro l’Iran, ha detto di aver “ottenuto tutto quello che volevamo”, ha twittato ottimismo mentre i negoziatori lavoravano ancora sul testo. Questo stile comunicativo ha conseguenze strategiche concrete. Vincola Trump alla narrazione della vittoria, rendendo politicamente costosissima qualsiasi ammissione di fallimento. Crea un incentivo a spingere verso una firma anche in presenza di condizioni sub-ottimali, purché presentabile come successo. Ed espone gli alleati, Israele in primo luogo, a sorprese diplomatiche su questioni che li riguardano direttamente e che non hanno negoziato.

Un ultimo elemento merita attenzione: la questione dello Stretto di Hormuz come spazio giuridico conteso. La stampa occidentale tende a presentare le rivendicazioni iraniane di controllo e tariffazione dei transiti come puri atti di aggressione. La realtà del diritto internazionale del mare è più complessa. Il canale navigabile più profondo dello Stretto attraversa acque territoriali iraniane. La posizione di Teheran ha una base giuridica non priva di fondamento. Per la Cina, che importa circa il quaranta per cento del proprio fabbisogno energetico attraverso quella via d’acqua, non si tratta di un’astrazione: è una priorità economica di primo ordine, ed è la ragione per cui Pechino spinge per una soluzione diplomatica con un’energia che la stampa occidentale sistematicamente sottovaluta.

I LABORATORI BIOLOGICI: QUANDO LA “DISINFORMAZIONE” DIVENTA DOCUMENTO UFFICIALE

Il 12 giugno 2026, Tulsi Gabbard, Direttrice dell’Intelligence Nazionale degli Stati Uniti, ha ordinato la declassificazione e la pubblicazione di documenti relativi al finanziamento americano di laboratori biologici all’estero. L’ufficio della DNI ha confermato: oltre 120 laboratori in più di 30 paesi, di cui oltre 40 in Ucraina, finanziati nel quadro del Biological Threat Reduction Program avviato negli anni Novanta per mettere in sicurezza l’eredità biologica dell’era sovietica.

Alcune di queste strutture gestivano patogeni pericolosi, tra cui antrace, tubercolosi, virus di origine sovietica, e presentavano vulnerabilità documentate in materia di biosicurezza. L’Intelligence Community aveva già avvertito, in documenti ora parzialmente declassificati, che almeno un laboratorio finanziato dagli USA in Ucraina custodiva agenti patogeni pericolosi ed era esposto a rischi concreti di attacco, sequestro o danneggiamento da parte russa. Un documento desecretato riguardante l’Istituto di Medicina Veterinaria Sperimentale e Clinica di Kharkiv segnalava esplicitamente che la struttura “con ogni probabilità rimarrà un obiettivo delle operazioni informative russe” e che era “vulnerabile a possibili danni o sequestri russi”.

Gabbard ha dichiarato che l’esistenza e il finanziamento di questi laboratori erano stati “consapevolmente tenuti nascosti” all’opinione pubblica americana, e che chiunque avesse cercato di portarli alla luce era stato tacciato di essere un agente straniero o un traditore. La mossa si inserisce nel contesto del cambio di rotta dell’amministrazione Trump, che nel maggio 2025 aveva già firmato un ordine esecutivo per vietare il finanziamento federale alle ricerche di “gain-of-function” in paesi a rischio.

Il punto che merita approfondimento non è, però, quello che la propaganda russa ha sempre sostenuto. La distinzione tra laboratori di ricerca su patogeni, programmi di riduzione delle minacce biologiche e programmi di guerra biologica in senso militare è reale e deve essere mantenuta. La ricerca biologica su agenti pericolosi è attività legittima e diffusa a livello globale. Questi laboratori, nella loro maggioranza, rientravano in programmi di difesa e sorveglianza epidemiologica, non in programmi offensivi.

Il nodo è un altro, ed è di natura epistemica e istituzionale.

