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Editoriale

IL DISASTRO DI SEVESO E LA LEGGE 194

Il 10 luglio 1976 la nube tossica di diossina dell’ICMESA sconvolge Seveso. Oltre al dramma ambientale e sanitario, l’incidente impose al governo Andreotti una scelta d’emergenza: autorizzare l’aborto terapeutico per le donne esposte al contagio. Fu la scintilla che accelerò il percorso politico verso la legge 194 del 1978. Ripercorriamo il legame profondo tra la tragedia di Seveso e la nascita di un diritto civile che ancora oggi fa discutere

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credit foto https://it.wikipedia.org/wiki/Disastro_di_Seveso

Di Pierdomenico Corte Ruggiero

Il disastro ambientale di Seveso è una vicenda che ha segnato profondamente la storia italiana. Tutto ha inizio nel comune di Meda, in Lombardia, presso lo stabilimento chimico ICMESA, situato proprio al confine con Seveso.

È il 10 luglio 1976, un sabato di una strana estate fatta di forti contrasti meteorologici: prima un caldo torrido, poi improvvisi temporali e freddo. Quella del ’76, però, verrà ricordata come una delle estati più buie del nostro Paese non certo per il meteo, ma per quello che accadde in quel giorno apparentemente qualunque. All’improvviso, i cittadini di Seveso avvertono qualcosa di anomalo nell’aria: un odore acre che mozza il fiato e fa infiammare gli occhi.

Ci vorranno diversi giorni prima che la popolazione venga informata della realtà: un gravissimo incidente all’ICMESA. Durante la produzione di triclorofenolo – una sostanza chimica usata per i diserbanti – una reazione incontrollata ha modificato il processo, generando una grande quantità di diossina, una sostanza altamente tossica che si è liberata nell’atmosfera. Spinta dal vento, la nube invisibile avvolge i comuni di Meda, Cesano Maderno, Desio e, soprattutto, Seveso.

Quando finalmente scatta il piano di emergenza, lo scenario è desolante. La popolazione più vicina allo stabilimento viene evacuata e l’area più contaminata viene isolata e presidiata da guardie armate. Le case nella “Zona A” vengono demolite, il terreno rimosso e sostituito. Anche se miracolosamente non si registrano morti immediate tra la popolazione, gli effetti sono devastanti: centinaia di persone vengono colpite da cloracne (una grave dermatosi), le piante ingialliscono e muoiono, e migliaia di animali vengono abbattuti per evitare la contaminazione della catena alimentare. L’ICMESA pagherà alla fine risarcimenti per oltre 260 miliardi di lire.

Ma l’ombra più dolorosa della diossina riguarda il futuro. I pochi studi scientifici disponibili nel 1976 indicano che l’esposizione alla sostanza nelle donne in gravidanza comporta un rischio altissimo di alterazioni neonatali e malformazioni. In quel momento, in Italia, l’aborto è ancora un reato. Eppure, davanti alla gravità della situazione, il 7 agosto il governo Andreotti compie un passo eccezionale, autorizzando l’aborto terapeutico per le donne della zona che ne facciano richiesta.

Questo dramma riaccende con forza un dibattito che da anni lacera il Paese. Persino la Democrazia Cristiana comincia a mostrare posizioni meno rigide. Già nel 1975, Aldo Moro aveva intuito il cambiamento dei tempi, dichiarando: “Vi sono cose che, appunto, la moderna coscienza pubblica attribuisce alla sfera privata e rifiuta siano regolate dalla legislazione… Prevarranno dunque la duttilità e la tolleranza”.

La legge 194 per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria di gravidanza verrà approvata nel maggio del 1978, pochissimi giorni dopo il tragico ritrovamento del corpo di Aldo Moro. Tre anni più tardi, nel 1981, gli italiani confermeranno la legge respingendo il referendum abrogativo con un netto 68% di no.

Oggi, a decenni di distanza da quella legge, il dibattito è ancora acceso. Tuttavia, non possiamo comprendere o giudicare la 194 senza studiare il contesto in cui è nata. Le sue ragioni passano anche attraverso la nube tossica di Seveso e la lettura delle cronache di allora. Solo così possiamo comprendere a fondo la necessità, come disse Moro, di “chiudere nel riserbo delle coscienze alcune valutazioni rigorose, alcune posizioni di principio”.

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