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08 Febbraio 2026

La morte di Vincenzo Li Causi, l’ombra di Gladio e la coincidenza di via Fani

Il mistero di Vincenzo Li Causi: tra i segreti del Centro Scorpione, la rete Gladio e l’oscura morte in Somalia. Un’indagine tra verità ufficiali e omissioni.

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Credit foto https://www.indygesto.com/indybooks/5113-vincenzo-li-causi-la-strana-morte-di-uno-007

Di Pierdomenico Corte Ruggiero

Era conosciuto tra pochi come uno degli uomini più riservati e decisivi del Servizio per le informazioni e la sicurezza militare (Sismi) italiano. Ma il suo nome – maresciallo Vincenzo Li Causi – è progressivamente sfuggito all’oscurità naturale dei servizi segreti per trasformarsi in un enigma storico, fitto di dossier non declassificati, versioni ufficiali contraddette da testimonianze di prima mano, e soprattutto una morte che non smette di alimentare dubbi e sospetti.

Nato il 22 novembre 1952 a Partanna, Li Causi era la quintessenza del professionista di intelligence: esperto di telecomunicazioni, incursore addestrato negli anni Settanta, con trascorsi anche nelle grandi operazioni di Stato. Tra le missioni ufficiali in cui figura – secondo le carte disponibili – c’è la partecipazione alla liberazione del generale statunitense James Lee Dozier dalle Brigate Rosse negli anni Ottanta. L’operazione “Lima” in Perù, ancora coperta dal segreto di Stato.

Nel 1987 assume un ruolo di primo piano al Centro Scorpione, una delle cinque strutture del “Centro di addestramento speciale” (CAS) del Sismi, collegata alla rete Gladio — l’organizzazione segreta stay-behind nata durante la Guerra Fredda con funzioni di resistenza clandestina in caso di invasione sovietica. Scorpione, sito nella periferia di Trapani, fin dall’inizio destò perplessità: la documentazione d’epoca è piena di omissis e poche informazioni emergono sulle sue attività reali, assai diverse da quelle attribuite alle altre basi dello stesso tipo in Italia.

Fonti parlamentari ricordano come la struttura fosse stata formalmente istituita nel 1987 e operasse fino al 1990, con Li Causi in comando dopo il colonnello Paolo Fornaro. Il compito ufficioso? Attivare reti clandestine, elaborare informazioni sensibili e, secondo diverse ricostruzioni successive, gestire operazioni fuori dai normali canali di controllo istituzionale.

Il Centro Scorpione non fu mai soltanto un campo di addestramento. Documenti desecretati e inchieste giudiziarie hanno collegato la base a esercitazioni con esplosivi e persino a rifornimenti di casse caricate su aerei per scali africani, filmati dal giornalista Mauro Rostagno poco prima del suo omicidio nel 1988. Che cosa vi transitasse – armi? materiali di intelligence? – resta ancora senza spiegazione ufficiale, ma la narrazione pubblica è ricca di ambiguità.

Nel sistema di relazioni tra magistratura, servizi e politica, il centro venne più volte citato come ipotetico nodo critico di rapporti tra intelligence ufficiale e “zone d’ombra” https://ilsud-est.it/attualita/inchiesta/2024/01/15/la-banda-della-uno-bianca-scorpione-viale-dei-gladiatori-e-la-strage-di-bologna/.

Nel settembre del 1993 Li Causi viene inviato in Somalia nell’ambito della missione di stabilizzazione internazionale (UNOSOM). Secondo la versione ufficiale delle autorità militari, la mattina del 12 novembre il maresciallo e alcuni commilitoni si spostano su un mezzo militare VM-90 quando un camion di civili somali si avvicina; poco dopo scoppia un conflitto a fuoco. Lo stesso Li Causi, secondo testimonianze, si sarebbe rivolto in italiano a qualcuno prima di essere colpito da un proiettile mortale “Ehi,tu, che cazzo ci fai qui, togliti di mezzo”.

Il camion è stato usato, in modo pianificato, come diversivo, punto di fuoco e di riparo per gli assalitori? Forse, come forse la stessa funzione potrebbe averla avuta la Austin Morris parcheggiata in via Fani incrocio via Stresa il 16 marzo 1978. Nei pressi della Austin Morris vennero trovati bossoli calibro 7,65 che ancora oggi sollevano dubbi sulla dinamica dell’attacco alla scorta di Aldo Moro.

Ricostruzione approssimativa ed ipotetica con IA

Credit foto https://leorugens.wordpress.com/2014/08/23/secondo-stefania-limiti-e-non-solo-in-via-fani-durante-il-rapimento-moro-era-parcheggiata-unautovettura-targa-rm-t50354-in-dotazione-dei-servizi-segreti/

La spiegazione convenzionale è quella di una imboscata da parte di ribelli, un evento tragico e isolato. Ma varie testimonianze raccolte negli anni – comprese quelle di colleghi presenti – non concordano con la dinamica ufficiale: il foro di entrata e uscita del proiettile suggerirebbe l’uso di un fucile di precisione del tipo SVD Dragunov, non tipico delle armi in dotazione ai gruppi armati somali, e la posizione del colpo sarebbe incompatibile con uno scontro casuale.

Alcuni colleghi di Li Causi in Somalia contestano la versione ufficiale secondo cui l’episodio fu un’azione di fuoco incrociato. Secondo testimonianze raccolte da cronisti, quel giorno sarebbe stata una battuta di caccia — fatto che aprirebbe a una lettura del tutto diversa dell’evento.

Ancora più inquietante è il fatto che Li Causi – secondo alcune ricostruzioni – sarebbe stato prossimo a tornare in Italia per essere sentito dai magistrati su questioni legate alle sue attività nei servizi e alla sua esperienza al Centro Scorpione. Documenti declassificati e fonti giudiziarie parlano di contrasti e manovre per ritardare il suo volo di rientro, alimentando sospetti che la sua morte non sia stata casuale ma pianificata per impedirgli di deporre su informazioni considerate esplosive.

Negli anni successivi la vicenda ha intrecciato storie di altri protagonisti tragicamente scomparsi — dal paracadutista Marco Mandolini, brutalmente assassinato nel 1995 https://www.lanazione.it/cronaca/omicidio-marco-mandolini-if6965sm, fino alla giornalista Ilaria Alpi, con la quale Li Causi avrebbe avuto contatti in Somalia.

Nel dibattito pubblico e giudiziario rimane una domanda irrisolta: l’uomo che per anni ha navigato nei più alti gradi dell’intelligence italiana è morto per caso, sul campo, oppure per essere zittito prima di rivelare verità scomode sull’apparato clandestino e le sue operazioni? Al di là delle versioni ufficiali, molte piste restano aperte e non completamente esplorate.

La storia di Vincenzo Li Causi è sia una vicenda individuale sia un capitolo della più ampia narrazione italiana su Gladio, sui servizi segreti e sulle zone d’ombra che ancora circondano molte attività statali degli anni Ottanta e Novanta.

La dinamica della sua morte – un colpo letale in una terra lontana – può apparire come l’epilogo naturale di una carriera clandestina, ma al contempo mette in evidenza come le verità ufficiali e le narrazioni alternative possano convivere, alimentando interrogativi che lo Stato italiano non ha ancora risolto pienamente

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