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Esteri

Scacco Matto Globale: Il Grande Freddo della Diplomazia

Il mondo sta vivendo una fase di grandi cambiamenti, purtroppo non sembra cambiare in meglio e la violenza domina sulla diplomazia

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Iran: Il “Big Stick” di Trump e l’opzione cinetica

La postura di Washington verso Teheran appare oggi come una sofisticata operazione di deception.

Se da un lato Donald Trump ostenta aperture negoziali che ricalcano lo stile dell’ultimatum, la realtà operativa è scolpita nel rombo dei motori dei C-17.

Un imponente ponte aereo sta saturando il quadrante mediorientale con assetti di quinta generazione e piattaforme per la guerra elettronica (EW), suggerendo che la finestra diplomatica sia ormai solo il velo tattico per un’azione di forza imminente.

L’entità della mobilitazione indica che un eventuale attacco statunitense non sarebbe una semplice replica dei raid israeliani che hanno caratterizzato la recente “Guerra dei 12 giorni”, ma un’operazione di scala e violenza superiori.

L’obiettivo primario appare essere una massiccia campagna SEAD/DEAD (Suppression/Destruction of Enemy Air Defenses).

Gli Stati Uniti mirano a neutralizzare non solo le difese aeree, ma la stessa capacità di risposta asimmetrica iraniana, che la scorsa estate ha messo a dura prova le riserve strategiche di Tel Aviv e Washington.

A conferma di questo scenario, si registra lo schieramento degli EF-18 Growler (variante EW del Super Hornet), supportati da una costellazione di assetti per la sorveglianza e l’interferenza elettronica: Boeing E-3G Sentry, RC-135V/W Rivet Joint, EC-130H Compass Call, oltre agli E-2D Hawkeye imbarcati e ai P-8A Poseidon.

Sotto questa “cupola elettronica”, i bombardieri stealth B-2 avrebbero il compito di colpire i depositi missilistici in profondità, mentre centinaia di missili cruise e droni Lucas saturerebbero le rampe di lancio e i centri di comando.

Il rischio di un’escalation che miri ai vertici apicali — la Guida Suprema Khamenei e il Presidente Pezeshkian — non è più confinato alla teoria.

In questo clima di accerchiamento, Teheran muove i propri alfieri:

  • L’asse con Mosca: Il viaggio d’urgenza di Ali Larijani al Cremlino segnala la ricerca disperata di un “ombrello” tecnologico-militare o di una mediazione russa di ultimo istante.
  • Cautela Navale: L’annullamento delle esercitazioni congiunte con Russia e Cina e l’attracco del cacciatorpediniere russo classe Udaloy in Oman (anziché in un porto iraniano) sono segnali di estrema prudenza.
  • Teheran teme che qualsiasi incidente in mare possa trasformarsi nel casus belli definitivo per l’aggressione statunitense.
  • Siria: La capitolazione delle SDF e il ritorno di Damasco

Nel Nord-Est siriano, il pragmatismo della sopravvivenza ha travolto le aspirazioni ideologiche.

Le Forze Democratiche Siriane (SDF), rimaste orfane del sostegno statunitense, hanno siglato un accordo con il governo di Damasco guidato da Ahmed al-Sharaa che, nei fatti, assume i contorni di una resa incondizionata.

L’intesa prevede il reintegro delle milizie curde nella struttura del Ministero della Difesa siriano e il passaggio sotto il controllo governativo della regione di Jazeera, incluse città nevralgiche come Kobane, Al-Hasakah e la strategica Qamishli. Sebbene sia prevista una gestione locale per la sicurezza (Asayish), l’egida finale dello Stato centrale segna la fine del sogno autonomista curdo.

Per le SDF, è il prezzo amaro pagato per evitare l’annientamento da parte delle forze turche, sancendo la vittoria politica e territoriale di una Damasco che torna padrona dei propri confini.

Ucraina: Abu Dhabi e l’arma del gelo

Il terzo round di consultazioni ad Abu Dhabi segna una rottura del paradigma occidentale: l’assenza di Washington indica la volontà russa di trattare in un formato extra-NATO, imponendo condizioni da una posizione di assoluta dominanza.

La strategia del Ministro degli Esteri Sergey Lavrov è cristallina: Mosca non accetterà nuovi “congelamenti” del conflitto che permettano il riarmo ucraino.

La tregua sugli obiettivi energetici, con scadenza al 1° febbraio, è una mossa psicologica magistrale.

Con l’arrivo del “grande freddo” previsto per lunedì 2 febbraio (minime fino a -21°C), l’avvertimento è silente ma brutale: in assenza di concessioni ad Abu Dhabi, la Russia ha il pretesto per infliggere il colpo di grazia alla rete elettrica e termica ucraina nel momento di massima vulnerabilità climatica.

La diplomazia dei leader: Zelensky vs Putin

Sul piano del protocollo internazionale, il recente scambio tra i due presidenti rivela un profondo squilibrio di leva negoziale:

  • Zelensky: Cercando di mantenere l’iniziativa diplomatica, ha chiesto un incontro ma ha rifiutato Mosca per non apparire come un leader “vassallo”. Tuttavia, il suo invito a Putin a recarsi a Kiev è rimasto una provocazione comunicativa priva di efficacia pratica.
  • Putin: Ha risposto secondo i canoni della Realpolitik. Accettando l’incontro ma fissandone il luogo nella propria capitale, ha proiettato l’immagine del vincitore che attende la sottomissione dell’avversario. Formalmente collaborativo, sostanzialmente ha posto una condizione politicamente suicida per Zelensky, riuscendo così a imputare a quest’ultimo la responsabilità del fallimento del dialogo.

In questo scenario, le indiscrezioni su accordi collaterali promossi da Trump e i velati rimproveri di Lavrov suggeriscono che dietro le quinte si stia giocando una partita ancora più complessa, dove gli interessi delle grandi potenze rischiano di passare sopra la testa dei protagonisti locali.

L’eclissi della diplomazia tradizionale

L’intreccio tra la mobilitazione bellica in Iran, la caduta delle ambizioni curde e l’uso spietato della leva energetica in Ucraina delinea un nuovo ordine mondiale dove la forza bruta e i fattori ambientali sono tornati a essere i pilastri della diplomazia.

Mentre il “Grande Freddo” scende su Kiev e i caccia USA scaldano i motori nei deserti mediorientali, appare chiaro che non siamo di fronte a semplici crisi regionali, ma a un unico, immenso riassetto geopolitico.

La “correttezza” formale ha ceduto il passo a una logica di pura sopravvivenza e dominio, dove chi non è seduto al tavolo delle trattative con una leva di pressione reale finisce inevitabilmente per essere parte del menu.

In definitiva, l’inverno del 2026 rischia di essere ricordato non solo per le temperature record, ma per il definitivo congelamento dei canali diplomatici tradizionali.

Tra il dispiegamento di scudi elettronici nel Golfo e la morsa del gelo sulle infrastrutture ucraine, la geopolitica ha smesso di essere l’arte del compromesso per trasformarsi in una fredda computazione di vulnerabilità.

In questo scacco matto globale, il tempo è l’unica risorsa che nessuno dei giocatori può permettersi di sprecare: perché se lunedì il termometro scenderà sotto lo zero, la diplomazia potrebbe non avere più una casa riscaldata in cui tornare a sedersi.