15 Giugno 2026
TUTTA COLPA DEL CAPPELLO (la convention di Futuro Nazionale).
Cronaca della convention politica di Vannacci.

Di Benedetta Piola Caselli
Quando sentirete i nostri compagni dire : da Vannacci c’erano nobiltà nera e borghesia grassa, non credeteci. Quando sentirete dire : Vannacci raduna lo scontento del sottoproletariato urbano, non credeteci. Quei compagni non c’erano e io sì, anche se per poco e per colpa di un cappello.
Questo è il resoconto della mia scappata dai vannacciani e della débacle che ne è seguita; anche se, devo ammetere, per colpa della mia logistica.
Incominciamo.
Che sarei andata da Vannacci lo avevo detto ieri, e nessuno dei nostri aveva trovato che ci fosse niente di strano. Il paese va a fondo; questa nuova destra che funzione avrà? Sarà il catalizzatore del peggio del paese o cercherà di fermare la corsa verso il baratro?
Perché è evidente che noi non ci siamo riusciti e anzi l’abbiamo accelerata, distogliendo l’attenzione dalle cose che contano (come il lavoro), focalizzandoci sugli specchietti per le allodole (tipo il gender), proprio tappandoci gli occhi sulle tematiche scomode (la sicurezza) e spingendo avanti tutta verso nostra stessa distruzione, nell’interesse di paesi stranieri (il conflitto con la Russia, la rimilitarizzazione).
D’altronde, le destre becere e violente sono in piena espansione ovunque – come sempre nei momenti di crisi – e capire dove andrà questa nuova esperienza politica è interesse, credo, di tutti.
La mia mattina destinata a Vannacci è cominciata con la scelta dell’outfit. Si, cari! Volevo presentarmi ai fasci in modo istituzionale, non caratterizzante, e quindi no birkenstok e pantalonacci di lino e sì tacchi e tailleur, ovviamente una camicia rossa.
Questa è stata la mia prima rovina. Io, con i tacchi, non ci cammino mai; perciò, arrivata a Prati, già rimpiangevo i mocassini. Prima débacle, le scarpe.
La prospettiva di dover arrivare all’auditorium si tramutava già in espiazione, quando ho visto, tah dah!, un gruppo di camicie nere.
No, non sto scherzando.
Un gruppo di giovinastri con la camicia nera, che facevano il filo a due ragazze con il cagnolino. “Che”, ho chiesto mentre il cagnolino mi sbaciucchiava, “siete camicie nere?” , e vi giuro che l’ho fatto sopprimendo una risata.
“Duce!” mi ha risposto uno dei giovinastri, ma sottovoce, molto perplesso.
Ho visto l’opportunità. “Bene” gli ho risposto “io sto andando dal vostro Vannacci, mi potete portare in motorino?”.
Quelli hanno strabuzzato gli occhi, molto stupiti. Poi, alzando le spalle e scambiandosi delle occhiate perplesse, uno m’ha detto ok e ha fatto qualche passo per slegare la motoretta.
Io già me la ridevo a pensare alla scena, quando il fasciotto mi ha chiesto : “signò… ma come facciamo con la gonna ?”
Accidenti. Aveva ragione. Avevo la gonna stretta; non sarei potuta montare senza scoprirmi le cosce e, alla mia età, anche no.
Seconda débacle, la gonna.
Arrivo infine all’Auditorium e resto basita.
C’era una sicurezza degna di un grande evento, tipo un capo di Stato estero, a fronte di un evento tutto sommato minore. “Sarà la tendenza sicuritaria dei fasci? Oppure, mi dico, temono gli scontri, oggi Roma sarà calda fra opposti cortei.
Forse di più ancora : qualcuno potrebbe decidere di attaccare la convention dall’interno, magari facendo esplodere qualcosa.
Questo tipo di eventi potrebbe essere persino politicamente capitalizzabile – nel senso che potrebbe aumentare i consensi –
ma forse non è il momento giusto e quindi tutte le cautele sono prese.”
Comprensibile, eh? Però anche un filino eccessive.
Agli ingressi era presente molta gente che desiderava entrare : curiosi, sostenitori, ragazzetti, persino qualche compagno e, a tutti, l’ingresso era negato. Ci chiedono i documenti, ne prendono copia. Io li do senza problemi, molti protestano : ma perché?
Il partito sembra costituirsi nel segreto; sono ammessi solo i delegati regionali e pochi altri – persino la stampa è tenuta in disparte.
Capirò più tardi il perché – e la scelta non è stupida.
Anche io sono in fila come gli altri, anche io chiedo di entrare e anche a me danno le stesse risposte.
Però – fosse solo esteticamente – io non sono come gli altri e quindi desto subito una certa attenzione.
