24 Maggio 2026
Modena, le mail ignorate e la lunga traiettoria del disagio
Chi è Salim El Koudri e cosa si sarebbe potuto fare prima della strage sfiorata

Di Pierdomenico Corte Ruggiero
La prima immagine è quella di via Emilia Centro trasformata in un corridoio di sirene, sangue e vetri infranti. Una donna schiacciata contro una vetrina, entrambe le gambe amputate. Passanti travolti come birilli. Gente che corre, urla, prova a fermare l’uomo che scende dall’auto con un coltello in mano e tenta ancora di colpire.
A Modena, il 16 maggio 2026, il confine tra follia individuale, rischio sociale e fallimento preventivo si è materializzato in pochi secondi.
L’uomo fermato dalla polizia si chiama Salim El Koudri. Trentun anni. Laureato in Economia. Nato a Bergamo da famiglia marocchina, residente nel Modenese. Incensurato. Disoccupato. In cura psichiatrica fino al 2024. Negativo ad alcol e droga dopo il fermo. Gli investigatori stanno ancora cercando di capire se il gesto sia stato un atto lucidamente volontario, un’esplosione delirante, oppure il punto finale di una progressiva disintegrazione psichica.
Di certo, oggi emerge un dettaglio che cambia il quadro: nel 2021 El Koudri aveva già inviato mail violentissime all’Università di Modena e Reggio Emilia. Messaggi intrisi di rabbia, ossessione persecutoria, rancore religioso e frustrazione sociale.
“Bastardi cristiani di merda, voi e il vostro Gesù Cristo in croce lo brucio”, scriveva in una delle email inviate il 27 aprile 2021. In un altro passaggio chiedeva: “Dovete farmi lavorare come impiegato, non magazziniere”. Poi ancora: “Non sono cristiano e per questo non mi fate lavorare”. Infine arrivavano delle scuse, quasi come se dentro lo stesso flusso mentale convivessero aggressività, paranoia e improvvisi ripensamenti.
Quelle mail oggi sono agli atti dell’indagine. Ma la domanda che si impone, dopo la carneficina sfiorata nel centro di Modena, è un’altra: si poteva fermarlo prima?
La traiettoria del disagio
Il punto più delicato della vicenda è proprio questo: distinguere ciò che era prevedibile da ciò che non lo era.
Le autorità hanno confermato che El Koudri era seguito dai servizi di salute mentale. Secondo quanto emerso, sarebbe stato preso in carico tra il 2022 e il 2024 per disturbi descritti inizialmente come “schizoidi”. Alcuni specialisti interpellati dai media, però, ritengono che il quadro potesse essere più grave e più vicino a una dimensione psicotica, con deliri persecutori e possibili allucinazioni.
Lo psichiatra Alessandro Bertolino, intervistato dall’Ansa, ha ipotizzato che il comportamento dell’uomo fosse “più compatibile con la sospensione dei farmaci” che con un semplice disturbo schizoide di personalità. Secondo Bertolino, l’interruzione delle cure potrebbe aver favorito lo sviluppo di deliri e convinzioni persecutorie.
È un passaggio fondamentale.
Perché se davvero esisteva un quadro psichiatrico evolutivo, associato a idee persecutorie, rabbia sociale, fissazioni religiose e possibile perdita di contatto con la realtà, allora il caso El Koudri non riguarda soltanto la cronaca nera. Riguarda i limiti concreti del sistema di prevenzione italiano.
Le mail del 2021 erano un campanello d’allarme?
In astratto, sì.
Non tanto perché contenevano bestemmie o odio anticristiano — elementi che, da soli, non bastano a configurare una pericolosità imminente — ma perché mostravano una miscela molto precisa:
convinzioni persecutorie (“non mi fate lavorare perché non sono cristiano”);
rancore identitario;
aggressività verbale;
ossessione lavorativa;
impulsività;
disorganizzazione emotiva.
Quattro mail inviate in poco più di un’ora.
Un comportamento che, letto oggi, appare come una manifestazione evidente di scompenso.
Il problema è che nel diritto italiano la prevenzione psichiatrica incontra limiti rigidissimi.
Una persona può essere sottoposta a trattamento sanitario obbligatorio soltanto in presenza di precise condizioni: alterazione psichica tale da richiedere urgenti interventi terapeutici, rifiuto delle cure e impossibilità di misure extraospedaliere.
Non basta essere disturbati. Non basta delirare online. Non basta scrivere mail aggressive.
Ed è qui che si apre la zona grigia.
La patente poteva essere ritirata?
La domanda è centrale, perché l’auto è stata l’arma dell’attacco.
