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18 Maggio 2026

Trump torna da Pechino a mani quasi vuote

Tre eventi chiave del 2026 segnano il crollo dell’ordine internazionale.

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Aree di crisi nel mondo n. 287 del 16/17 maggio 2026

Trump torna da Pechino a mani quasi vuote:

Ucraina, la Trappola di Tucidide e un mondo che si riorganizza senza di noi

Nota editoriale. Questo articolo intende correggere una formulazione ricorrente nel dibattito pubblico: l’attribuzione all’Occidente di una visione fondata sul multilateralismo, sulle Nazioni Unite e sul diritto internazionale. L’analisi qui proposta rovescia quella lettura: sono le potenze emergenti, Cina, Russia e il cosiddetto Sud globale, a invocare sistematicamente quegli strumenti giuridici, mentre l’Occidente opera secondo un sistema di regole autoprodotto e applicato selettivamente in base ai propri interessi. La distinzione tra diritto internazionale e ordine internazionale basato su regole non è semantica: è il punto di frattura dell’ordine globale contemporaneo.

Il mondo si riorganizza. E noi lo guardiamo dal lato sbagliato

Tre eventi concentrati nella settimana tra il 13 e il 17 maggio 2026 sembrano, a prima vista, distanti tra loro: la più massiccia offensiva aerea russa dall’inizio del conflitto in Ucraina, il vertice Trump-Xi a Pechino e la conferenza stampa di Lavrov ai margini dei BRICS a Nuova Delhi. Non lo sono. Sono tre facce dello stesso processo: la ristrutturazione dell’ordine internazionale che abbiamo conosciuto dal 1991.

Comprenderlo richiede però di liberarsi di una cornice interpretativa ormai inadeguata, quella che presenta l’Occidente come campione del multilateralismo e del diritto internazionale, e le potenze emergenti come sfidanti revisionisti. La realtà è più scomoda, e più interessante.

1. La frattura che nessuno vuole nominare: diritto internazionale contro ordine basato su regole

C’è una distinzione che Russia e Cina ripetono in ogni sede diplomatica da almeno un decennio, e che l’Occidente sistematicamente ignora o minimizza. È la differenza tra il diritto internazionale codificato, la Carta delle Nazioni Unite, le Convenzioni di Ginevra, le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, e il cosiddetto ordine internazionale basato su regole, la formula che le potenze occidentali invocano abitualmente.

Non sono la stessa cosa. Come ha osservato Trita Parsi del Quincy Institute, quella terminologia è costruita per implicare qualcosa di diverso dalla semplice adesione al diritto internazionale: altrimenti non avrebbe ragione di esistere. Quelle regole le definisce l’Occidente, le interpreta l’Occidente, e le applica quando e come fa comodo all’Occidente.

Leiden Journal of International Law / Cambridge Core, «The choice before us: International law or a rules-based international order?», 2023; Lowy Institute, «Abandoning the rules-based order is no solution», 2025.

Lavrov ha messo a punto questa critica in modo sistematico almeno dal 2017, quando alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco ha cominciato a usare la distinzione come strumento retorico contro l’egemonia occidentale. Entro il 2022, i comunicati congiunti russo-cinesi avevano codificato la formula: da un lato il diritto internazionale, dall’altro le regole elaborate in privato da alcune nazioni o gruppi di nazioni.

Non è una posizione priva di fondamento storico. Gli Stati Uniti hanno condotto operazioni militari senza mandato dell’ONU in Iraq, in Libia, in Siria, in Serbia. Hanno applicato sanzioni extraterritoriali in deroga alle norme dell’Organizzazione mondiale del commercio. Hanno di fatto paralizzato il meccanismo di risoluzione delle controversie di quell’istituzione. Hanno sostenuto Israele nella campagna a Gaza ignorando le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e le pronunce della Corte internazionale di giustizia.

Come ha scritto Euronews all’inizio del 2026: «La questione non è stabilire quando questi tre paesi abbiano abbandonato il rispetto dell’ordine internazionale. La questione è se lo abbiano mai abbracciato davvero in qualcosa di più di un senso retorico.»

