28 Giugno 2026
L’assedio di Formia: le sorelline, i media e la verità
Il giornalismo d’assalto calpesta l’empatia nel caso di Formia

Di Pierdomenico Corte Ruggiero
Altro che Casa Bianca: dal 19 giugno scorso la casa – in realtà un appartamento – al centro delle cronache italiane si trova a Formia, in provincia di Latina. In casa di una parente della madre, i carabinieri hanno rintracciato Sarah e Alisya, le sorelle scomparse da una casa famiglia in Abruzzo.
Una storia complessa la loro, nonostante la giovanissima età. Storia che non approfondiremo: già lo fanno in tanti. Vogliamo, invece, focalizzare l’attenzione su cosa è accaduto nelle ore successive all’arrivo dei carabinieri nell’abitazione del rione Rio Fresco a Formia.
Decine di giornalisti e teleoperatori si sono precipitati nella città di Cicerone. Ovvio e normale, visto che il caso era molto seguito. Ovvio certamente, ma sul “normale” insomma…
Per ore, cellulari, telecamere e fotocamere sono rimasti in febbrile attesa delle sorelline. Quando i carabinieri le portano via dall’abitazione in cui erano state nascoste per quindici giorni, scattano riprese e fotografie.
Per carità, il pubblico deve essere informato e bisogna portare lo stipendio a casa. Detto ciò, che senso hanno quelle foto e quelle riprese? Bastava il buonsenso per capire che erano spaventate, arrabbiate e sottoposte a un forte stress. Per loro quella non era una liberazione.
Serviva mostrare i loro visi? L’empatia può raccontare, più di qualsiasi fotografia e video, l’inferno che vivono quelle ragazzine. Siamo veramente diventati dei guardoni digitali? Vedendo anche ciò che succede a Garlasco, verrebbe da dire di sì.
Andate via le sorelline, non è finita. Per giorni giornalisti e fotografi sono entrati nell’appartamento a Formia. Per decine di volte hanno fatto le stesse domande all’anziana donna che ha ospitato le sorelle. Per decine di volte è stata ripresa la stanza dove hanno dormito, il frigorifero pieno di provviste. Anche in questo caso, la stessa domanda: serviva farlo?
No. Non importa dove hanno dormito e cosa hanno mangiato per quindici giorni. Importa come dormiranno in futuro. Con quale stato d’animo. Bisognerebbe guardare alle cause più che agli effetti.
In migliaia vivono la situazione delle due sorelline: in casa famiglia, o dentro divorzi dolorosi e conflittuali. Il sistema, lo Stato, fa abbastanza per loro? Questo dovrebbe essere il fulcro delle indagini giornalistiche.
Un certo modo di fare giornalismo è invece il riflesso di un pubblico sempre più ampio che si ingozza di notizie come fossero patatine e hamburger di un fast-food, senza interessarsi della qualità, del “sapore”. Un pubblico in perenne bulimia di disgrazie e sentimenti forti, che vuole essere giudice, giuria e boia.
Non c’è più spazio per capire, per fare analisi, per sollecitare le coscienze e l’azione di chi ha il dovere di agire.
A breve non ci ricorderemo più di Sarah e Alisya. Saranno lasciate al loro destino.
Rimarranno due domande: abbiamo fatto abbastanza per loro? E soprattutto, ci perdoneranno per le inutili foto e gli inutili video fatti mentre vivevano uno dei giorni più difficili della loro vita?
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