22 Giugno 2026
Hormuz, Donbass, Evian: la settimana in cui tre crisi hanno mostrato lo stesso volto del potere
Tre crisi, stessa logica di potere: gli Stati Uniti firmano con l’Iran un accordo che di fatto è una resa mascherata da vittoria, lasciando a Teheran arricchimento, liquidità e legittimazione internazionale. In Ucraina la Russia sta vincendo nelle retrovie più che in trincea, con Lyman e Kostiantynivka sul punto di cadere e il rischio concreto di un allargamento del conflitto alla Bielorussia. E in Italia, Meloni mobilita tutto l’apparato dello Stato per una battuta di Trump su una foto, mentre per i 53 caduti italiani in Afghanistan bastò un comunicato di “stupore”: la prova che l’orgoglio nazionale, qui, scatta solo quando serve a coprire l’imbarazzo personale della premier.

Aree di crisi nel mondo n. 292 del 21-6-26
Dal Memorandum con Teheran al collasso ucraino nel Donbass, fino allo strappo tra Roma e Washington sulla foto di Evian: tre vicende apparentemente lontane raccontano la medesima logica di forza che governa le relazioni internazionali del 2026
di Stefano Orsi — 21 giugno 2026
Il Memorandum USA Iran: una capitolazione USA venduta come fosse una vittoria
Cominciamo da Ginevra, o meglio da quello che a Ginevra dovrebbe ancora succedere. Il Memorandum d’Intesa tra Stati Uniti e Iran, ribattezzato lo Spirito di Islamabad, è arrivato alla fase della firma formale portando con sé una contraddizione che vale la pena raccontare nel dettaglio, perché dice molto su come si scrive oggi la storia diplomatica.
Partiamo da un paradosso che definiremmo quasi comico, se non fosse di una gravità storica enorme. Nel maggio del 2018 Donald Trump strappò il JCPOA, l’accordo nucleare del 2015, bollandolo come il peggior accordo della storia americana, un trattato che a suo dire aveva regalato a Teheran centocinquanta miliardi di dollari senza ottenere nulla in cambio sul fronte missilistico e dei proxy regionali. Otto anni dopo, lo stesso Trump firma un testo che, analizzato con freddezza tecnica, presenta condizioni oggettivamente più favorevoli all’Iran rispetto a quell’accordo del 2015.
Non è un’opinione, è la somma algebrica dei dati. Il JCPOA limitava l’arricchimento dell’uranio al 3,67 per cento per quindici anni e imponeva una riduzione del 98 per cento delle scorte. Il nuovo Memorandum lascia l’Iran allo status quo del 60 per cento, con le scorte mantenute attraverso un processo di diluizione sul posto sotto supervisione dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, ma senza i limiti rigidi del passato. Il vecchio accordo fissava un tetto di seimila centrifughe di tipo IR1, il nuovo non pone limiti espliciti. Sul fronte delle sanzioni, nel 2015 si prevedeva un sollevamento graduale e condizionato alle verifiche, oggi si parla di deroghe immediate su petrolio e settore bancario. E mentre nel 2015 gli asset iraniani congelati venivano sbloccati in modo contingentato, per un valore di circa 1,7 miliardi di dollari, oggi si parla di uno sblocco generale accompagnato da un fondo da trecento miliardi.
La conclusione tecnica è semplice da formulare e difficile da contestare: Teheran ha ottenuto di più nel 2026, dopo una guerra durata quattro mesi, di quanto avesse ottenuto nel 2015 dopo anni di negoziati diplomatici condotti in tempo di pace.
Le due narrazioni che si sono costruite attorno a questo risultato sono, naturalmente, opposte. Washington racconta il trionfo della forza. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha sostenuto che l’Iran avrebbe letteralmente implorato il cessate il fuoco, merito della campagna di massima pressione e dei bombardamenti dell’operazione Epic Fury, ribadendo che l’opzione militare resta sul tavolo nel caso Teheran non rispetti gli impegni. Ma i fatti raccontano un’altra storia: l’Iran ha resistito quattro mesi, ha chiuso lo Stretto di Hormuz, ha inflitto danni concreti ai mercati energetici globali e ha costretto gli Stati Uniti a sedersi al tavolo. I trecento miliardi, per quanto formalmente attribuiti ai partner del Golfo, restano comunque un trasferimento di ricchezza verso Teheran, e la minaccia di un secondo round di bombardamenti appare oggi più uno strumento retorico che un’opzione politicamente sostenibile per Washington.