Euronews, «Europe must stop pretending there was ever a truly rules-based international order», 5 gennaio 2026.

Ciò che differenzia le grandi potenze non è dunque il rispetto delle norme, ma il modo in cui giustificano le proprie violazioni. Gli Stati Uniti continuano a impiegare il linguaggio dei diritti umani e dell’ordine internazionale, anche quando gli argomenti reggono a fatica. Russia e Cina fanno sempre più apertamente riferimento a sfere di influenza, diritti storici e particolarità di civiltà. Ma entrambi i modelli sono forme di unilateralismo: l’unica differenza è nell’imballaggio.

Questa distinzione non è accademica. È la mappa che serve per capire chi sta guadagnando e chi sta perdendo credibilità nel Sud globale, e perché Lavrov, a Nuova Delhi, poteva permettersi di parlare come se stesse descrivendo un processo storico già compiuto.

2. Nuova Delhi: Lavrov ai BRICS e la strategia dell’ancoraggio

La conferenza stampa di Lavrov a Nuova Delhi il 15 maggio, a margine della riunione dei ministri degli Esteri BRICS, non era un appuntamento di routine. Era una mossa di posizionamento in un momento in cui l’asse geopolitico si sposta con crescente visibilità.

Il peso economico che conta

Il punto di partenza di Lavrov è numerico: i BRICS rappresentano oggi oltre il 40% del prodotto interno lordo mondiale in parità di potere d’acquisto, mentre il G7 è sceso al 30%. Non si tratta di propaganda: è il dato del Fondo monetario internazionale. E questa traiettoria ha un’implicazione diretta: le istituzioni finanziarie internazionali nate nel 1944 a Bretton Woods, il FMI e la Banca Mondiale, riflettono ancora una distribuzione del potere che non esiste più.

La richiesta russa di riforma di quegli istituti non è nuova, ma acquista forza man mano che il peso economico si sposta. La parallela transizione verso pagamenti in valute nazionali, già in atto nel commercio russo-indiano e russo-cinese, è la dimensione meno visibile ma forse più duratura della sfida all’egemonia del dollaro.

L’India come perno: un’ancora che Mosca vuole fissare

Il punto più rilevante della strategia russa emersa a Nuova Delhi è il tentativo di ancorare l’India ai BRICS in modo strutturale: non solo come partner commerciale, ma come attore diplomatico autonomo con un ruolo da protagonista. Lavrov ha suggerito che Nuova Delhi potrebbe svolgere una funzione di mediazione nella crisi iraniana, tra Teheran e le monarchie del Golfo.

È una mossa calibrata. L’India è già il principale acquirente di petrolio russo a prezzo scontato. Ha rifiutato di aderire alle sanzioni occidentali. Non vuole però nemmeno essere identificata come paese apertamente antioccidentale. La Russia le offre un ruolo di guida diplomatica del Sud globale, una posizione che Nuova Delhi può sfruttare contemporaneamente nei confronti di Mosca e di Washington.

La rivelazione di Anchorage

Lavrov ha compiuto una mossa diplomatica inusuale per la sua sistematicità: ha rivelato i dettagli dell’incontro dell’agosto 2025 in Alaska, dove secondo Mosca erano stati raggiunti orientamenti di base per una soluzione diplomatica in Ucraina, fondati sulle proposte dell’inviato americano Steven Witkoff. Ha citato esplicitamente Trump come qualcuno che inizialmente riconosceva l’impossibilità dell’ingresso di Kiev nella NATO e le realtà sul terreno.

Il messaggio è inequivocabile: esiste una base d’intesa con l’esecutivo americano, ma l’ostacolo sono le pressioni europee e britanniche. È una tattica di divisione dell’alleanza occidentale, con l’effetto di mettere sotto pressione i governi europei, presentandoli come il principale freno a qualunque accordo di pace.

