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Storia ed individuo

Molti anni fa un amico medievista scherzando mi disse:”Non è che chi vivesse nel Medioevo sapesse di vivere nel Medioevo!” Potrebbe apparire una battuta ed invece questa breve frase ci parla di una questione di insuperabile interesse, quella del rapporto tra storia ed individuo.

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Di Rosamaria Fumarola

Molti anni fa un amico medievista scherzando mi disse: “Non è che chi vivesse nel Medioevo sapesse di vivere nel Medioevo…”

Potrebbe apparire una battuta ed invece questa breve frase ci parla di una questione di insuperabile interesse, quella del rapporto tra storia ed individuo. Aldilà infatti della questione specifica e cioè che l’espressione “Medioevo” non nasce in epoca medioevale, ma molto dopo, per indicare quella che si riteneva essere un’età di mezzo, che separava la fine dell’ Impero Romano d’Occidente dalla nascita della cosiddetta “Età Moderna”, epoche anche queste frutto di convenzione, la constatazione del mio amico racconta sinteticamente un divario, una distanza tra una realtà concreta, che è quella individuale ed una che infondo lo è di meno e cioè quella della storia. 

Un uomo qualunque alle prese con problematiche che attengono alla sua sopravvivenza è da queste assorbito, è dunque improbabile che coltivi questioni di interesse più generale e questo è tanto più vero quanto più indietro nel tempo si va. A prescindere però dalle urgenze dettate dal bisogno di sopravvivere, non si può non rilevare come la realtà umana, con le sue relazioni, i suoi adattamenti sia estremamente più ricca, complessa e creativa di quanto non appaiono le soluzioni offerte dalla storia, che sono spesso determinate da decisioni politiche, tanto che si può affermare che gli esseri umani abbiano coraggiosamente tentato di essere liberi e realizzare sé stessi nonostante le stringhe, le limitazioni e gli errori di volta in volta imposti dalla politica. Se è vero che la politica è oggi espressione della volontà delle maggioranze è però vero che i governi rappresentano anche le minoranze, che dunque dissentono dalle politiche governative e sono portatrici di un pensiero critico. Ma le minoranze sono pur sempre gruppi di individui, ciascuno dei quali con un proprio mondo assolutamente originale e non assimilabile ad un altro. E spesso sono le stesse fonti storiche ad attrarre la nostra attenzione su testimonianze che sembrano non appartenere al proprio tempo, a non rappresentarlo affatto, insomma a ben guardare la storia sembra essere fatta più di eccezioni che di narrazioni univoche. Ma allora che cosa è questa storia che si studia sui libri di scuola e perché ci viene narrata come sintesi estrema di complicati fatti umani? Ci sono ragioni didattiche che ne impongono questa forma, ragioni dietro le quali si cela il nostro bisogno di possesso e spesso di potere sulle cose, che accompagna da sempre il modo di procedere della psiche umana, così bisognosa di dominare l’alea degli eventi per acquisire maggiori forza e sicurezza. Sarebbe impossibile infatti un racconto delle vicende, dei pensieri di ciascuno, per quanto comunque interessante e, cosa non trascurabile, vero. Perché infondo solo la storia individuale può essere una storia autentica, quasi impossibile da strumentalizzare. I fatti che ci vengono narrati come storici appiattiscono il reale riducendolo, facendo emergere alla bisogna pochi, se non un modo solo di pensare degli esseri umani di un dato momento in un dato contesto. È ovvio che chi scrive abbia a cuore soprattutto l’universo degli individui, riducibile sempre a bisogni e risposte a quei bisogni e si sa che questi attengono agli istinti, che sono i soli a non poter essere elusi: o hai fame o non ne hai, o hai sete o non ne hai. E dunque i bisogni raccontano la storia concreta dell’uomo, il suo rapporto con ciò che lo circonda ed suo il tentativo di resistere ad esso nel miglior modo possibile. Ci sono ovviamente macro fenomeni che emergono attraverso quella narrazione dei fatti storici a cui siamo abituati e che sono di grande interesse perché rappresentano la storia dell’adattamento dell’uomo. Senza uno sguardo d’insieme a lunghi periodi molte discipline non avrebbero potuto svilupparsi, né offrire gli straordinari contributi scientifici di cui oggi disponiamo per la comprensione dei cambiamenti nel nostro modo di organizzarci e vivere. Tuttavia il cuore dell’uomo, che è sempre lo stesso, non è descritto nei manuali di storia, la sua fatica, il suo dolore non trovano quasi mai posto sui libri di storia e per millenni nemmeno altrove. Delle sue paure ci ha parlato sempre però la religione ad esempio. Tanta letteratura antica di ogni parte del mondo e tanta arte figurativa ci hanno raccontato per secoli non l’uomo, ma il suo rapporto con la divinità. Insomma troviamo l’autenticità umana non tanto nella narrazione che decidiamo di fare di noi stessi, quanto nello specchio che di volta in volta abbiamo usato, senza accorgerci che ha riflesso anche cose sfuggite alla nostra attenzione e che per questo sono autentiche. Non abbiamo infatti pensato che con una mirabile statua antica come l’Apollo del Belvedere non si è solo veicolata la bellezza, come a noi è soprattutto sembrato, ma il bisogno di rappresentare il dio e questo ci racconta qualcosa che non è possibile omettere quando si parla degli esseri umani e cioè il nostro non riuscire a prescindere dal rapporto col sacro. Ecco allora che emerge una storia profonda, il cui peso parla autonomamente e non lascia spazio ad equivoci o interpretazioni. È la storia di ciò che l’uomo, per quanti sforzi faccia porta con sé dalla notte dei tempi e che spesso, parlandoci di altro finisce col raccontare meglio di qualsiasi narratore da lui prescelto.

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Giornalista pubblicista, scrittrice, critica jazz, autrice e conduttrice radiofonica, giurisprudente (pentita), appassionata di storia, filosofia, letteratura e sociologia, in attesa di terminare gli studi in archeologia scrivo per diverse testate, malcelando sempre uno smodato amore per tutti i linguaggi ed i segni dell'essere umano