Sull’altro fronte, l’Iran ha costruito la narrazione della resistenza vittoriosa: aver assorbito i bombardamenti americani restando in piedi, e aver dimostrato con la chiusura di Hormuz la capacità di condizionare gli equilibri energetici globali. I trecento miliardi vengono presentati a Teheran non come una concessione di Washington, ma come un risarcimento di guerra. Significativa, in questo senso, la voce della stessa leadership iraniana: la guida suprema Ali Khamenei, parlando alla nazione, ha confermato di aver autorizzato la firma sottolineando la piena responsabilità del governo nel tutelare gli interessi del fronte di resistenza, ma ha anche ammesso di aver avuto inizialmente un’opinione diversa sull’accordo, osservando che è stata l’amministrazione statunitense a compiere questo passo per disperazione, avendo esaurito ogni altro mezzo di pressione.
Esiste poi una terza lettura, forse la più interessante, che arriva da settori dell’establishment americano e da media non schierati su nessuna delle due propagande. Foreign Policy ha paragonato l’uscita degli Stati Uniti dal conflitto a una sconfitta peggiore di quella vietnamita. Haaretz, in Israele, ha osservato che la bozza dell’accordo sembra scritta direttamente da Teheran. E l’ex vice capo del Dipartimento di Stato americano, Wendy Sherman, ha sintetizzato il giudizio nel modo più diretto possibile, parlando di una capitolazione statunitense a condizioni incondizionate.
Il confronto tra le versioni del testo diffuse dalla Casa Bianca e dall’agenzia semi ufficiale iraniana Mehr News mostra peraltro che non siamo nemmeno di fronte a un accordo davvero condiviso, ma a due interpretazioni divergenti dello stesso documento. Su Hormuz, Washington parla di un dialogo con l’Oman per una futura gestione condivisa dello stretto, mentre Teheran prevede la riapertura sotto accordi propri, con tariffe di servizio che il Parlamento iraniano aveva già approvato in primavera fino a due milioni di dollari per nave, una misura che l’Unione europea aveva respinto ad aprile. Sui ventiquattro miliardi di asset congelati, la versione americana resta volutamente vaga sulle tempistiche, condizionando tutto all’implementazione dell’accordo, mentre quella iraniana è chirurgica nel chiedere la metà della somma prima dell’inizio dei negoziati finali. Sul nucleare, Washington ha inserito la formula della diluizione sotto supervisione internazionale, assente nelle bozze precedenti, mentre Teheran limita il confronto al destino del materiale arricchito, escludendo qualsiasi ingerenza esterna e definendo inaccettabili alcune richieste americane. E sui gruppi della resistenza regionale, mentre fonti della Casa Bianca avevano parlato di un obbligo iraniano a interrompere il sostegno ai proxy come precondizione per la rimozione delle sanzioni, la versione di Teheran esclude esplicitamente questo tema dall’agenda negoziale.
Il nodo più delicato riguarda però un attore che il Memorandum non vincola direttamente: Israele. Netanyahu ha già fatto sapere che le truppe israeliane non si ritireranno dal Libano meridionale, citando motivi di sicurezza, mentre il ritiro è una delle condizioni esplicite dello stesso accordo USA Iran. Se Trump non riuscirà a ottenere da Netanyahu quel passo, l’intera intesa rischia di restare lettera morta, con i missili iraniani pronti a tornare a colpire Tel Aviv e Hezbollah comunque attivo sul fronte settentrionale israeliano, accordo o non accordo.
Il prezzo politico per Trump si misura su tre fronti. Internamente, l’ala più intransigente del Partito Repubblicano, con figure come Bill Cassidy, Nikki Haley e Mike Pence, ha già parlato apertamente di tradimento, ricordando che nel 2018 lo stesso Trump definiva inaccettabile un accordo che lasciava a Teheran arricchimento e missili, mentre oggi firma un testo che lascia all’Iran l’arricchimento al 60 per cento, i missili e in più trecento miliardi di dollari. Verso Israele, il rapporto si è incrinato profondamente, perché Netanyahu si ritrova oggi senza la possibilità di un’azione militare unilaterale senza il supporto americano, proprio mentre Washington ha firmato un cessate il fuoco con il suo principale avversario regionale. E sul piano dell’immagine globale, il messaggio che arriva a Pechino, Mosca e Pyongyang è che gli Stati Uniti possono bombardare per mesi, ma se l’avversario controlla una leva strategica sufficiente, alla fine si tratta e si paga.