Il ministro Araghchi e la retorica dell’avanguardia

Il discorso del ministro degli Esteri iraniano Araghchi ai BRICS del 14 maggio è un documento politico, non una lamentela. L’Iran si presenta come l’avanguardia del fronte contro l’egemonia occidentale, il paese che ha pagato il prezzo più alto della resistenza e che per questo rivendica solidarietà strutturale, non soltanto verbale, dagli altri membri del blocco. La metafora dell’«impero in declino» come «animale ferito che graffia e ruggisce nella sua discesa» traduce una percezione strategica precisa: le potenze in declino sono le più pericolose, perché non hanno più nulla da perdere sul piano della reputazione. Ed è questa convinzione, condivisa da Mosca e Pechino, che spiega molte delle mosse della settimana.

3. Il fronte ucraino: attrizione, spazio aereo e segnali geopolitici

L’offensiva aerea del 13 e 14 maggio e la risposta del 16 e 17

L’attacco combinato russo nella notte tra il 13 e il 14 maggio, con circa 1.400 droni e una cinquantina di missili nelle prime ventiquattr’ore, ha superato di cinque volte le ondate precedenti più massicce. Non è solo una questione di numeri. La tecnica è significativa: un’ondata iniziale diretta verso l’Ucraina occidentale per costringere i sistemi di difesa aerea ad accendersi e rivelare le proprie posizioni, una classica operazione di soppressione delle difese condotta con vettori economici, seguita da un reindirizzamento verso Kiev e il fronte orientale.

Il tasso di intercettazione degli intercettori più costosi, i Patriot e i NASAMS, è in calo progressivo per effetto dell’esaurimento delle scorte e del parziale dirottamento di alcuni sistemi verso altri teatri operativi. Questo dato industriale è più rilevante di qualsiasi singolo attacco: fotografa dove sta andando la guerra di logoramento sul lungo periodo.

La risposta ucraina non si è fatta attendere. Nella notte tra il 16 e il 17 maggio, Kiev ha lanciato la più massiccia incursione di droni mai condotta sul territorio russo: inizialmente 180 velivoli diretti verso Mosca, manovrando da sudovest, sud e ovest per aggirare le difese aeree. L’attacco si è poi esteso verso la Crimea, le regioni meridionali e la regione di Leningrado. Al culmine dell’operazione, alla mezzanotte del 17 maggio, erano tracciati simultaneamente oltre 310 droni nello spazio aereo russo.

Il Ministero della Difesa di Mosca ha dichiarato di aver abbattuto 89 droni nel pomeriggio del 16, altri 67 in prima serata e 556 nella notte successiva. Nonostante la densità della contraerea russa, alcuni droni hanno raggiunto infrastrutture nella capitale, con impatti documentati attorno alle quattro del mattino. L’obiettivo principale era il comparto energetico: immagini ad alta risoluzione mostrano una base petrolifera nella periferia nordoccidentale di Mosca con almeno un grande serbatoio di carburante completamente distrutto. Le autorità locali hanno segnalato anche vittime tra i civili.

La Russia ha risposto nella stessa notte con 287 droni propri, prendendo di mira Odessa, Zaporizhzhia, Dnipro, Kryvyi Rih e Kharkiv, dove un parco e numerosi veicoli civili sono stati distrutti. In Crimea, Kiev ha tentato un attacco combinato con droni aerei e droni navali diretti verso Sebastopoli e la penisola di Kinburn; le forze russe hanno diffuso filmati che mostrano l’intercettazione di questi barchini automatici tramite aviazione e flotta.

Strategicamente, gli attacchi ucraini su Mosca e sul resto del territorio russo perseguono obiettivi precisi: alzare il costo percepito della guerra per la popolazione russa, colpire la catena logistica industriale e mantenere aperta la finestra negoziale dimostrando una capacità offensiva residua che nessun accordo potrebbe ignorare. Non modificano le dinamiche sul fronte terrestre. Ma cambiano la narrativa, e spostano la percezione della guerra per i civili russi, incrinando il mito della sicurezza domestica totale.