In teoria, sì: l’ordinamento italiano prevede la possibilità di sospendere o revocare la patente in presenza di gravi patologie psichiatriche incompatibili con la guida.
Il Codice della strada stabilisce che chi soffre di disturbi psichici rilevanti può essere dichiarato non idoneo alla conduzione di veicoli dalla Commissione medica locale.
In casi del genere possono intervenire:
segnalazioni mediche;
valutazioni delle ASL;
revisione obbligatoria della patente;
limitazioni temporanee;
sospensione;
revoca.
Ma nella pratica il sistema funziona quasi sempre in modo reattivo, non preventivo.
Per arrivare a una sospensione servono normalmente elementi molto concreti:
episodi di guida pericolosa;
ricoveri particolarmente gravi;
certificazioni cliniche esplicite;
perdita manifesta della capacità di intendere o controllarsi;
mancata aderenza terapeutica documentata.
E soprattutto esiste un nodo enorme: la comunicazione tra sistema sanitario e autorità amministrative.
Non tutti i pazienti psichiatrici vengono automaticamente segnalati alla Motorizzazione. Anzi, il rapporto tra tutela della salute, privacy e sicurezza pubblica è da anni terreno di forte cautela giuridica.
In assenza di episodi specifici legati alla guida, è possibile che nessuno abbia mai attivato una procedura di revisione della patente per El Koudri.
Questo non significa che il sistema abbia funzionato bene.
Significa che il sistema italiano tende a intervenire soltanto quando il rischio diventa già evidente.
Il grande vuoto: chi controlla chi interrompe le cure?
Un altro elemento cruciale riguarda la continuità terapeutica.
Secondo quanto emerso, El Koudri avrebbe smesso di presentarsi agli appuntamenti nel 2024.
Ed è qui che il caso diventa emblematico.
In Italia i centri di salute mentale possono seguire, convocare, monitorare. Ma se il paziente interrompe spontaneamente il percorso e non presenta condizioni tali da imporre un TSO, il margine coercitivo è quasi nullo.
Tradotto: una persona potenzialmente instabile può progressivamente sparire dal radar sanitario.
Molti psichiatri descrivono proprio questa come una delle falle più drammatiche del sistema territoriale post-Basaglia: esistono pazienti che non sono abbastanza gravi per essere ricoverati contro la loro volontà, ma neppure abbastanza stabili per vivere senza controllo.
Una terra di mezzo dove il rischio cresce lentamente.
Finché qualcosa esplode. E si accusa la “legge Basaglia”. In realtà basta documentarsi per capire che la riforma Basaglia è stata “tradita” da una classe politica che non ha mai concesso fondi sufficienti.
Il rischio dell’equazione “malattia mentale uguale violenza”
C’è però un’altra trappola.
Usare il caso El Koudri per trasformare ogni disagio psichico in un problema di ordine pubblico.
La maggior parte delle persone con disturbi mentali non commette reati violenti. Molto spesso è vittima, non autore, di marginalizzazione e abbandono.
Ma esiste una minoranza di casi in cui il deterioramento psichiatrico si intreccia con isolamento sociale, rancore persecutorio, interruzione delle cure e progressiva perdita di controllo.
È in quel segmento che il sistema italiano appare spesso impreparato.
Nel caso di Modena colpisce soprattutto la sequenza temporale:
le mail deliranti del 2021;
la presa in carico psichiatrica;
l’interruzione del percorso terapeutico;
l’assenza di strumenti realmente incisivi;
l’esplosione finale.
Come se tutti avessero visto frammenti del problema, senza che nessuno riuscisse a ricomporre il quadro completo.
La domanda che resta
Oggi, a Modena, restano i feriti. Restano le immagini della corsa impazzita lungo il centro storico. Restano le urla dei passanti che lo inseguono mentre brandisce un coltello.
E resta soprattutto una domanda scomoda.
Quando una persona manifesta segnali di paranoia, aggressività ideologica, dissociazione e progressiva instabilità, quanto bisogna aspettare prima di intervenire davvero?
Perché il punto non è stabilire se Salim El Koudri fosse “folle” oppure “lucido”.
Il punto è capire se, tra il diritto alla libertà individuale e il dovere di prevenire una tragedia, esista oggi in Italia uno spazio operativo sufficientemente efficace.
Finora, la risposta che arriva da Modena sembra essere no.
Nota redazionale
Al momento della stesura dell’articolo le indagini sono ancora in corso. Alcuni elementi relativi alle condizioni cliniche di Salim El Koudri, ai percorsi terapeutici seguiti e agli eventuali contatti tra strutture sanitarie e autorità amministrative potrebbero essere ulteriormente chiariti dagli accertamenti giudiziari e sanitari in corso
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