Le conseguenze geopolitiche di questo riposizionamento vanno oltre la cronaca immediata. Arabia Saudita ed Emirati, che si sentono scavalcati da un’intesa firmata senza essere stati consultati, accelerano gli acquisti di sistemi d’arma da Cina e Russia, diversificando le proprie alleanze di sicurezza. La Turchia colma gli spazi lasciati liberi da Washington in Libia, Siria e Iraq, mentre valuta l’acquisto di sistemi S400 e caccia Su57 dalla Russia. La Cina rafforza la propria presenza navale nel Golfo per proteggere gli approvvigionamenti energetici, e l’integrazione iraniana nell’orbita sino russa, attraverso vendite di petrolio in yuan e coordinamento nei BRICS e nella Organizzazione di Shanghai, accelera quel processo di de dollarizzazione che da anni accompagna la transizione verso un ordine multipolare.
Il Memorandum, in definitiva, non chiude la partita nucleare ma la congela. L’Iran resta uno stato soglia, capace teoricamente di completare un ordigno in poche settimane se decidesse di farlo. E in uno scenario di proliferazione regionale, con l’Arabia Saudita che ha già acquistato missili balistici dal Pakistan e la Turchia che dispone delle competenze tecnologiche necessarie, il rischio è quello del collasso definitivo del Trattato di Non Proliferazione, con l’apertura a un mondo multipolare nucleare ben più instabile di quello attuale.
Donbass: la guerra che si decide nelle retrovie
Mentre le diplomazie discutono di Hormuz, sul fronte ucraino la situazione militare ha conosciuto in questi giorni un’accelerazione che merita un’analisi a parte, perché segna, a tutti gli effetti, il passaggio da una guerra di logoramento posizionale a quella che possiamo definire una guerra di collasso sistemico.
Il punto centrale, che la narrazione occidentale tende sistematicamente a oscurare, è che mentre l’attenzione mediatica resta concentrata sugli attacchi ucraini in profondità nel territorio russo, su Mosca e sulla raffineria di Kapotnya, la Russia sta metodicamente azzerando le retrovie ucraine, creando le condizioni per il collasso della flessibilità tattica di Kiev nei cento chilometri dietro la linea di contatto.
Sul fronte di Kostiantynivka il novanta per cento della città risulta sotto controllo russo, con la caduta del distretto di Chervonyi e l’obiettivo immediato di consolidare la linea per chiudere la sacca dei villaggi circostanti prima di riprendere l’offensiva verso ovest, in direzione di Druzhkivka. A Lyman la battaglia è arrivata al capolinea, con truppe russe confermate nel centro città e nell’area del lago, mentre l’ultimo quarto dell’abitato è in fase di evacuazione sotto la pressione dell’accerchiamento. La caduta formale, secondo le valutazioni più aggiornate, è questione di giorni, non più di settimane. A Yurkovka le truppe russe hanno già attraversato il canale che separava le posizioni, minacciando direttamente la strada M03, l’arteria vitale per la difesa di Sloviansk, ed eliminando una barriera naturale che per Kiev era fondamentale.
A Raihorodok le forze russe si stanno infiltrando con piccoli gruppi di ricognizione, e se quest’area dovesse cadere insieme alla vicina Rybka, la situazione diventerebbe critica per l’intero asse Sloviansk Kramatorsk. Sul fronte di Kharkiv, la sistematica distruzione delle infrastrutture energetiche continua a deteriorare la situazione, con il nodo di Zolochiv conteso e le forze del Gruppo Nord russo che guadagnano posizioni nel settore di Velykyi Burluk e Vovchansk, minacciando di aggirare le fortificazioni a protezione della città.
La dottrina russa che emerge da questi sviluppi è chiara e coerente: prima isolare logisticamente l’area con attacchi sistematici alle retrovie, poi infiltrare con piccoli gruppi le difese urbane, infine consolidare il controllo prima di proiettarsi sull’obiettivo successivo. È lo schema già visto ad Avdiivka, lo stesso che gli analisti definiscono ormai uno schema di tipo Pokrovsk, fatto di assedio lento, accerchiamento progressivo e collasso finale quando le vie di rifornimento si riducono a una sola, sotto il tiro costante di droni e artiglieria.
