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PER I CONSERVATORI IN GRAN BRETAGNA DALL’EUFORIA BREXIT  ALLA DISFATTA

I Tory non sono più il primo partito ma il terzo   dopo Laburisti e Liberal Democratici perdendo malamente sia nelle grandi città come Londra, per la terza volta, Liverpool , Manchester, e Birmingham ma anche nei sobborghi metropolitani di queste e nei piccoli centri.

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Credit foto https://associatedmedias.com/regno-unito-amministrative-la-peggior-sconfitta-in-40-anni-per-i-conservatori-londra-riconferma-khan/

Di Fulvio Rapanà

La sconfitta dei Conservatori alle elezioni amministrative in Gran Bretagna era  prevista pur non nelle dimensioni catastrofiche in cui si è concretizzata. La tendenza era già evidente nei sondaggi che in Gran Bretagna sono sempre abbastanza precisi in quanto, a differenza con l’Italia,  li nessuno si vergogna a dire di votare “conservatore” mente in Italia c’è un po’ di ritrosia nell’ammettere di essere “conservatore” o di “destra”, che votava per Berlusconi e ora per Meloni. I Tory non sono più il primo partito ma il terzo   dopo Laburisti e Liberal Democratici perdendo malamente sia nelle grandi città come Londra, per la terza volta, Liverpool , Manchester, e Birmingham ma anche nei sobborghi metropolitani di queste e nei piccoli centri. In tutto circa 500 consiglieri in meno. Mi ero appuntato un nome: Thurrok. Subito dopo la Brexit avevo letto un articolo del Guardian su  questo sobborgo, un po’ fuori dall’area metropolitana di Londra, abitata da salariati e piccoli imprenditori. Nel referendum sulla Brexit il “live”  ha preso il 72% dei voti e i conservatori hanno governato il municipio per 20 anni. Incuriosito ho cercato i risultati elettorali , ebbene a Thurrok i “conservatori” hanno perso 10 dei 16 seggi e arrivando anche qui dopo i Liberal Democratici.  Lo spostamento della metà dei voti dai conservatori ai Liberal Democratici, un partito di centro oscillante fra conservatori e laburisti, autorizza  una prima riflessione:  la base elettorale, come si dice “il blocco sociale”,  che ha sostenuto i  conservatori negli ultimi 14 anni ha bocciato lo spostamento sempre più a destra del partito Tory che dall’esito della Brexit ad oggi ha sbagliato tutte le soluzioni politiche e sociali e paga le conseguenze del  “tradimento costituzionale”  della Brexit.

 Il “tradimento istituzionale” di cui parlo non è la Brexit in se ma il fatto che Cameron ha chiesto all’elettorato una “legittimazione definitiva” alla permanenza della Gran Bretagna nell’UE, e l’adesione ai trattati, pur  essendo la materia di totale e assoluta  competenza  dell’esecutivo. Cameron diversamente da Churchill o dalla Thatcher non si è voluto assumere la responsabilità, l’onere, il dovere di questa decisione, anche contro il suo stesso partito, in nome “dell’interesse generale” così come lo definiva il politologo Edmund Burke.

Cameron, politico  navigato  e avveduto,  perfettamente in linea con la tradizione del partito Tory, su una materia estremamente complessa, ha indetto un referendum che non era previsto dalla prassi costituzionale  ne’ richiesto da alcuna parte politica.   Dal Trattato di Maastricht, che e’ costato il posto alla Thatcher,  all’avvio  dell’Euro e  della BCE, alla Convenzione per la Costituzione del Trattato istituzionale di Lisbona, l’unione fiscale del 2011, Schenghen, la Gran Bretagna pur aderendo a questi accordi si è andata sempre piu’ isolando rispetto ad un ancoraggio europeo passando, sotto la spinta Tory, da una posizione “euroscettica”, ma pur sempre dentro gli organismi e le istituzioni europee, ad una posizione sempre piu’ speculativa di “ambiguita’ calcolata” .   Continue oscillazioni fra integrarsi nel mercato economico piu’ importante del pianeta  oppure giocare una partita in proprio e scegliere il “grande largo”, di Churchill, avendo come strumento la City, divenuta piazza finanziaria globale,   e come sponda strategica gli USA. “Ambiguità calcolata” come movimenti tattici che nascondevano una insufficiente strategia  risultata sempre meno incisiva quanto piu’  l’integrazione europea avanzava sotto spinta di potenti correnti imprenditoriali ed economiche continentali, compresi quelli britannici. Cameron aveva due alternative o seguire le indicazioni del mondo imprenditoriale britannico per una maggiore e definitiva  integrazione, compreso l’ingresso nell’euro,  oppure ascoltare le sirene nazionaliste Tory e chiudersi in uno “splendido isolamento” interno e prendere il “grande largo” all’esterno.               Cameron, pur avendo l’appoggio dei poteri economici, della City , della Banca d’Inghilterra e una solida maggioranza di 450 deputati su 650 favorevoli al Remain,  ha indetto  il referendum con un solo preciso obiettivo: dare all’elettorato il compito, che dovrebbe essere il suo, di porre termine “all’ambiguita’ calcolata” e ricondurre le correnti interne, sovraniste e non,  sia dei  Tory che del Labour  nella direzione strategica europea ma utilizzando uno strumento errato come il referendum estraneo alla tradizione politica britannica.  