La situazione sul fronte terrestre

Sul terreno, il quadro a metà maggio 2026 mostra una pressione russa distribuita su più assi. Nel settore di Kupyansk, la caduta di Borova, annunciata ufficialmente dal generale Gerasimov e confermata da video geolocati pubblicati il 17 maggio, segna un punto di svolta. I russi sono penetrati stabilmente nella parte sudorientale dell’insediamento, interrompendo l’asse logistico ucraino della strada R79 e rendendo la presenza di Kiev sulla sponda est del fiume Oskil estremamente precaria. L’ipotesi più probabile è che Mosca voglia ora attraversare l’Oskil per aggirare Izyum da est, minacciando un nodo ferroviario di primaria importanza e comprimendo ulteriormente la logistica ucraina nell’area.

Nel settore di Zaporizhzhia, nelle ultime quarantott’ore le truppe russe hanno sensibilmente migliorato le posizioni attorno all’insediamento di Vasylivka, portandosi al controllo della quasi totalità del villaggio nonostante i tentativi dell’artiglieria ucraina di rallentarne l’avanzata. Questo sviluppo rischia di provocare il cedimento definitivo della linea difensiva orientale di Zaporizhzhia, aprendo ai russi lo spazio operativo verso nord. Più a sud, la conquista di Charivne aveva già aperto potenzialmente la direttrice verso la città stessa.

Nel settore di Sumy, un nuovo micro-fronte segue la classica tattica russa di allungamento delle linee per disperdere le riserve difensive avversarie e costringere il comando ucraino a scelte difficili di prioritizzazione.

In controtendenza, a nordest di Kharkiv le forze ucraine hanno avviato una decisa controffensiva, impiegando la 129a Brigata meccanizzata. Gli ucraini hanno riconquistato l’insediamento di Odradne e stanno migliorando le proprie posizioni a sud di Vovchansk, sfruttando linee logistiche russe precarie e la copertura boschiva con un impiego massiccio di droni. L’obiettivo strategico dichiarato è tagliare le sacche di avanzata russa lungo il fiume Siversky Donets per impedire che Mosca aggirassi le linee difensive di Bilyi Kolodiaz. Ma il dilemma strutturale rimane inalterato: ogni riserva impiegata nel nord è una riserva sottratta ai fronti critici del Donbass, dove la pressione è costante e il margine di cedimento si restringe.

La variabile Transnistria e l’ombra della Bielorussia

Il decreto Putin sulla cittadinanza semplificata per i residenti della Transnistria, combinato con la legge approvata dalla Duma che autorizza l’impiego delle forze armate all’estero per proteggere i cittadini russi, è una preparazione giuridica di manuale. Mosca costruisce il pretesto formale per un eventuale intervento in Moldavia, ampliando il perimetro del conflitto potenziale verso il fianco sudoccidentale ucraino.

Il presidente Zelensky ha denunciato apertamente la mossa, interpretandola come finalizzata a creare una riserva di leva supplementare tra i residenti transnistriani e a porre le basi legali per un intervento «protettivo». È una lettura plausibile, e si inserisce in un quadro più ampio: ex esponenti del governo ucraino hanno sollevato il sospetto che la Bielorussia stia negoziando con Mosca le modalità del proprio ingresso formale nel conflitto. Anche senza un’invasione diretta dal nord, la sola minaccia credibile di un coinvolgimento di Minsk obbliga Kiev a tenere truppe d’élite a presidio dei confini settentrionali, sottraendole ai fronti già sotto pressione nel Donbass.

L’arresto di Yermak

L’arresto di Andriy Yermak, il più stretto collaboratore di Zelensky e architetto della politica estera ucraina dall’interno della presidenza, è la notizia interna che ha ricevuto meno spazio di quanto meriti. Le accuse formali riguardano abuso di potere e corruzione. Ma il contesto è più complesso: l’Ucraina deve soddisfare i requisiti di buona governance richiesti dai donatori occidentali e dall’Unione europea per il percorso di adesione, e Yermak era da tempo nel mirino di alcune cancellerie. La sua rimozione in un momento di stallo negoziale, mentre Kiev deve ricostruire reti di contatti informali con le diplomazie straniere, crea un vuoto in una fase particolarmente delicata. Il successore eredita un dossier straordinariamente complesso, senza i fili tessuti in anni di lavoro.