A questa pressione militare si aggiunge la campagna sistematica contro le infrastrutture del carburante. A Odessa sono stati colpiti distributori e autocarri cisterna a Sarata e Manashi, nel tentativo russo di impedire il transito di carburante verso il resto del continente. A Zaporizhzhia e Dnipro la strada R73 si è trasformata in un collo di bottiglia letale, con l’hub cargo di Nova Poshta spazzato via e un terminal distrutto da un missile balistico Iskander. A Kharkiv un caccia bombardiere Su34 ha distrutto una fabbrica di droni nella periferia nord occidentale. Nella regione di Sumy, secondo le stesse fonti OSINT ucraine, tutti i distributori di benzina, incluso quello di Trostyanets, risultano distrutti. Senza carburante, la mobilità dei mezzi corazzati e l’operatività dei droni da ricognizione e attacco vengono di fatto paralizzate, in un processo di grounding silenzioso che la narrazione mainstream tende a non analizzare a fondo, troppo concentrata sui bollettini quotidiani delle intercettazioni.
Sul piano della strategia ucraina, emerge con chiarezza una partita giocata a due velocità. Da un lato Kiev investe risorse enormi in operazioni ad alto valore mediatico come gli attacchi su Mosca, perché ogni colpo che arriva alla capitale russa si traduce immediatamente in nuovi pacchetti di aiuti occidentali, basti pensare agli oltre centocinquantamila droni britannici annunciati o ai cinquecento milioni di euro olandesi delle ultime settimane. Dall’altro lato, sul terreno, nel Donbass, le stesse risorse non bastano più a tenere le linee, e la difesa si sta progressivamente trasformando in una serie di ritirate non sempre ordinate. È una strategia con una logica politica precisa, tenere alto il sostegno occidentale nella speranza che il flusso di armamenti possa invertire la tendenza sul terreno, ma che sconta un problema strutturale chiamato tempo: ogni settimana che passa senza una traduzione reale in capacità sul fronte si traduce in un arretramento ulteriore, e i numeri di Kostiantynivka e Lyman lo dimostrano con chiarezza.
Un capitolo separato, ma collegato, riguarda l’episodio dell’autobus colpito il 17 giugno lungo l’autostrada A240, nella regione russa di Bryansk, mentre trasportava da Gomel verso la costa del Mar Nero un gruppo di passeggeri tra cui ventotto giovani atleti di una scuola sportiva bielorussa. Nell’attacco è morta la donna che accompagnava i ragazzi, e sette persone sono rimaste ferite. Mosca e Minsk hanno attribuito immediatamente la responsabilità alle forze armate ucraine, parlando di atto terroristico contro civili, mentre Kiev ha respinto ogni accusa. Al di là di chi abbia materialmente agito, l’effetto strategico di un episodio simile è di per sé significativo, perché tende a spingere la Bielorussia verso un coinvolgimento più diretto nel conflitto, trasformando Minsk da corridoio logistico per i lanci russi a soggetto coinvolto in prima persona, con tutte le conseguenze che ne deriverebbero sul piano dell’escalation.
Le reazioni di queste ore confermano la tendenza. Il vicepresidente della commissione affari internazionali della Camera bassa bielorussa, Oleg Gaidukevich, ha dichiarato che Zelensky starebbe tentando di trascinare la repubblica in un conflitto armato attraverso i propri ultimatum, mentre il rappresentante bielorusso alla Comunità degli Stati Indipendenti, Igor Nazaruk, ha affermato che Minsk si riserva il diritto di intraprendere azioni contro l’Ucraina per proteggere i propri cittadini. Lo stesso Lukashenko ha definito la situazione al confine come di una tensione senza precedenti, ordinando il rafforzamento della sicurezza.
A complicare ulteriormente il quadro è arrivato, il 19 giugno, l’ultimatum di Zelensky a Lukashenko: una settimana di tempo per smantellare ripetitori e apparecchiature che secondo Kiev vengono utilizzate dalla Russia sul territorio bielorusso per guidare gli attacchi dei droni contro le città ucraine, con la minaccia esplicita di un intervento diretto ucraino in caso di mancata rimozione. Minsk respinge ogni accusa, sostenendo che al confine non vi sia alcuna apparecchiatura straniera, ma resta documentato da fonti di monitoraggio indipendenti come iSANS che la Bielorussia ha negli ultimi anni costruito quindici nuovi posti di frontiera lungo il confine ucraino, e che il proprio territorio viene sistematicamente utilizzato come corridoio di transito per i droni russi Shahed e Geran, con un incremento del venti per cento nei sorvoli di ricognizione registrato nelle ultime settimane.
