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Cultura

Oppenheimer secondo Nolan (Parte seconda)

Il limite dell’ultima fatica del regista resta a mio giudizio la mancanza di introspezione del personaggio principale, un monolite ben diverso da ciò che lo scienziato statunitense era, secondo gli studiosi una figura complessa anche umanamente, animata da istinti contraddittori di cui non vi è alcuna traccia nel film di Nolan.

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La pellicola di Nolan è stata accolta tanto dal pubblico quanto dalla critica come un autentico capolavoro e si preannuncia già una pioggia di Oscar per l’ultima fatica del regista. Pare unanime ad esempio il plauso per l’interpretazione di Oppenheimer da parte dell’attore Cillian Murphy, interpretazione supportata da una fisicità analoga a quella dello scienziato statunitense e definita “spiritata” nel suo tentativo di rendere la disposizione d’animo dello studioso, concentrato nella sua ambiziosa quanto rischiosa ricerca. La mia impressione è però di segno opposto: nello sguardo di Murphy/Oppenheimer non vi è nulla della cinica disillusione che si legge negli occhi del fisico immortalato in una qualsiasi dei filmati e tante foto che lo ritraggono. La fissità della durezza che traspare dallo scienziato non è resa affatto dall’interprete, che sembra incarnarlo solo in superficie, non toccando né tentando di rendere mai ciò che in Oppenheimer appariva più evidente. Murphy ci restituisce un Oppenheimer sognante e concentrato esclusivamente nella sua creazione, col risultato che lo scienziato più che un ricercatore appare un artista, un geniale creativo. A tratti anche il regista appare interessato a questo tipo di resa e lo si evince nella parte iniziale della pellicola, nella quale Murphy/Oppenheimer descrive i sogni che animavano le sue notti di ragazzo.

A mio avviso, au contraire, l’interpretazione da parte di Robert Downey Junior di Lewis Strauss, il principale avversario politico dello scienziato è insuperabile per intensità e profondità e costituisce la vera preziosa gemma del film. Molti critici lo hanno già sottolineato, pronosticando un Oscar per un’interpretazione mai piatta, sempre viva, convincente nel suo apparire realistica, come quella di Downey Junior.

L’Oppenheimer di Nolan è in sostanza una grande produzione hollywoodiana, nella quale nulla è lasciato al caso e tutto è curato maniacalmente. Il regista è noto per aver realizzato film altrettanto impegnativi quanto a budget, mantenendo tuttavia la vocazione autoriale della narrazione, come in Dunkirk ad esempio. Il vero limite resta a mio giudizio la mancanza di introspezione del personaggio principale della pellicola, un monolite ben diverso da ciò che lo scienziato statunitense era, secondo gli studiosi una figura complessa anche umanamente, animata da istinti contraddittori di cui non vi è alcuna traccia nel film. Infine mi pare doveroso sottolineare come le donne che fecero parte della vita di Oppenheimer siano rappresentate come personaggi minori, senza alcuna importanza ed influenza sulle decisioni dello scienziato. Le esistenze tragiche di queste figure, se rappresentate nella loro profondità, avrebbero contribuito a rendere il peso degli eventi narrati più autentico e realistico, visto che le vite di ciascun essere umano, anche quella di un genio della fisica, si nutrono di relazioni, senza le quali nessuno di noi sarebbe ciò che è, nemmeno quella di Oppenheimer.

Rosamaria Fumarola

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Giornalista pubblicista, scrittrice, critica jazz, autrice e conduttrice radiofonica, giurisprudente (pentita), appassionata di storia, filosofia, letteratura e sociologia, in attesa di terminare gli studi in archeologia scrivo per diverse testate, malcelando sempre uno smodato amore per tutti i linguaggi ed i segni dell'essere umano