Per anni, la narrativa ufficiale occidentale aveva classificato qualsiasi riferimento ai laboratori biologici americani in Ucraina come “disinformazione filorussa”. Fact-checker, agenzie di comunicazione istituzionale, organi di stampa mainstream: tutti concordi nel liquidare il tema come propaganda di Mosca. Quando le stesse istituzioni americane, attraverso il massimo organo di coordinamento dell’intelligence, confermano l’esistenza di quei laboratori, la portata del finanziamento e le vulnerabilità di biosicurezza, la domanda che si pone non riguarda i laboratori in sé. Riguarda il metodo con cui l’informazione viene gestita in tempo di guerra, e la sistematicità con cui narrazioni scomode vengono marginalizzate non attraverso confutazione nel merito, ma attraverso screditamento delle fonti.

Quante altre questioni, oggi etichettate come disinformazione, attendono una futura declassificazione?

KARAGANOV, MEARSHEIMER E LA DETERRENZA CHE NON SPAVENTA PIÙ

Un confronto recente tra Sergey Karaganov, presidente del Consiglio russo per la politica estera e di difesa, e John Mearsheimer, professore all’Università di Chicago e padre del realismo offensivo in teoria delle relazioni internazionali, ha prodotto uno dei documenti di analisi più lucidi e più inquietanti del momento. I due vengono da mondi radicalmente diversi, hanno motivazioni diverse, utilizzano strumenti intellettuali diversi. Ma convergono su una diagnosi comune che le élite occidentali faticano ad ascoltare.

Karaganov sostiene che l’Occidente ha perso quella che chiama “la paura di Dio” nei confronti delle armi nucleari. Ha dimenticato, o ha scelto di dimenticare, cosa significa stare sull’orlo dell’annientamento reciprocamente assicurato. Questa perdita di timore reverenziale è, nella sua analisi, la causa ultima dell’escalation in atto. Se il terrore come fattore stabilizzante cessa di operare, le élite europee possono permettersi, psicologicamente e politicamente, di spingere il conflitto verso soglie che la logica della deterrenza classica avrebbe reso impensabili.

La soluzione che Karaganov propone è paradossale e volutamente provocatoria: ristabilire quella paura attraverso la dimostrazione credibile della volontà di usare armi nucleari in modo limitato e coercitivo. Non uno scambio totale, che condurrebbe all’annientamento di tutti, ma un uso chirurgico contro obiettivi militari o simbolici in paesi europei, con la scommessa che Washington non risponda con la distruzione totale per difendere alleati in un conflitto considerato periferico. La logica è internamente coerente. Ed è radicata nella dottrina militare che ha governato la Guerra Fredda. Chi volesse liquidarla come fantasticheria di un intellettuale eccentrico farebbe un errore di analisi pericoloso: questa posizione esprime un pensiero strategico che circola a Mosca ad alti livelli e che sta influenzando il dibattito sulla dottrina nucleare russa.

Karaganov aggiunge una dimensione civilizzatrice che, indipendentemente da quanto si possa concordare o meno con essa, va compresa perché struttura il quadro concettuale dentro cui Mosca opera. Egli sostiene che l’Occidente ha prodotto un vuoto spirituale che ha generato nichilismo politico, una perdita della bussola morale che porta le élite europee a trattare la guerra con la stessa leggerezza con cui si discutono le manovre di bilancio. La Russia si propone, in questo schema, come custode di una “normalità umana” in alleanza con il blocco eurasiatico. È una narrazione che va conosciuta, non necessariamente condivisa, ma conosciuta.

Mearsheimer arriva a conclusioni convergenti attraverso un percorso metodologicamente diverso. La domanda che pone alle élite europee è disarmante nella sua semplicità: qual è l’obiettivo? Se si spendono decine di miliardi in riarmo, se ci si prepara a un conflitto con la Russia per il 2029-2030, bisogna saper rispondere: contro quale minaccia concreta? Con quale obiettivo finale? In quale scenario questa guerra finisce a favore dell’Europa? Nessun leader europeo ha risposto a queste domande in modo articolato e pubblico.