La lettura più prudente di questa sequenza, al di là della narrazione che la presenta come legittima autodifesa ucraina contro corridoi di attacco, è che la combinazione tra l’episodio dell’autobus e l’ultimatum a Minsk introduce una variabile pericolosa proprio perché sfugge al controllo razionale delle parti coinvolte. E va ricordato un dettaglio che la narrazione mainstream tende a derubricare: sul territorio bielorusso sono presenti armi nucleari tattiche russe. Un conflitto che si allargasse formalmente alla Bielorussia non sarebbe gestibile con la stessa logica di attrito vista fino a oggi nel Donbass. Sarebbe, semplicemente, un salto di categoria.
La narrazione di una linea del fronte statica, che ancora oggi circola in alcuni ambienti occidentali, appare sempre meno sostenibile di fronte ai fatti sul terreno. La vera battaglia di questa fase del conflitto si gioca nei cento chilometri dietro le trincee, non nei cieli di Mosca, e la finestra temporale per un negoziato che eviti un collasso più ampio del fronte ucraino, insieme a un parallelo allargamento del conflitto verso nord, si sta restringendo più rapidamente di quanto le cancellerie occidentali sembrino voler ammettere.
Meloni e Trump: un dissing pietoso e umiliante per noi cittadini
C’è infine una vicenda che, a prima vista, sembra appartenere alla cronaca leggera più che alla grande politica internazionale, ma che proprio per questo merita di essere raccontata con attenzione, perché rivela qualcosa di sostanziale sul modo in cui l’Italia gestisce il proprio rapporto con la potenza americana, indipendentemente da chi la occupi.
Il 19 giugno il presidente americano ha telefonato alla trasmissione L’Aria che Tira, su La7, e ha raccontato che Giorgia Meloni lo avrebbe implorato per una foto al G7 di Evian, aggiungendo poi, in un’intervista alla NBC, di non volerla come fan, perché secondo lui l’Italia, come la Nato, non c’era quando si trattava della questione dello Stretto di Hormuz. Parole pronunciate da un capo di Stato alla stampa internazionale, con un tono che definiremmo poco diplomatico, e che raccontano i dettagli di un incontro privato con un’alleata in modo da risultare apertamente umiliante.
| “Mi ha implorato di fare una foto con lei! Voleva una foto con me così tanto. L’avrei anche non fatta, ma mi ha fatto pena!” — Donald Trump, La7, 19 giugno 2026 “Non la voglio come fan, perché non c’era, né lei né la Nato, quando si trattava della questione dello Stretto.” — Donald Trump, NBC |
La reazione italiana è arrivata in pochi minuti. Meloni ha pubblicato da Bruxelles un video in cui ha definito le dichiarazioni totalmente inventate, dicendosi francamente allibita, con una frase che è già diventata uno slogan: io e l’Italia non imploriamo mai. Il presidente Mattarella l’ha chiamata per solidarietà. Il ministro degli Esteri Tajani ha annullato la visita a Washington prevista per il 21 e 22 giugno, parlando di parole gravi e offensive che offendono tutta l’Italia. Il ministro della Difesa Crosetto ha parlato di qualcosa peggio di una caduta di stile. E persino la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, dall’opposizione, ha definito l’episodio inaccettabile.
La macchina dell’indignazione nazionale, insomma, si è messa in moto a tempo di record. E qui si impone una domanda che vale la pena porsi con onestà: questa stessa macchina, negli ultimi due anni, dove era?
Facciamo un passo indietro al 21 gennaio di quest’anno, quando Trump, a Davos, disse che la Nato non avrebbe mai ottenuto nulla dagli Stati Uniti, mettendo in dubbio che gli alleati sarebbero intervenuti in caso di reale necessità. Tre giorni dopo rincarò la dose, sostenendo che i soldati Nato in Afghanistan sarebbero rimasti un po’ indietro, un po’ lontano dal fronte. Affermazioni smentite dalla storia stessa, perché la Nato ha attivato l’Articolo 5, la clausola di difesa collettiva, una sola volta in tutta la propria esistenza, dopo l’undici settembre, proprio per sostenere gli Stati Uniti. E in quella missione l’Italia ha pagato un prezzo che non si misura in dirette televisive: cinquantatré soldati caduti, oltre settecento feriti.