4. Pechino: Trump arriva con le carte di un venditore, torna quasi a mani vuote

Le premesse e il divario con i risultati

Bisogna partire da come Trump ha preparato questa visita, perché la distanza tra le premesse e i risultati è essa stessa il dato politico più rilevante del vertice. Nelle settimane precedenti, l’amministrazione aveva costruito un’aspettativa pubblica enorme: cinquecento aerei Boeing come possibile accordo di punta, uno sblocco definitivo sui semiconduttori Nvidia, pressione cinese sull’Iran per riaprire lo Stretto di Hormuz, un coinvolgimento di Pechino sulla questione ucraina. La delegazione americana comprendeva figure come Elon Musk, Tim Cook di Apple e Jensen Huang di Nvidia, come dimostrazione muscolare di peso economico.

L’accoglienza cinese ha risposto con un segnale preciso, sottile ma inequivocabile per chi conosce la gerarchia del Partito comunista: all’aeroporto c’era il vicepresidente Han Zheng, non un membro del Comitato permanente. Non un’offesa aperta, ma un posizionamento. La Cina aveva già deciso quanto peso attribuire alla visita prima ancora che cominciasse.

Una stretta di mano come microcosmo

C’è un momento visivo del vertice che vale più di molti comunicati. Alla stretta di mano tra Trump e Xi all’ingresso della Grande Sala del Popolo, Trump ha tentato il suo gesto caratteristico: la trazione verso di sé, quel movimento che porta l’interlocutore sul proprio terreno fisico e che usa sistematicamente nelle apparizioni pubbliche per stabilire una dominanza visiva. Xi ha risposto riportando il punto di contatto esattamente al centro, neutralizzando la trazione, ristabilendo la simmetria.

Non è gestualità casuale. A quel livello di preparazione, ogni gesto e ogni inquadratura è studiata con cura. Il modo in cui ci si stringe la mano è comunicazione intenzionale. Xi ha detto con il corpo quello che avrebbe detto con le parole nelle ore successive: siamo qui da pari, non da ospite e padrone di casa.

I risultati concreti: il divario tra promesse e realtà

I colloqui durano due ore e un quarto. Il risultato concreto è magro in proporzione alle aspettative costruite. Trump annuncia duecento aerei Boeing, non i cinquecento previsti; i mercati non credono alla narrazione del grande accordo, e il titolo Boeing perde il 4% nella stessa giornata. L’autorizzazione a vendere semiconduttori H200 ad alcune aziende cinesi esisteva già da gennaio 2026 e non rappresenta una novità del vertice; le aziende cinesi hanno nel frattempo sospeso gli ordini perché Pechino teme manomissioni hardware di origine americana, e la fiducia non si ricrea con una stretta di mano. Le licenze di esportazione della carne bovina americana vengono riattivate durante il summit, poi risospese senza spiegazioni nel giro di ore: Pechino ha acceso e spento l’interruttore mentre Trump era ancora in sala, un messaggio di potere contrattuale difficile da fraintendere.

Euronews, «Underwhelming summit outcome in China brings Trump back to reality», 15 maggio 2026; CNBC, «Trump-Xi summit: The 3 big takeaways», 15 maggio 2026; Deseret News, «Analysis: What really happened at the Trump-Xi summit?», 15 maggio 2026.

L’unico risultato che la Casa Bianca può rivendicare è l’accordo verbale cinese sulla libera navigazione nello Stretto di Hormuz. Ma il comunicato cinese non lo menziona: Pechino non intende assumerlo pubblicamente come impegno. E del resto la Cina ha già tutto l’interesse a mantenere Hormuz aperto, perché i propri approvvigionamenti energetici passano di lì. Non era un favore all’America. Era una convergenza di interessi che esisteva prima del vertice e continuerà dopo.