Mi presento : “Sono l’Avvocato Benedetta Piola Caselli”, dico, “mi piacerebbe entrare e vedere che succede”.
I ragazzi dell’entrata sono un po’ perplessi, ma si capisce che mi vorrebbero aiutare.
Ma lei è delegata? No. E’ iscritta? No. Vuole iscriversi? No. Conosce almeno qualcuno? Ma proprio no : io sono comunista.
Lo dico in modo molto chiaro, ma gentilmente; negli occhi vedo accendersi delle fiammelle, ma virano poco dopo quasi in simpatia. Mi è capitato più volte di notarlo : io ai fasci non sto antipatica. In parte, mi dico, perché faccio cose audaci che entrano nel loro panorama simbolico; un po’ perché la destra contemporanea non è più una comunità ideologica chiusa, ma un contenitore che cerca legittimazione e quindi tollera, almeno in superficie, interlocutori diversi.
Gli dico : scrivete a Vannacci che io sono qua, e lui vi dirà di farmi entrare. Di questo sono sicurissima, perché Vannacci non è cretino, e uno che non è cretino, se sente : “c’è un avvocato comunista con il doppio cognome che chiede di venire a vedere i lavori”, specialmente se l’avvocato è una donna, dice : “fate passare”.
In più, Vannacci è un fegataccio e ci vuol poco a controllare che anche io ho qualche esperienza da raccontare, anche se declinata al femminile e non in modo combattente : il mondo della destra estrema, ripeto, in genere apprezza le mie avventure.
Ma Vannacci è impegnatissimo, e i ragazzi non sanno che fare.
Io non demordo, sotto al sole.
Voglio vedere come funziona la catena di comando, quanto ci mettono, come si regolano.
Perciò resto lì tranquilla, li guardo e ci chiacchiero. Che si dice, voi comunisti, e voialtri piuttosto, eccetera.
lo spiego chiaramente : cosa dite lo so; ma voglio vedere chi siete, se sapete tracciare una linea politica coerente, chiara e sostenibile, se ci sono possibilità che il vostro progetto politico sia concreto e resti quello, oppure se sarà la solita accozzaglia di retoriche pronte ad adattarsi ad ogni cambio di interessi.
Nessuno trova che questo sia scandaloso; qualcuno mi rimprovera il tradimento degli interessi nazionali fatto dalla nostra parte. E’ vero, e quindi neanche io lo trovo scandaloso.
Pian piano vengono fuori altri, qualcuno perora la mia causa; un paio mi fanno battute la caserma e mi strappano una risata sincera perché ormai, alla nostra età, l’effetto non può essere che questo.
Intanto il sole batte, io resisto a fatica, il sole mi fa sempre male, ma non voglio demordere.
Certo, ho un altro modo per entrare.
Ma vorrei proprio passare da lì, cittadina normale che chiede di assistere a un evento politico.
Alla fine un tipo gentile mi dice : “sono arrivato fino al livello tre della catena di comando, oltre non riesco ad andare, purtroppo non posso farla passare”. Sghignazzo un po’ per il livello tre della catena di comando, ma il tipo è simpatico e allora bene, giro i tacchi, prendo nota che sono stati tutti gentili e provvedo ad entrare secondo la via che avrei potuto usare sin dall’inizio.
In due minuti sono dentro.
Anche dentro la sicurezza è nella massima allerta.
Care compagne, so che qualcuna fra voi vorrebbe il petteguless su quanto erano trucidi e, cari compagni, so che qualcuno fra voi vorrebbe sentire che erano molto pericolosi.
Mi spiace deludervi.
Sull’aspetto estetico e comportamentale mi rifiuto di rispondere perché porta immancabilmente alla solita nostra spocchia autolesionistica… ma, care, vi lascio questa pillola : ne ho contati 14 con i tatuaggi sulle mani (alcuni piccoli però, tipo pugnaletto o crocetta su un dito) ; sull’aspetto della pericolosità non si trattava della convention del Parco dei Principi, se è questo che pensate e no, non era un incontro con un orientamento di classe determinato.
L’incontro di oggi riguardava i delegati territoriali – gli attivisti che si fanno il mazzo, per capirci – e che costituiscono la trama sociale del movimento.
Dentro c’era un po’ di tutto, con prevalenza di piccola borghesia e non di proletariato; certamente non di “aristocrazia nera” o grande borghesia, che contavano solo qualche rappresentante.
Sì, c’erano soggetti chiaramente del mondo militare, sufficientemente numerosi ma – prima di gridare al possibile colpo di Stato – vorrei precisare che non posso dire come erano inseriti nell’organizzazione, né mi stupirebbe che dei militari, elettori anche loro, sostenessero un generale in modo del tutto pacifico.
