17 Maggio 2026
Delitto Vassallo, le ombre sull’inchiesta e i vuoti dell’accusa contro il colonnello Fabio Cagnazzo
Il proscioglimento di Cagnazzo e le ombre sul caso Vassallo

Di Pierdomenico Corte Ruggiero
C’è una linea che separa un teorema investigativo da un impianto accusatorio che possa superare il vaglio processuale. Nel caso dell’omicidio di Angelo Vassallo, il “sindaco pescatore” ucciso ad Acciaroli il 5 settembre 2010, quella linea è diventata col tempo sempre più fragile, fino quasi a dissolversi davanti al giudice.
Per anni il nome del colonnello dei carabinieri Fabio Cagnazzo è stato indicato come uno dei cardini oscuri della vicenda: l’ufficiale sospettato di aver avuto un ruolo nella macchina del delitto e, successivamente, nel presunto depistaggio delle indagini. Un’accusa pesantissima, costruita attorno all’idea che dietro l’assassinio del sindaco cilentano vi fosse un intreccio tra traffici di droga, interessi criminali e protezioni istituzionali.
Eppure, quando la vicenda è approdata innanzi alla verifica giudiziaria, il quadro accusatorio ha iniziato a mostrare crepe profonde https://www.quotidianodelsud.it/laltravoce-dellitalia/cronache/giudiziaria/2025/05/10/vassallo-unindagine-flop-tra-buchi-e-contraddizioni .
Il peso delle parole senza riscontri
Il punto più delicato dell’impianto costruito dalla Direzione distrettuale antimafia di Salerno riguardava la qualità delle prove.
Le accuse contro Cagnazzo si fondavano in larga parte sulle dichiarazioni di collaboratori di giustizia e soggetti provenienti da ambienti criminali, tra cui Romolo Ridosso. Dichiarazioni suggestive, ma prive — secondo la difesa, la Corte di Cassazione, il TAR e il GUP di Salerno — di quei riscontri esterni indispensabili per sostenere un’accusa così grave.
Non sono mai emerse intercettazioni decisive. Nessun documento. Nessuna traccia economica riconducibile a un coinvolgimento diretto dell’ufficiale. Nessun contatto operativo dimostrato con gli esecutori materiali del delitto.
Il rischio, denunciato dagli avvocati del colonnello, era quello tipico delle grandi inchieste costruite molti anni dopo i fatti: testimonianze che finiscono per sedimentarsi nel tempo, contaminandosi con il racconto mediatico e con gli stessi sviluppi investigativi.
In altre parole, il sospetto che alcune ricostruzioni siano cresciute progressivamente attorno alla narrazione pubblica del caso.
Il movente mai chiarito fino in fondo
Uno degli aspetti più fragili dell’accusa riguardava proprio il movente attribuito a Cagnazzo.
Secondo l’ipotesi investigativa, il colonnello avrebbe avuto un “interesse personale” all’eliminazione di Angelo Vassallo, maturato nel contesto dei presunti traffici di stupefacenti nel porto di Acciaroli.
Ma quel presunto interesse non è mai stato definito con precisione. Anzi nessuna prova concreta del traffico di stupefacenti.
Gli inquirenti hanno ipotizzato un sistema di protezioni e connivenze capace di favorire attività criminali sul territorio cilentano. Tuttavia, il collegamento diretto Cagnazzo e tali traffici non è mai emerso con prove concrete.
Ed è qui che l’impianto accusatorio ha iniziato a perdere compattezza: l’esistenza di un presunto contesto criminale potenzialmente infiltrato non equivale automaticamente alla responsabilità penale individuale.
Nel processo penale, il contesto non basta. Servono prove.
Le dinamica dell’omicidio con troppe lacune
Non è mai stata individuata l’arma del delitto. Ignoto anche l’esecutore materiale. In realtà non è chiara nemmeno la dinamica dell’omicidio https://ilsud-est.it/attualita/inchiesta/2025/03/31/lomicidio-di-angelo-vassallo-la-scena-del-crimine/. Testimoni dichiarano che Angelo Vassallo aveva confidato loro di aver paura e che nel rientrare a casa non si sarebbe fermato nemmeno se avesse incrociato amici. Eppure la sera del suo omicidio Vassallo si ferma. Contromano e tira il freno a mano. Tutto indica che aveva fiducia nella persona che lo ferma. O le persone. Non è stato nemmeno approfondito il luogo scelto per l’omicidio. Che forse potrebbe raccontare qualcosa su movente ed esecutori.
Il nodo del presunto depistaggio
Altro capitolo centrale dell’inchiesta era quello relativo al presunto depistaggio successivo all’omicidio.
