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27 Luglio 2026

Gli Stati Uniti festeggiano 250 anni della Costituzione nel momento peggiore                                           

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Sono i risultati  che in politica fanno la differenza fra Bismarck e Taylor Barnum*” Walter Russell Mead**

di Fulvio Rapanà

Quando i padri fondatori americani scrissero la Dichiarazione d’Indipendenza chiesero al “mondo onesto” di considerare gli Stati Uniti d’America come uno stato “libero e indipendente” secondo le norme del diritto internazionale dell’epoca.  Era l’appello di una nazione nascente al rispetto e alla legittimità in base all’autodeterminazione dei popoli  e alla libertà individuale dei suoi cittadini. L’appello ebbe poca risonanza nelle cancellerie che contavano , quelle europee, nelle quali ambedue i principi erano totalmente assenti . La Francia si era impadronita della Corsica nel 1768, e la Prussia, l’Austria e la Russia si erano spartite la Polonia nel 1772.

  Eppure, 250 anni dopo,  l’amministrazione del presidente Trump, in nome e per conto degli Stati Uniti,  ha ripudiato, più di qualsiasi precedente amministrazione, i principi affermati nella Dichiarazione d’Indipendenza verso le norme del diritto internazionale. La Dichiarazione insisteva sul “potere di dichiarare guerra, concludere la pace, stringere alleanze, stabilire relazioni commerciali”. Il Presidente può fare tutto questo ma non può imporre dazi. L’autorità in materia di dazi doganali può provenire solo dal Congresso, il quale si è sempre premurato di conferire al presidente un’autorità tariffaria circoscritta.  Trump non ha aspettato alcuna autorizzazione. Ha solo dichiarato le guerre ma ha abbandonato le alleanze, soffocato il commercio con i dazi e si è sbarazzata di qualsiasi presunto obbligo di dichiarare in base a quale “diritto” agisce in ambito internazionale. Come dice Rubio ” non siamo interessati per tali  sottigliezze  ideologiche”. La sua guerra contro l’Iran, la fame inflitta al popolo cubano, l’attacco indiscriminato contro il Venezuela e gli omicidi in alto mare, le minacce territoriali contro Danimarca e Canada,  per non parlare della  guerra asimmetrica  dei dazi imposti da Trump in occasione del “Giorno della Liberazione”, sono tutti segnali di disprezzo per il principio su cui si fondavano le argomentazioni principali dei Padri Fondatori.     

Non è la prima volta che gli USA abusano del Diritto Internazionale. Anzi

Questa  inversione di rotta rispetto ai principi affermati nella Dichiarazione verso gli altri Paesi e il diritto internazionale stesso non è una novità per gli USA. Tutte le amministrazioni precedenti hanno spesso abusato del diritto internazionale in materia di operazioni segrete, assassinii, colpi di stato, campagne di bombardamenti e, nel caso dell’Iraq e dell’Afganistan, di  invasioni territoriali vere e proprie. Tuttavia fino alla caduta del muro di Berlino  e al collasso dell’Unione Sovietica le varie amministrazioni provavano a dare una giustificazione  e di spiegare una azione di  realpolitik rispetto alle  norme del diritto internazionali. In quel periodo l‘Occidente per distinguersi dai regimi comunisti promuoveva  il welfare, l’assistenza sociale e il rispetto dei diritti di minoranze anche razziali, le libertà individuali venivano  accolte e sviluppate come fattori “imprescindibili” e portanti della “nostra società”. Si trattava  di armi asimmetriche che cessato il pericolo sono state giorno dopo giorni dismesse, primo fra tutti il rispetto del diritto internazionale.

 Sarebbe facile liquidare l’inversione dell’atteggiamento della Dichiarazione nei confronti degli altri Paesi come il riflesso personale di un presidente brutale e prepotente, che sembra vedere le relazioni personali, istituzionali e internazionali attraverso la lente di un gestore di casinò o di un immobiliarista.  Trump e i “neocon”, che tirano le fila del sistema America,  hanno ragione quando dichiarano che la posizione degli Stati Uniti nel mondo è  cambiata radicalmente non solo rispetto al 1776 ma soprattutto rispetto agli anni ’50 e ’60 del secolo scorso. Quella Dichiarazione  e i principi che vi sono contenuti erano frutto di una posizione di debolezza del tutto inadatti a giustificare l’agire di una nazione imperiale in declino.  Pur tuttavia come scrive Steven Kurutz  sul NYT : “La logica della Dichiarazione rimane valida anche in condizioni radicalmente diverse. Dovrebbe essere lodata e preservata non perché venerabile e sacra, ma perché necessaria. Sebbene il conflitto con l’Iran ne sia l’esempio più lampante – il desiderio di Trump di una alleanza a sostegno della libera navigazione nello Stretto di Hormuz è stato a dir poco ironico – molte altre recenti politiche statunitensi hanno inavvertitamente dimostrato la fragilità del potere americano”.

