Cronaca
Pet-coke: destinazione finale

Di Rossana Vaudo
20.000 tonnellate. Qualcosa come ventimila Fiat Panda, come duemilacinquecento elefanti africani, come una cinquantina di aerei di linea o duecentomila frigoriferi. Qualcosa che viaggia su 670 camion, quelli che percorrono i 22 Km che separano il Porto di Gaeta dal deposito di Sessa Aurunca.
Sì, stiamo parlando del carico di pet coke, che partito dagli Stati Uniti a bordo della TBC Praise, è arrivato a metà gennaio nella cittadina laziale, un luogo dove è facile lasciarsi distrarre dalla straordinaria bellezza che c’è intorno.
Da lì, il lungo viaggio di questo materiale, che tanto somiglia al carbone, prosegue infatti su gomma, lungo strade dense di traffico che attraversano centri urbani, la Flacca, poi l’Appia, fino al sito di stoccaggio campano, poco oltre il fiume Garigliano. Per chi se lo trova davanti all’improvviso, mentre viaggia in treno sulla linea Formia-Napoli, lo scenario, fino a un attimo prima dominato dal verde delle coltivazioni e dei pascoli delle bufale, è surreale. Cumuli enormi di pietrisco nero che evocano le falde impervie del Vesuvio, la cui inconfondibile sagoma è ormai alle spalle per chi proviene da sud, o ancora eclissata dal Monte Massico se la direzione è invece verso Napoli.
Nonostante le apparenze, il pet-coke è qualcosa di ben diverso non solo dai lapilli di origine vulcanica, ma anche dal carbone stesso. Mentre quest’ultimo si estrae dal sottosuolo o si ricava dalla combustione della legna, il Petroleum coke è ciò che rimane dopo la raffinazione del petrolio, ovvero il processo con cui si separano i vari idrocarburi, come GPL, benzina, cherosene, gasolio, bitume compreso. Potremmo definirlo perciò “il fondo del barile”, un residuo solido dove gli elementi chimici diversi dal carbonio e dall’idrogeno si vanno a concentrare. Vanadio, cromo, ma anche nichel e piombo: i cosiddetti metalli pesanti. Incompatibili, in quanto tali, con l’esigenza principale di un organismo vivente: il movimento, che va inteso non tanto come capacità di spostarsi, quanto come quel continuo scambio e trasferimento di sostanze che permette la vita. A causa della loro massa elevata, questi elementi tendono infatti ad accumularsi nell’organismo, dove producono effetti tossici che a lungo termine danneggiano fegato, cervello, reni, perfino il sistema immunitario, scatenando malattie croniche e tumori.
A fronte del basso costo, del potere energetico superiore al carbone – si alimentano a pet-coke diverse industrie del centro sud – e della sua utilità come materia prima – se ne ricavano ad esempio elettrodi di grafite -, ci sono perciò altrettanto importanti rischi per la salute umana e l’ambiente da tenere in conto. Rischi che possono essere mitigati solo con il rispetto di rigorose norme di sicurezza, in tutte le fasi. A iniziare da quelle volte ad evitare la dispersione delle polveri, affinché non vengano inalate o vadano a contaminare il suolo, i corsi d’acqua, le falde idriche, entrando in questo modo nella catena alimentare. Container stagni, dunque, ma anche irrorazione continua, filtri, impermeabilizzazioni, utilizzo di dispositivi di protezione individuale per il personale operante durante la movimentazione e lo scarico.
Ulteriori costi da sostenere, dunque. Cosicché, per tutelare il vantaggio economico di questo combustibile proveniente da oltreoceano, il cui utilizzo rilascia inquinanti e gas serra, non è garantito che tutte le norme siano sempre rispettate. Può sfuggire qualcosa, si può agire con superficialità, magari a fin di bene, anche solo per risparmiare tempo.
Un risparmio, forse, solo apparente e circoscritto. Perché di fatto la salute umana, che non può prescindere da quella dell’ambiente in cui viviamo, ha un costo ben più elevato, in termini non solo economici, a carico di tutta la comunità.
Diventa perciò un dovere di ogni cittadino osservare, riflettere, porsi domande.
Il pet-coke è davvero così conveniente? E se lo è, per chi? Possibile che mentre si discute di transizione energetica e di eliminazione dei motori diesel, non si possa ancora fare a meno di usare questo scarto inquinante come risorsa energetica?
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