15 Giugno 2026
Il Caso Cirillo e l’Irpinia 1980: Il Giorno in cui lo Stato Trattò con la Camorra
l sequestro Cirillo svela intrecci oscuri tra Stato, BR e camorra.

Di Pierdomenico Corte Ruggiero
Il fenomeno del bradisismo dei Campi Flegrei riporta sovente l’attenzione sulla Campania e sul suo intrinseco rischio sismico. Per molti, il binomio tra terremoto e Campania evoca immediatamente la memoria della tragedia dell’Irpinia del 1980.
Una tragedia immane, non solo per l’elevatissimo numero di vittime e la spaventosa distruzione materiale, ma anche per la successiva gestione della ricostruzione.
Miliardi di lire furono spesi per un’opera monumentale condotta spesso male, con gravissimi ritardi e macchiata da uno scandalo dalle dimensioni enormi: corruzione, tangenti, materiali scadenti e, soprattutto, le mani della camorra sui flussi di denaro pubblico.
La ricostruzione delle zone colpite dal sisma si lega indissolubilmente a uno degli episodi più oscuri e misteriosi della recente storia italiana: il rapimento di Ciro Cirillo. Il 27 aprile 1981, un commando della colonna napoletana delle Brigate Rosse sequestrò Cirillo, allora assessore ai Lavori Pubblici della Regione Campania.
Durante l’azione, i brigatisti uccisero brutalmente l’autista di Cirillo, Mario Cancello, e il brigadiere della Polizia di Stato Luigi Carbone, gambizzando inoltre Ciro Fiorillo, segretario dell’assessore.
Cirillo non era un politico qualunque. Ex presidente della Regione Campania, era un democristiano di spicco dell’area dorotea, strettamente legato al potente leader Antonio Gava. Non solo gestiva direttamente i progetti per la ricostruzione post-terremoto, ma conosceva approfonditamente i segreti e i retroscena più intimi della Democrazia Cristiana.
Nei vertici della DC scattò immediatamente l’allarme: Cirillo avrebbe potuto rivelare dettagli compromettenti alle Brigate Rosse e abbandonarlo al proprio destino avrebbe lanciato un segnale devastante agli altri sodali del partito. Cirillo doveva essere liberato a ogni costo.
Per farlo, tuttavia, non ci si affidò alle indagini tradizionali degli inquirenti, che vennero volutamente tenuti all’oscuro. Si scelse invece di richiedere l’intervento e la mediazione di Raffaele Cutolo, il boss della Nuova Camorra Organizzata allora detenuto nel carcere di Ascoli Piceno.
A mantenere i contatti con Cutolo furono i servizi segreti: dapprima i funzionari del SISDE, poi del SISMI e, infine, gli emissari di una struttura d’intelligence clandestina nota come “il Noto Servizio” o “l’Anello”.
Ironia della sorte, Cutolo era già stato contattato anni prima per tentare la liberazione di Aldo Moro. In quell’occasione “Il Professore” si era attivato, ma aveva poi ricevuto l’ordine di fermarsi: Moro vivo non interessava più a nessuno.
Per Cirillo, al contrario, la mobilitazione degli apparati dello Stato fu totale e supportata da promesse di enormi benefici futuri per il boss.
Nel caso di Moro, la linea ufficiale impose l’inflessibile rifiuto di trattare con i terroristi per rispetto del sacrificio delle vittime di Via Fani; per l’assessore campano, invece, lo stesso riguardo non fu applicato nei confronti di Mario Cancello e Luigi Carbone.
Forte dell’avallo istituzionale, Cutolo stabilì rapidamente un canale di comunicazione con le Brigate Rosse, imponendo una condizione tassativa: Cirillo doveva tornare vivo. Si configurò così uno scenario inedito e inquietante, con il partito di maggioranza relativa che utilizzava un boss mafioso carcerato come mediatore di Stato.
La trattativa non si limitò alla vita del politico: durante la prigionia, Cirillo era stato sottoposto a duri interrogatori e le BR possedevano i nastri registrati delle sue dichiarazioni. L’accordo finale previde quindi la restituzione dell’ostaggio e del materiale audio.
Il compromesso fu raggiunto dietro il pagamento di un riscatto stimato in circa tre miliardi di lire https://www.ilsole24ore.com/art/quando-dc-decise-trattare-le-br-liberare-ciro-cirillo-AE04bqHH, parte dei quali – secondo quanto riferito da Luigi Bosso, detenuto per camorra, vicino alle BR e intermediario per conto di Cutolo – finì nelle casse della criminalità organizzata. Ciro Cirillo fu liberato il 24 luglio 1981.
Condotto immediatamente nella sua abitazione, per lungo tempo rimase inaccessibile ai magistrati, mentre riceveva regolarmente le visite dei suoi compagni di partito.
Viene da chiedersi se in quell’occasione non sia stato applicato il celebre “Piano Victor”, originariamente predisposto per l’eventuale rilascio di Moro.
E come nel caso Moro – segnato dai successivi omicidi di Mino Pecorelli, del colonnello Antonio Varisco e del generale Carlo Alberto dalla Chiesa – anche la liberazione di Cirillo fu seguita da una scia di sangue: nell’aprile 1982 venne assassinato il criminologo Aldo Semerari; a luglio dello stesso anno le BR uccisero il capo della Squadra Mobile di Napoli Antonio Ammaturo, che aveva indagato sul sequestro e redatto un memoriale (anch’esso misteriosamente scomparso); il 23 gennaio 1983 Enzo Casillo, braccio destro di Cutolo, morì saltando in aria in un’autobomba davanti a una sede del SISMI.
L’intera trama di questo torbido intreccio tra politica, terrorismo e criminalità organizzata è stata minuziosamente ricostruita dal giudice Carlo Alemi nella storica sentenza-ordinanza depositata presso il Tribunale di Napoli il 28 luglio 1988 https://www.strageabrescia.it/portfolio/il-caso-cirillo-la-trattativa-stato-br-camorra/ .
Se per Aldo Moro, figura di primissimo piano della Repubblica, fu bloccata ogni trattativa – nonostante gli ingenti miliardi raccolti dal Vaticano e offerti come riscatto https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2018/03/15/moromistero-vaticano-su-10-mld-riscatto_159ad438-a8df-474d-a762-cbd416e06064.html – per Ciro Cirillo si mossero i vertici dello Stato.
Le conclusioni politiche e morali sono evidenti. Anni dopo, Massimo D’Alema dichiarò che il sequestro Cirillo “parla dell’Italia di oggi e degli uomini che governano questo Paese”.
Le modalità della morte di Moro e quelle della salvezza di Cirillo mostrano, in filigrana, ciò che è stato impedito all’Italia di diventare e ciò che, purtroppo, l’Italia è poi diventata.
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