Cinquantatré famiglie italiane che hanno sepolto un figlio, un marito, un padre, si sono sentite definire dal presidente degli Stati Uniti come rimaste indietro, lontane dal fronte. La risposta del governo italiano, in quel caso, fu un comunicato di Palazzo Chigi che parlava di stupore. Non rabbia, non indignazione: stupore. Nessun video pubblicato in pochi minuti, nessun ministro che cancella un viaggio, nessuna telefonata del Capo dello Stato che finisce sui titoli dei giornali in giornata.
| “Il Governo italiano ha appreso con stupore le dichiarazioni del Presidente Trump secondo cui gli alleati della Nato sarebbero ‘rimasti indietro’ durante le operazioni in Afghanistan.” — Comunicato di Palazzo Chigi, 24 gennaio 2026 |
C’è qualcosa di profondamente sbilanciato in questa scala di valori. Quando l’offesa di Trump riguarda l’orgoglio personale della premier, scatta l’apparato dello Stato al completo, in tempo reale. Quando l’offesa riguarda la memoria di cinquantatré soldati morti in missione, la risposta resta un comunicato diplomatico scritto con il bilancino, per non irritare troppo l’alleato.
E non è un episodio isolato. Lo schema, semmai, si ripete da anni, e cambia il presidente americano ma non cambia la postura italiana. Il primo marzo del 2024, nello Studio Ovale, Joe Biden accolse Meloni con un bacio sulla nuca accompagnato da una citazione canzonatoria della canzone di Ray Charles, Georgia on my mind. Le immagini fecero il giro del mondo, e in Italia non furono accolte bene, con osservazioni, anche sui social, che parlavano di un’immagine più da rapporto coloniale che da alleanza tra pari. Un anno prima, al G7 di Hiroshima, Biden si era avvicinato a Meloni per esprimerle solidarietà per l’alluvione che aveva colpito l’Emilia Romagna, le aveva stretto la mano, l’aveva abbracciata, e le immagini li mostravano camminare mano nella mano lungo un corridoio dell’albergo, un gesto nato da un momento di cordoglio autentico ma che divenne, suo malgrado, simbolo di qualcosa che andava oltre quel singolo episodio.
Va detto con onestà che, presi singolarmente, questi episodi non bastano a costruire un’accusa. I leader internazionali si toccano, si abbracciano, si scambiano gesti di cordialità che fanno parte del normale linguaggio diplomatico, e leggervi sempre un sottotesto di subalternità sarebbe disonesto quanto le esagerazioni che talvolta circolano sui social. Il punto non è il singolo gesto, ma la ripetizione di uno schema e il contesto in cui si inserisce. Perché quello stesso anno, al G7 di Borgo Egnazia, Meloni si ritrovò più volte nel ruolo di chi gestisce pubblicamente un Biden apparso disorientato, richiamandolo mentre si allontanava durante l’esibizione dei paracadutisti e riportandolo al gruppo per la foto ufficiale, immagini che le fecero guadagnare sui social il soprannome, poco lusinghiero, di badante del presidente americano.
Con Trump lo schema non cambia, semplicemente cambia attore. Lo stesso desiderio di vicinanza fisica e simbolica si traduce, secondo lo stesso Trump, nella ricerca di una foto al G7 di Evian. Vero o no che la richiesta sia stata fatta nei termini raccontati dalla Casa Bianca, o totalmente inventata come sostiene Palazzo Chigi, resta il fatto che la notizia sia stata percepita come credibile da una parte consistente dell’opinione pubblica, segno di una percezione già consolidata sul rapporto tra la premier italiana e il potere americano.
Mettendo in fila, con ordine, il comportamento di questo governo davanti a tre tipi diversi di offesa, la sproporzione risulta evidente. L’offesa ai cinquantatré caduti italiani in Afghanistan ha prodotto un comunicato formale e nessuna mobilitazione nazionale. La minaccia di Trump sulla difesa Nato degli alleati ha ricevuto una risposta misurata, quasi rassegnata. L’offesa personale a Meloni sulla foto ha invece prodotto un video immediato, la telefonata del Capo dello Stato, un viaggio annullato, un fronte politico compatto.