Secondo l’accusa, le indagini sarebbero state indirizzate deliberatamente verso piste false, comprese ipotesi legate alla vita privata del sindaco o a figure estranee al nucleo reale dell’inchiesta.
Ma anche su questo fronte emergeva un problema sostanziale: dimostrare un depistaggio richiede la prova del dolo, cioè la volontà precisa di alterare la ricerca della verità.
E qui il confine diventava nuovamente sfumato.
Cagnazzo è un, più che valido, ufficiale di polizia giudiziaria. Nelle ore successive all’omicidio del sindaco Vassallo sono appunto atti di polizia giudiziaria quelli che compie. Con troppa foga investigativa e senza il rispetto letterale dei protocolli forse ma non esiste prova di dolo.
Come non esiste prova di dolo nell’aver indirizzato le prime indagini su un soggetto specifico. Una pista investigativa che poi non porta risultati non è un depistaggio altrimenti nelle decine di cold case italiani ci sarebbero copiose indagini per depistaggi. Anche qui manca il dolo.
Una differenza enorme sul piano giuridico.
Inoltre sembra apparire una insanabile contraddizione nella ricostruzione dei presunti depistaggi operati dal colonnello Cagnazzo. La Procura descrive, giustamente, Cagnazzo come investigatore di grande esperienza e capacità. Allo stesso tempo, però, con riferimento alle ore successive all’omicidio lo descrive come iperattivo, agitato, addirittura non lucido.
Non ha senso. Secondo l’accusa l’omicidio era premeditato, studiato nei dettagli. Allora perché Cagnazzo doveva essere agitato se aveva pianificato tutto? Non è poi credibile che un investigatore di tale livello sia autore di goffi e plateali tentativi di depistaggio davanti a decine di qualificati testimoni.
Come appare arduo solo pensare che il colonnello Cagnazzo, ben conosciuto e riconoscibile, vada sulla scena del crimine durante o appena dopo l’omicidio in motorino.
Un investigatore che ha risolto decine di omicidi sa benissimo che l’alibi è fondamentale e invece Cagnazzo pensa bene di crearsi un buco di ben 23 minuti https://ilsud-est.it/attualita/inchiesta/2025/02/10/fabio-cagnazzo-quei-ventitre-minuti-di-troppo/ .
Il comportamento del colonnello Cagnazzo nelle ore successive all’omicidio può essere interpretato come la reazione non solo professionale ma anche emotiva dopo un gravissimo e ovviamente inatteso fatto di sangue in un luogo che per Cagnazzo aveva importanza affettiva visto che lì passava le vacanze con la figlia e la moglie.
Quattordici anni dopo
C’è poi un elemento che attraversa silenziosamente tutta la vicenda: il tempo.
Tra l’omicidio di Vassallo e gli arresti sono trascorsi quattordici anni. Un arco temporale enorme per qualsiasi inchiesta.
Nel frattempo, ricordi, rapporti, testimonianze e scenari criminali si sono inevitabilmente modificati. In processi di questo tipo, gli investigatori si trovano spesso a ricostruire retrospettivamente frammenti sparsi, tentando di trasformarli in una narrazione coerente.
Ma ciò che sembra coerente sul piano investigativo non sempre regge al rigore processuale.
Ed è precisamente ciò che è accaduto nel caso del colonnello Cagnazzo.
Il proscioglimento, il ricorso della Procura e le ombre rimaste
Nel marzo 2026 il gup di Salerno ha prosciolto Fabio Cagnazzo, ritenendo non idonei gli elementi raccolti dall’accusa per formulare una ragionevole previsione di condanna.
Una decisione che non cancella le ombre sul delitto Vassallo, né risolve uno dei casi più oscuri degli ultimi anni italiani. E soprattutto non permette ancora al colonnello Cagnazzo di uscire da questo lungo e doloroso tunnel.
Perché la Procura di Salerno ha impugnato il proscioglimento. Impugnazione annunciata, poco ritualmente, urbi et orbi con un comunicato stampa. Sarà la Corte d’Appello a decidere.
Resta così per ora una sensazione ambigua, tipicamente italiana.
Da una parte, la convinzione diffusa che Angelo Vassallo possa essere stato ucciso per aver forse toccato interessi criminali enormi. Dall’altra, la grande difficoltà di trasformare sospetti, intuizioni e racconti in prove capaci di reggere davvero davanti a un tribunale.
E nel vuoto che separa queste due dimensioni continua a muoversi il mistero del “sindaco pescatore”: un delitto che, a sedici anni di distanza, sembra ancora sospeso tra verità giudiziaria che non è stata ancora scritta e “verità narrativa” mai dimostrata.
Una narrazione mediatica che da oltre un decennio tiene nel limbo un servitore dello Stato.
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