La narrativa dominante è quella dell’aggressore in marcia: la Russia che, dopo l’Ucraina, punterebbe ai Paesi Baltici, poi alla Polonia, poi verso ovest. Mearsheimer smonta questa narrativa con la stessa chiarezza con cui lo aveva fatto nel 2014 e nel 2022. L’obiettivo russo in Ucraina è sempre stato il contenimento dell’espansione NATO verso i propri confini. Confondere questo con un progetto imperiale verso Berlino è, nella sua analisi, l’errore fondamentale e potenzialmente fatale delle attuali leadership europee. E non si tratta di “giustificare” la Russia: si tratta di applicare gli strumenti del realismo strategico a una situazione in cui le percezioni errate possono avere conseguenze catastrofiche e irreversibili.

Il pericolo concreto che Mearsheimer identifica è il seguente: agendo come se la Russia fosse un aggressore pronto alla conquista dell’Europa, le élite europee alimentano la paranoia di Mosca. Questo spinge la Russia a considerare il riarmo occidentale come una minaccia esistenziale. Il rischio di errori di calcolo aumenta. E un errore di calcolo in un contesto in cui entrambe le parti detengono arsenali nucleari non è un’evenienza da cui si torna indietro.

Un ulteriore elemento che Mearsheimer introduce merita attenzione: il progressivo disimpegno americano dall’Europa verso il teatro Indo-Pacifico pone la Germania in una condizione di “self-help” che non spaventa solo Mosca. Spaventa anche Parigi e Varsavia, e probabilmente tutti i vicini di Berlino che, per ragioni diplomatiche ovvie, non lo dicono apertamente.

Mettendo insieme le analisi dei due, emerge una diagnosi condivisa: le élite occidentali non comprendono le conseguenze delle proprie azioni, e la narrazione dominante sta rendendo la situazione più pericolosa, non meno.

CONCLUSIONE: TRE CRISI, UN SOLO SISTEMA

L’accordo USA-Iran, i laboratori biologici in Ucraina, il dibattito sulla deterrenza nucleare: tre vicende che la stampa mainstream tratta come dossier separati, ciascuno con la propria colonna di aggiornamenti. In realtà appartengono allo stesso sistema di tensioni, e si comprendono solo letti insieme.

Il tentativo di accordo con Teheran è un segnale che Washington riconosce i limiti della propria proiezione militare nel Golfo e cerca una via d’uscita che preservi la narrativa della vittoria. La declassificazione sui laboratori biologici è, tra l’altro, il segnale di una crisi di credibilità istituzionale interna che nessuna quantità di comunicazione strategica potrà risolvere: quando le istituzioni americane smentiscono anni di affermazioni delle istituzioni americane, il danno alla fiducia pubblica è strutturale. Il dibattito tra Karaganov e Mearsheimer, infine, è il segnale che la riflessione strategica seria, quella che si occupa di scenari di lungo periodo e di rischi esistenziali, viene condotta altrove rispetto ai centri decisionali europei.

Il 14 giugno 2026 non è una data che cambierà la storia. Ma osservata con gli strumenti dell’analisi geopolitica, senza le distorsioni della comunicazione politica quotidiana, racconta qualcosa di importante sulla fase che stiamo attraversando: una fase in cui gli equilibri del secondo dopoguerra si stanno ridefinendo in modo accelerato, e in cui la comprensione corretta di ciò che accade non è un lusso intellettuale, ma una necessità operativa.

Fonti: ODNI Press Release n. 10-26 (12.06.2026), Reuters, Al Jazeera, NBC News, Axios, RFE/RL, Kyiv Post, Newsweek, script video 13.06.2026, intervista Mearsheimer-Karaganov.