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01 Giugno 2026

Dobbiamo imparare a cogliere e comunicare il fascino del bene

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Di Rosamaria Fumarola

Il male è più interessante del bene ed è così da sempre. Persino in letteratura molta critica ha sostenuto che la cantica meglio riuscita della Divina Commedia fosse l’Inferno e, manco a dirlo, quella meno convincente poeticamente il Paradiso, la qual cosa ci racconta di un interesse maggiore di Dante nel descrivere il male variamente declinato, piuttosto che il bene assoluto.   La cronaca ci offre continuamente prova di questa nostra predilezione. Da molti mesi il delitto di Chiara Poggi ad esempio, catalizza l’attenzione ahimè anche morbosa degli italiani, convinti di trovare chissà che alla fine di questo insensato cercare, non tenendo conto del fatto che la strada per raggiungere la verità è il più delle volte semplice. Filosofi come Feuerbach ci hanno insegnato che nella scelta tra due o più strade per raggiungere ciò che è vero, quella più lineare è da preferire sempre. Il principe e musicista Carlo Gesualdo il 15 ottobre del 1590 uccise sua moglie ed il di lei amante, colti nella flagranza del tradimento. Già i contemporanei ritennero questo il delitto del secolo e paragonarono, per le sue notevoli doti nel comporre madrigali Carlo Gesualdo al genio creativo di Caravaggio, sulla cui apparente duplicità ancora oggi amiamo discutere. La storia di Carlo Gesualdo tuttavia ci racconta qualcosa di diverso. Ci parla di un uomo molto accorto nella gestione delle sue ricchezze, che contrasse un nuovo matrimonio e che fu dilaniato piuttosto che dal rimorso, dall’ obbligo di restare fedele al disegno politico ed economico del potente casato a cui apparteneva. Nella vita di quest’uomo la musica fu la sola arte capace di distrarlo e di fare da contraltare ai suoi doveri. Non ci fu pentimento se non nelle innumerevoli e romantiche riletture che ancora oggi fioriscono, come se di necessità la musica composta da Carlo Gesualdo dovesse trovare ragion d’essere nel tormento causato dall’ aver agito il male. Peraltro la vittima principale e cioè Maria d’Avalos, al contrario non ha mai suscitato l’interesse né dei suoi contemporanei né dei nostri. La figura appare assolutamente in ombra, sebbene si sappia delle violenze e dei maltrattamenti del principe nei suoi confronti già pochi anni dopo aver contratto il matrimonio. Nessuna composizione, letteraria, musicale, pittorica che ne indagasse la personalità le è stata mai dedicata. Questo non significa che dovesse incarnare il martirio del bene, ma nemmeno che non fosse parte della tragica vicenda. Mutatis mutandis, si è da poco celebrata la giornata in ricordo della strage di Capaci. È stata l’occasione per raccontare in TV la cattura di Giovanni Brusca, sodale di Totò Riina e corresponsabile della mattanza. Brusca fu tra l’altro il responsabile della morte del piccolo Giuseppe Di Matteo, strangolato e sciolto nell’ acido dopo un lungo rapimento, del quale tutto si sa grazie alle dichiarazioni sconvolgenti di chi materialmente lo eseguì. I suoi assassini hanno sempre raccontato che il bambino non si difese, forse perché indebolito dalla lunga prigionia. Chissà se se è vero o se fu solo un modo per alleggerire le proprie responsabilità, sottolineando che in fondo Giuseppe era quasi morto quando gli si avvicinarono per finirlo. Nessuna attenzione letteraria, pittorica, musicale è stata tributata a questa giovane e sfortunata vita. Nessun grande romanziere ha scritto una sola riga che descrivesse il suo dolore, la sua paura, la speranza che sua madre e suo padre prima o poi lo salvassero. Giuseppe nemmeno nell’ arte ha avuto diritto se non ad un impossibile lieto fine, ad un racconto ed è questa per tutti un’ occasione mancata. Il male, guardato da vicino, non ha infatti nulla di speciale. Ciò che invece può diventare importante è la capacità di interrogarsi e dare risposte, esercizio a cui tutti siamo tenuti, per dare voce a chi il male lo ha subito e per dare credibilità a celebrazioni che alla luce di quanto ancora emerge rischiano di non essere più convincenti.

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Giornalista pubblicista, scrittrice, critica jazz, autrice e conduttrice radiofonica, blogger, podcaster, giurisprudente (pentita), appassionata di storia, filosofia, letteratura e sociologia, in attesa di terminare gli studi in archeologia scrivo per diverse testate, malcelando sempre uno smodato amore per tutti i linguaggi ed i segni dell'essere umano