Trasformare un attacco personale in un’offesa all’intero Paese è una mossa retorica che risponde a una logica precisa, e che serve a tre obiettivi: diluisce la responsabilità individuale, perché se l’offesa riguarda l’Italia non è più soltanto un problema di immagine della premier; mobilita il sentimento patriottico, creando un fronte interno compatto che silenzia per qualche giorno le critiche; ed evita l’umiliazione personale, perché apparire come la leader che implora una foto sarebbe politicamente devastante, mentre farne un caso nazionale sposta il focus dalla persona alla nazione. È una mossa comprensibile sul piano della tattica politica, ma resta anche, senza sconti, una strumentalizzazione del sentimento nazionale, utilizzato come scudo personale proprio nei momenti in cui la leader rischia di apparire debole, e accantonato nei momenti in cui l’offesa riguarda davvero l’onore collettivo del Paese.
Vale la pena chiedersi, a questo punto, perché Trump abbia scelto proprio questo momento per colpire Meloni con tale durezza. L’episodio della foto appare, con ogni probabilità, un pretesto. Il vero affondo arriva quando Trump accusa l’Italia, come la Nato, di non essere stata presente sulla questione dello Stretto di Hormuz, segno di una insofferenza americana verso un’Europa che non ha sostenuto fino in fondo la linea di Washington sulla crisi nello stretto. Meloni si è presentata per anni come ponte tra Washington e Bruxelles, come l’alleata più disponibile, ma quando è arrivato il momento di consegnare il pacchetto completo di fedeltà, l’appoggio non è bastato. E Trump, che non considera la fedeltà come un valore ma come una leva da utilizzare, ha reagito umiliando pubblicamente proprio chi gli si era avvicinata di più. È la lezione di realismo più amara di questa vicenda: con la logica di potenza che guida Washington, indipendentemente da chi sieda alla Casa Bianca, non esistono alleati nel senso classico del termine, esistono interessi, e quando questi interessi non coincidono pienamente, anche chi ha cercato la prossimità più stretta puo ritrovarsela rinfacciata in diretta televisiva.
Per il primo ministro di un Paese fondatore del G7, membro permanente della Nato, tra le prime economie mondiali, la ricerca costante di vicinanza fisica e mediatica con il leader americano di turno non sembra una postura all’altezza del peso che l’Italia dovrebbe rivendicare sul piano internazionale. Una diplomazia seria si misura sui dossier, sui risultati negoziali, sulla capacità di ottenere condizioni favorevoli per il proprio Paese, non sulla qualità dell’abbraccio o sulla riuscita della foto. Il problema non è che un leader straniero baci la fronte di un capo di governo, o che due politici camminino mano nella mano in un momento di cordoglio condiviso: sono linguaggi diplomatici che esistono da sempre. Il problema nasce quando questi gesti diventano, nella narrazione interna, la prova stessa della rilevanza internazionale del proprio governo, quando la vicinanza al potente di turno viene spesa come capitale politico in patria invece di restare uno strumento, tra tanti, per ottenere risultati concreti.
E qui si arriva alla contraddizione più stridente di tutta la vicenda. La stessa premier che per anni ha costruito gran parte della propria credibilità internazionale sulla vicinanza personale ai presidenti americani, da Biden a Trump, è quella che, quando l’offesa colpisce davvero l’Italia, quella dei caduti, quella della sicurezza nazionale messa in discussione, sceglie il basso profilo, lo stupore diplomatico, la misura. E si è scoperta indignata, mobilitata, nazionalista soltanto quando il colpo è arrivato sulla propria immagine personale, non sull’onore del Paese che dice di rappresentare, ma sull’ego della persona che lo guida.
Non basta dire io e l’Italia non imploriamo mai per ottenere applausi incondizionati. Perché l’Italia vera, quella dei cinquantatré caduti in Afghanistan, quella dei cittadini che chiedono una politica estera coerente e non a intermittenza, ha aspettato giorni per un comunicato timido, mentre la premier ha avuto la propria macchina della solidarietà nazionale operativa in pochi minuti per una battuta su una foto. Un Paese che si racconta forte sul piano internazionale, ma che nei fatti continua a cercare legittimazione nella prossimità al potere di Washington, chiunque lo occupi, finisce per consegnare a quel potere la possibilità di trattarlo, alternativamente, con affetto paternalistico o con disprezzo pubblico, secondo la convenienza del momento. Se l’orgoglio nazionale esiste solo quando serve a coprire un imbarazzo personale, e si eclissa proprio quando servirebbe a difendere la memoria di chi non è più tornato a casa, allora non è orgoglio nazionale. È un alibi.
Stefano Orsi — ilSudest.it

