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09 Febbraio 2026

Quando a fallire è la diplomazia, resta solo la logica delle armi.

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Aree di crisi nel mondo n. 276 – 8 febbraio 2026

Di Stefano Orsi

Abu Dhabi: un nulla di fatto

La due giorni di colloqui tra Russia e Ucraina si è conclusa ed era facile profeta chi scriveva che non si sarebbe giunti a una conclusione positiva.

In effetti, il vertice si è chiuso con molte parole diplomatiche ma con un unico accordo concreto: lo scambio di 157 prigionieri per parte, avvenuto effettivamente venerdì.

Mentre la delegazione russa non ha lasciato trapelare nulla oltre alle dichiarazioni di rito, qualcosa di più è emerso da parte ucraina.

Non è comunque un risultato da poco: da tempo i canali di scambio erano bloccati e il ritorno a casa di questi uomini è certamente un bene umanitario. Ma non si è andati oltre.

https://www.theguardian.com/world/2026/feb/05/second-day-of-ukraine-russia-peace-talks-in-uae-end-without-breakthrough

Gli scogli sui quali si arenano le speranze di pace restano i medesimi. La Russia chiede il controllo delle regioni annesse a seguito dei referendum (Donetsk e Lugansk), non riconosciuti da Kiev.

Inoltre, il vero punto nevralgico che mantiene distanti le posizioni resta lo status dell’Ucraina al termine del conflitto.

Mosca non chiede solo garanzie di sicurezza — memore di come agirono europei e ucraini dopo gli accordi di Minsk 1 e 2 — ma esige la smilitarizzazione di Kiev e il divieto tassativo che sul territorio ucraino possano stazionare eserciti o basi straniere, NATO o meno.

Inutile precisare che per Kiev tutto questo è inaccettabile.

Gli ucraini restano fermi alla richiesta di un cessate il fuoco sulla linea del fronte attuale; una proposta che la Russia boccia, ritenendola instabile e priva di garanzie.

Le aspettative di Washington

Ieri, 7 febbraio, è emersa una nuova proposta — o indiscrezione — da parte statunitense.

https://www.pbs.org/newshour/world/u-s-gave-ukraine-and-russia-a-june-deadline-to-reach-a-peace-deal-zelenskyy-says

Lo stesso Presidente Zelensky (il cui mandato è formalmente scaduto) ha riferito della volontà USA di arrivare a un accordo di pace entro e non oltre il giugno di quest’anno.

Zelensky ha aggiunto che Washington si aspetta che le parti chiudano l’accordo entro quella scadenza, altrimenti metterà in campo le proprie capacità “persuasive” per forzare la mano. Sarebbe emersa anche la sede dei prossimi colloqui: si parla immancabilmente di Miami, guarda caso a due passi dalla residenza di Trump a Mar-a-Lago.

Gli interessi di Trump in questa partita a scacchi sono molteplici. Se da un lato la guerra è stata utilizzata per demolire la concorrenza industriale europea, dall’altro il conflitto è diventato un business per gli USA.

L’instabilità nell’UE spinge le aziende europee a investire oltreoceano, una tendenza rafforzata dalle politiche dei dazi del Presidente americano.

La pace diverrebbe un “buon affare” solo se portasse maggiori entrate per gli USA: è in questo scenario che si inserisce il “piano per la vittoria” di Zelensky (in cui l’Ucraina era disposta a concedere qualsiasi risorsa) e la rivelazione fatta sabato alla stampa.

Il “Pacchetto Dmitriev”

Le parole di Zelensky ci portano ad esaminare il cosiddetto “Pacchetto Dmitriev”.

Il leader ucraino ha affermato che i suoi servizi segreti avrebbero intercettato un mega piano di investimenti da 12.000 miliardi di dollari che la Russia starebbe proponendo agli USA.

https://www.washingtonpost.com/world/2026/02/07/ukraine-russia-us-economic-agreements-war

“Ci sono segnali che alcuni di questi accordi potrebbero riguardare la nostra sovranità”, ha detto Zelensky. “Stiamo chiarendo che l’Ucraina non sosterrà alcun accordo stipulato senza di noi”.

Kirill Dmitriev, capo del Fondo Sovrano russo, avrebbe presentato questo piano ai delegati statunitensi. Va ricordato che sia l’inviato Witkoff che il genero di Trump, Kushner, sono uomini d’affari prima che politici, e come tali la Russia si rapporta a loro.

Il nocciolo della strategia russa sembra essere quello di trattare con gli USA in termini di costi-benefici, rendendo più vantaggioso per l’amministrazione americana appoggiare le richieste di Mosca piuttosto che quelle di Kiev.

È un approccio speculare a quello tentato (e fallito) dall’Occidente nel 2014 e nel 2022: si credeva che alzando il costo economico per la Russia, questa si sarebbe ritirata.

Niente di più sbagliato: per la Russia non è mai stato un calcolo economico, ma di sopravvivenza nazionale. Ora, evidentemente, i russi scommettono sul fatto che per gli USA, invece, sia solo una questione di soldi.

La ripresa dei bombardamenti

Terminata la pausa di una settimana richiesta da Trump, dal giorno 3 sono riprese le campagne russe sulle infrastrutture ucraine, imitate da Kiev — seppur su scala decisamente inferiore — sulle città di frontiera come Belgorod.

https://understandingwar.org/research/russia-ukraine/russian-offensive-campaign-assessment-february-7-2026

Nella notte tra venerdì e sabato, un attacco russo con 460 tra missili e droni ha devastato la rete elettrica ucraina, costringendo allo spegnimento delle centrali nucleari rimaste isolate.

Il blackout è conseguenza della distruzione delle centrali termoelettriche di Dobrotvor (Leopoli) e Burshtyn (Ivano-Frankivsk), oltre che di numerose grandi sottostazioni (750kv e 330kv). Questo impedisce anche l’importazione di energia dalla Polonia.

Al momento, l’energia erogata a Kiev non supera le due ore al giorno.