 La realtà che, anche questa volta e come molti dei casi precedenti, gli effetti degli eccessi imperiali si sono ritorti negativamente sugli Stati Uniti. Se consideriamo l’uso sconsiderato dei dazi doganali da parte di Trump, che non solo non sono riusciti a generare un significativo ritorno fiscale o rientro delle produzioni in patria, ma hanno anche innescato una corsa globale per reindirizzare gli scambi commerciali intorno agli Stati Uniti. L’Unione Europea ha finalmente concluso un accordo commerciale con il Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay) e le esportazioni cinesi verso l’UE, il Sud-est asiatico e l’Africa sono aumentate vertiginosamente. L’Economist  riporta che: “il Vietnam sta inviando più prodotti agricoli in Europa, l’India sta spedendo più tessuti nel Golfo e il Brasile  vende più carne bovina alla Cina”. Come dimostrò l’economista  David Ricardo:” Se gli Stati Uniti pensano di strozzare il commercio mondiale finirà per arricchire i paesi partecipanti, ma non gli Stati Uniti a cui resterà l’inflazione”.                                                                                                  

I deficit militari degli Stati Uniti

Ma è il conflitto con l’Iran a sottolineare in modo più evidente i limiti della  politica muscolare di Trump . Convinti dagli israeliani di risolvere la questione al primo colpo gli USA hanno ignorato il   rischio, per il commercio globale, del blocco dello Stretto di Hormuz. L’amministrazione Trump ha permesso a un nemico militarmente inferiore di scegliere un campo di battaglia che avrebbe rivelato i limiti  della potenza militare americana impostata su strike brevi e intensi e non su campagne militari convenzionali di lungo periodo. Lo scontro con l’Iran   ha  chiaramente delineato quanto siano effettivamente limitate le capacità militari degli USA anche per difendere le proprie infrastrutture e quelle degli alleati nel        Golfo come nel resto del mondo.  Limiti che hanno le fondamenta nella struttura sociale ed economica di una nazione che ha deliberatamente finanziarizzato l’ economia a scapito dell’industria produttiva e manifatturiera. Nel 1956 gli USA erano la prima potenza mondiale marittima per tonnellaggio e per la costruzione di nuove navi, nel 2024 sono al 16° posto. Per costruire una portaerei i cantieri ci impiegavano 4 anni ora siamo a 10 e si sta valutando di affidare ai cantieri sudcoreani la manutenzione della US Navy. 

  Gli errori e le scorrettezze dell’amministrazione Trump nei vari raund di trattative con l’Iran  hanno minato definitivamente le sue capacità diplomatiche. Dopo aver attaccato per due volte gli iraniani durante i negoziati, dando inizio alle ostilità nel giugno 2025 e poi di nuovo a febbraio 2026, Trump ha eroso la reputazione degli Stati Uniti e, così facendo, la loro capacità di stringere accordi internazionali . La mancanza di credibilità degli Stati Uniti come attore internazionale negli accordi ha già minato anche la loro leadership tecnologica.

Vi sono, come ho già scritto più volte anche su questo giornale , dei fattori strutturali che giusto o sbagliato hanno favorito l’inversione della logica della Dichiarazione operata da Trump. L’impossibilità di ricreare una industria manifatturiera e la scarsità delle risorse finanziarie apre la strada ad un trasferimento forzato , a chi ancora c’è l’ha, di industrie produttive e manifatturiere sul suolo americano. Impedire la transizione ecologica equivale a imporre il “petrodollaro” come moneta di scambio commerciale e status di valuta di riserva che permette agli USA di estendere la propria sovranità al di fuori del suo territorio e molto al di sopra delle sue capacità militari.

 A proposito di Tucidide,  che chiaramente Trump non sapeva chi fosse fino a quando Xi Jinping non l’ha nominato, e degli Ateniesi che impararono, durante la guerra del Peloponneso, quanto le egemonie possono essere fragili, soprattutto se una superpotenza non percepisce o non comprende i limiti delle proprie capacità militari, o non si rende conto di quanto anch’essa dipenda dagli altri.  I redattori della Dichiarazione probabilmente lo avevano capito. L’attuale leadership del paese, al contrario, lo ignora totalmente.

*Phineas Taylor Barnum deputato del Congresso (1881-1886) creatore e proprietario del Circo Barnum, autodichiaratosi “mistificatore, pronunciò la famosa frase: “nessuno è mai andato fallito per avere sottovalutato l’intelligenza del popolo americano.

**Walter Russell Mead è editorialista del Wall Street Journal , ricercatore presso l’Hudson Institute e recensore di libri per Foreign Affairs, la rivista bimestrale di politica estera.