E’ probabile che   alle prossime elezioni politiche i laburisti conquisteranno la maggioranza del parlamento, ma come in Italia per il debito pubblico che rimane pur cambiando il governo , questo  non cambierà la grave condizione dell’economia britannica. Oltre al terremoto della Brexit tra i fattori che hanno contribuito alla cattiva situazione dell’economia il principale sta nel completo collasso della crescita della produttività per la carenza di investimenti sia pubblici che privati. Il crollo degli investimenti pubblici a partire dal 2010 è stato causato sia dalla crisi finanziaria, e delle banche, del 2008 sia dalle severe misure di austerità adottate dai conservatori con Cameron e May che hanno tagliato la spesa pubblica in percentuale del PIL dal 46% nel 2010 al 39% nel 2019. “Meno soldi allo stato più soldi nelle tasche  dei cittadini” una politica fiscale ed economica che ha funzionato  all’epoca della Thatcher come stimolo per crescita e gli investimenti. Ma il mondo e l’economia negli ultimi 30 anni è molto cambiato. Il patto sociale, ancora valido negli anni ’80 del secolo scorso,  per cui gli imprenditori reinvestivano nelle aziende, soprattutto manufatturiere che sono quelle che finanziano il welfare, una parte dei propri guadagni è ancora valido ma in Cina e in Asia non più certamente in occidente dove i proventi vengono investiti in attività speculative. Creare e gestire aziende è divenuto ovunque un mestiere difficile e pericoloso , meglio far gestire i capitali disponibili a Blackrock pittosto che impiantare una fabbrica . Inoltre in Gran Bretagna gli investimenti privati sono anche crollati  per l’incertezza economica derivante dalla Brexit, con gli investitori internazionali piuttosto riluttanti ad investire nell’economia reale di un paese che ha lasciato malamente il mercato unico europeo che è stato e continua ad essere il suo più importante partner. Errori tattici ma anche clamorosi errori strategici come l’idea di Boris Jhonson di poter tenere in piedi una nazione, delle dimensioni e degli impegni come la Gran Bretagna, trasformando Londra in un gigantesco  paradiso fiscale. Consulto il sito diciamo “istituzionale” sull’argomento:  https://taxjustice.net/ e dal suo fondatore  John Christensen che scrive: “Londra è già uno dei più grandi paradisi fiscali del mondo. Quando parliamo di Londra non ci si deve limitare a considerare la singola città. È una zona geografica estesa, come un arcipelago, politicamente e finanziariamente legata alle Crown Dependencies (Dipendenze della corona per esempio isola di Jersey, Guernsey, Isole di Man etc..) e le off-shore BVI (isole vergini britanniche). Tutte queste entità, pur se geograficamente distanti, operano all’unisono come una singola entità. Ma  dopo la Brexit, senza più i lacciuoli della BCE,  si è andato molto oltre quel progetto. La City è già oggi la località scelta da molti  Cleptocrati (politici stranieri corrotti che rubano soldi al proprio stato) e speculatori e criminali per mettere al sicuro i loro capitali. Ma per Boris Johnson l’obiettivo finale, mai smentito,  era di far diventare Londra una sorta di Singapore sul Tamigi: una gigantesca capitale del riciclaggio”. Un vecchio detto recita che “ il diavolo fa le pentole ma dimentica i coperchi”. Il piano di Johnson e dei Tory sarebbe potuto andare in porto se nel 2022 Putin invadendo l’Ucraina ha costretto, dalle pressioni internazionali, il governo britannico  bloccare i capitali degli oligarchi russi anche se non rivenienti da attività illecite o criminali ma in quanto “amici di ”. Questa situazione ha creato un notevole imbarazzo e molte riflessioni nel popolo degli investitori delle banche londinesi con un  notevolmente rallentamento nell’afflusso di capitali. Con l’evidenza reale che in occidente si può passare da amici a nemici in una notte agli investitori delle banche londinesi sono venuti un sacco di dubbi sulla sicurezza dei capitali depositati. In generale il progetto di tenere in piedi la Gran Bretagna con i capitali degli altri è pura follia che solo un partito Tory in declino poteva  ritenere fattibile. 

Sta di fatto che la situazione economica del cittadino medio  è andata sempre più rapidamente peggiorando:  le loro tasse sono aumentate, i tassi di interesse sono saliti alle stelle, le bollette sono aumentate enormemente, l’inflazione è aumentata vertiginosamente, il costo dell’assistenza sanitaria  è molto aumentata e, contrariamente al messaggio del governo Tory, i salari non sono riusciti a tenere il passo. La settimana scorsa, il Financial Times ha pubblicato un’analisi dei dati ufficiali che mostrano che negli ultimi tre anni le famiglie del Regno Unito hanno ridotto drasticamente la spesa per birra, pane, carne, attività ricreative, mobili e altro ancora. Pagare di più e  ricevere di meno, a quanto pare, è ormai la condizione nazionale in cui vive una parte rilevante del popolo britannico.  Una ampia base sociale  si sente come truffata da una politica che percepisce ostile caratterizzata da una sorta  di ingiustizia in cui si toglie ai salariati e ai piccoli imprenditori per dare molto di più a pochi che non investono più nell’economia reale nazionale.  Speranze, leggi , frontiere e denaro, quattro primi ministri  per farne cosa?, quale è il progetto che avevano in testa i conservatori o che hanno per il futuro i laburisti della Gran Bretagna? nessuno ne’ Farange ne’ i Tory e nemmeno il Labour  avevano e hanno un’ idea o un progetto preciso. Di fondo a parte l’alterigia tipica dei nobili decaduti e del senso della democrazia, quella si che nessuno riuscirà mai a eguagliare,  la politica e la società britannica  come  pensa di combattere ad armi pari  in una  competizione planetaria su base continentale con USA,  Cina, EU, India, Russia,   a questo  quesito  ancora oggi nessuno riesce a dare una risposta certa , ne’ i Tory ne’ il Labour.  

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