L’impressione è stata di un gruppo eterogeneo che mischia vecchi politici in cerca di legittimazione, nostalgici in cerca di emozioni, veri indignati in cerca di contenimento emotivo, furbi in cerca di posizione personale.
C’erano anche persone normali, ragazzi idealisti e adulti con vari percorsi.
Incontro una simpaticissima soprana russa, Larissa Nikolajevna Yudina – anche nostra cittadina – che mi commuove per l’affetto che mostra al suo paese d’adozione e mi fa sorridere per una nota triste e vera : l’italiano medio è ignorante, molto più del russo medio, e questa sua ignoranza lo rende incapace di vedere la bellezza di cui è circondato.
Perciò io non condivido i commentatori che parlano della nuova destra come fenomeno delle élite o, al contrario, delle classi popolari o, ancora, come una pericolosa deriva estremistica.
A me sembra che ci sia una prevalenza di piccola borghesia attiva, di quadri intermedi, di persone che cercano rappresentanza e riconoscimento più che rivoluzione, e questo mi sembra un dato molto più interessante della presenza di qualche nostalgico in camicia nera.
Questa coalizione degli scontenti è tanto eterogenea a livello sociale quanto lo è in quello politico.
Le parole d’ordine sono ufficialmente le stesse – identità nazionale, patria, sicurezza, remigrazione, sovranità monetaria – ma declinate in modo totalmente diverso.
E così, accanto a persone che invocano l’ascia bipenne e vecchi movimenti messi fuorilegge, altre ricordano con commozione Berlusconi (!); vecchi leghisti separatisti e autentici fascisti che sognano l’impero; ci sono pro pal di destra duri e puri e posizioni apertamente sioniste; c’è chi vuole l’Italia fuori dall’euro e chi no; chi fuori dalla Nato e chi no; chi vorrebbe ricucire con la Russia “nell’interesse nazionale” e chi l’interesse nazionale lo vede nella difesa dell’Ucraina.
Vannacci mi appare più il catalizzatore di microcentri esistenti che il leader di un’entità nuova.
Se è così, avrà un bel da fare a disciplinare le forze centrifughe di “Futuro Nazionale” – forze che, nella ricerca di spazio, potrebbero prestarsi ad indicazioni eterodirette.
So che il discorso di Vannacci sulla “feccia fiera di esserlo” ha deluso molti, che si aspettavano un non precisato “altro, più diretto”.
Secondo me, invece, l’intervento è stato efficace rispetto ad un problema strutturale del movimento, perché è riuscito, con una meta categoria morale, a riportare ad unità simbolica tanta diversità.
Molto di più non si poteva fare perché, al di là della retorica, una linea politica chiara e definita, univoca e sostenibile, non è ancora stata individuata, né sarà facile individuarla nel breve periodo.
Perciò un compito davvero arduo aspetta Vannacci : Inserirsi in un partito esistente, già più o meno disciplinato, era già complicato; inventarne uno nuovo, raccogliendo un po’ di qua e un po’ di là gli underdogs ammalati di scontento è immensamente più complicato. Può darsi che però gli riesca, almeno sul breve periodo, e cioè fino a che la prospettiva di un successo elettorale terrà a freno i gruppuscoli identitari.
La domanda centrale piuttosto mi sembra: chi governerà davvero questo spazio, se dovesse crescere? Le idee contano, ma nei partiti contano moltissimo anche le persone che riescono a occupare le posizioni organizzative. Chi saranno e come verranno scelte davvero?
L’enorme cautela nell’ammettere alla convention ha lasciato in molti l’idea di qualcosa di sporco, di segreto.
Io non credo sia così.
Credo invece che il problema sia che non esiste ancora “Futuro Nazionale” in quanto entità politica davvero strutturata, e che si sia ancora nella fase dei lavori preparatori.
Insomma, si è messo il carro davanti ai buoi, almeno per il momento, e quindi il progetto non era pronto per essere mostrato al pubblico.
Ecco il perché di tanta cautela e, se è così, Vannacci ha avuto ragione.
Con oggi uscirà fuori qualcosa di concreto dai tavoli dei delegati territoriali?
Mi piacerebbe saperlo, anche se, nella mia esperienza, “i tavoli” servono a creare legittimazione simbolica e non ad impostare una linea politica.
Mi piacerebbe saperlo ma non lo saprò perché, a forza di insistere a testare la “catena di comando” del Vannacci, mi sono ritrovata con una feroce insolazione, e ora sono a letto con una borsa del ghiaccio in testa e i piedi piagati.
E se qualcuno di voi sta per dire : “te la sei proprio cercata”, beh siate gentili e sorvolate sulla mia terza débacle logistica.
Sì, lo so, sarebbe bastato un cappello.
Sarebbe bastato un cappello.
Non avevo il cappello.
Pazienza.
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