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Quelli che bussano sempre: postini e corrieri, il volto umano delle nostre consegne

Oltre il codice a barre: il volto umano e il sacrificio invisibile di chi, ogni giorno, bussa alla nostra porta

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Di Pierdomenico Corte Ruggiero

All’alba, quando le serrande sono ancora abbassate e il bar all’angolo sta sollevando lentamente la saracinesca, c’è già qualcuno che ha iniziato a lavorare per tutti noi. Ha un mazzo di chiavi che tintinna, uno zaino pesante o un furgone carico fino al tetto, e una lista di nomi che non sono solo destinatari, ma frammenti di vita quotidiana. Bollette, pacchi attesi da settimane, raccomandate che fanno tremare o sorridere: postini e corrieri sono il filo silenzioso che cuce insieme le nostre giornate.

Per molti cittadini, soprattutto nei piccoli centri e nei quartieri popolari, il postino non è soltanto “quello che porta la posta”. È un volto familiare, una presenza riconoscibile nel tempo. È chi nota se una cassetta resta piena per giorni, chi scambia due parole sulle scale, chi – senza alcuna etichetta ufficiale – diventa un piccolo presidio sociale.

Con l’esplosione dell’e-commerce, anche i corrieri hanno assunto un ruolo simile, seppur dentro ritmi molto più frenetici. Non consegnano solo oggetti, ma pezzi di quotidianità: un farmaco ordinato online, un libro per studiare, un regalo acquistato a distanza. Ogni pacco è una storia che viaggia, ogni consegna un punto di contatto tra mondi che non si incontrano mai di persona.

La pandemia ha reso evidente ciò che prima si dava per scontato. Mentre le città si svuotavano e le strade erano percorse quasi esclusivamente da ambulanze e mezzi di emergenza, i furgoni dei corrieri e le borse dei portalettere continuavano a muoversi.

Erano tra i pochi a suonare ancora ai citofoni. Consegnavano mascherine, saturimetri, computer per la didattica a distanza, spese ordinate online da chi non poteva uscire di casa. Per molte persone sole, quel campanello rappresentava l’unico contatto umano della giornata, seppure a distanza e dietro una mascherina.

Hanno lavorato nella paura del contagio, soprattutto nelle prime fasi, quando dispositivi di protezione e protocolli erano ancora insufficienti o confusi. Con volumi di consegne aumentati in modo esponenziale in poche settimane, hanno attraversato decine di portoni al giorno, toccato centinaia di superfici, spesso firmando al posto dei destinatari per evitare contatti diretti. Essenziali, ma raramente al centro del racconto pubblico.

Dietro la rapidità con cui un pacco arriva alla porta di casa, c’è un lavoro che logora il corpo nel tempo.

Sollevare scatole di ogni dimensione, talvolta molto pesanti, per decine e decine di volte al giorno è la norma. A questo si aggiungono palazzi senza ascensore, rampe di scale ripetute decine di volte, cortili interni, citofoni guasti. Le ginocchia e la schiena pagano un prezzo alto.

Le posture sono spesso scorrette e ripetitive: ore alla guida, continue salite e discese dal mezzo, piegamenti, torsioni. Non è raro che, dopo anni di servizio, emergano patologie muscolo-scheletriche croniche: lombalgie, ernie, tendiniti, dolori articolari che diventano compagni quotidiani di lavoro.

Se il postino di qualche decennio fa aveva un giro più stabile e tempi relativamente più umani, oggi una parte crescente del lavoro è scandita da palmari, tracciamenti GPS e sistemi di ottimizzazione delle consegne. Ogni fermata ha un tempo previsto, ogni ritardo si somma al successivo.

Tra traffico, divieti di sosta, zone a traffico limitato, citofoni che non rispondono e indirizzi incompleti, la giornata si trasforma in una corsa continua contro l’orologio. Saltare la pausa pranzo non è un’eccezione. Anche bisogni fisiologici come bere o fermarsi per un bagno diventano problemi logistici, con ripercussioni sulla salute nel lungo periodo.

Questa pressione costante non pesa solo sul fisico. La sensazione di non riuscire mai a finire, di essere valutati solo sui numeri e sui tempi di consegna, può alimentare stress, ansia, disturbi del sonno e forme di esaurimento psicologico.

Lavorare per ore in strada significa esporsi a pericoli continui. Gli incidenti stradali sono un rischio concreto, soprattutto nelle aree urbane congestionate. Immaginiamo solo le difficoltà per un corriere o per un/una portalettere in situazioni come questa https://www.rainews.it/tgr/lazio/articoli/2026/01/superstrada-cassino-formia-ancora-chiusa-altri-problemi-per-la-viabilita-417bac27-a909-4fc3-bf32-bf94561b9170.html .

A questo si aggiungono aggressioni verbali – e in alcuni casi fisiche – legate a ritardi o disservizi, come se l’ultimo anello della catena fosse l’unico responsabile di una filiera complessa.

Non mancano episodi legati a cani lasciati liberi nei cortili o a condizioni meteo estreme: caldo soffocante d’estate, pioggia battente, freddo intenso d’inverno. Il lavoro non si ferma quasi mai, ma il corpo e la mente accumulano fatica.

Eppure, nonostante tutto, molti portalettere e corrieri raccontano che la parte più preziosa del loro lavoro resta il contatto con le persone. La signora anziana che offre un bicchiere d’acqua, il bambino che aspetta il pacco come fosse un evento speciale, il breve scambio di parole che spezza la solitudine di una mattina qualunque.

Sono momenti che restituiscono senso a un mestiere diventato sempre più pesante e, in molti casi, più precario: turni lunghi, contratti instabili, appalti e subappalti che frammentano tutele e diritti. La dignità del lavoro rischia di restare indietro rispetto alla velocità delle consegne.

La prossima volta che sentiamo suonare e andiamo ad aprire in fretta, vale la pena fermarsi un istante. Dietro quel pacco c’è qualcuno che ha già percorso chilometri, fatto decine di scale, preso pioggia o sole per ore.

Un “grazie”, uno sguardo gentile, un po’ di pazienza non cambiano da soli il sistema. Ma ricordano una verità semplice: prima dei codici a barre e delle notifiche sullo smartphone, questo resta un lavoro fatto da persone. E, ogni giorno, è uno dei pochi lavori che continua a bussare alla nostra porta.

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