Su Taiwan, che Xi ha definito incompatibile con la pace nello Stretto «come il fuoco con l’acqua», il comunicato americano non dice nulla. Un silenzio che è esso stesso una posizione: Washington ha scelto di non rispondere pubblicamente all’avvertimento più netto che Xi abbia formulato in anni.

La grammatica del comunicato

Chi legge i testi diplomatici con attenzione trova un dato rivelatore. Nel 2017, al primo viaggio di Trump in Cina, i documenti usavano costruzioni di reciprocità: entrambe le parti concordano, entrambe le parti ritengono. Nel 2026, il comunicato dell’agenzia Xinhua recita: Xi dice, Xi sottolinea, Trump ha affermato. Costruzioni sintattiche diverse, che riflettono un posizionamento radicalmente mutato. La Cina non cerca più terreno comune: enuncia le proprie posizioni. Non c’è stata conferenza stampa congiunta. Ognuno ha comunicato per conto proprio, con versioni parzialmente divergenti degli stessi incontri. Questa assenza, da sola, dice già tutto sul livello reale di intesa raggiunto.

La formula e il messaggio di Mosca

L’unico risultato formale del vertice è la nuova formula per definire le relazioni bilaterali: stabilità strategica costruttiva. È Pechino che sceglie la parola. E la parola scelta è stabilità, non partenariato, non cooperazione, non crescita. Stabilità è il lessico di chi non vuole cambiamenti, perché il cambiamento adesso favorirebbe l’avversario.

La sera del rientro di Trump negli Stati Uniti, il Cremlino annunciava che Putin sarebbe andato a Pechino il 20 maggio, cinque giorni dopo. In una settimana sola, la capitale cinese avrebbe ospitato i leader delle due principali potenze che sfidano l’ordine americano. Non è una coincidenza. È il messaggio finale del vertice, scritto non nel comunicato diplomatico ma nel calendario.

5. La Trappola di Tucidide: una domanda che Trump non ha raccolto

Xi Jinping ha aperto i colloqui con Trump citando la Trappola di Tucidide. Non è una citazione accademica. È un inquadramento politico deliberato, e merita molto più spazio di quanto gli abbiano dedicato i telegiornali.

Il meccanismo strutturale

Tucidide, storico ateniese del V secolo avanti Cristo, scrisse della guerra del Peloponneso con una lucidità che non ha perso nulla: «Fu la crescita del potere di Atene e la paura che ciò ispirava a Sparta a rendere inevitabile la guerra.» Non stava descrivendo solo Atene e Sparta. Stava identificando un meccanismo strutturale: quando una nuova potenza sale, quella consolidata si spaventa, e quella paura, più che qualunque singolo evento, è la causa profonda del conflitto.

TIME, «What is the Thucydides Trap that Xi invoked in his meeting with Trump?», 15 maggio 2026; Harvard Kennedy School, «President Xi Jinping invokes HKS Professor Graham Allison’s Thucydides Trap in summit with President Trump», 16 maggio 2026.

Graham Allison e i dodici casi storici

Il termine Trappola di Tucidide nella sua forma contemporanea è stato sistematizzato da Graham Allison, professore ad Harvard, nel libro del 2017 «Destined for War: Can America and China Escape Thucydides’s Trap?». Allison ha esaminato sedici casi storici in cui una potenza in ascesa ha sfidato quella dominante: in dodici casi il risultato è stato la guerra. Solo in quattro si è riusciti a evitarla.

Xi ha usato questo riferimento in più contesti: a Seattle nel 2015, nell’incontro con il leader del Senato Schumer nel 2023, e ora a Pechino con Trump. Ma il momento in cui lo ha usato questa volta è diverso.

Bloomberg, «What Is The Thucydides Trap, Why Did Xi Raise It With Trump at Beijing Summit?», 14 maggio 2026; The Hill, «Xi Jinping raises Thucydides trap with Donald Trump: What is it?», 15 maggio 2026.

Tre livelli di messaggio

Xi Jinping non è un accademico che cita Allison per curiosità intellettuale. È il leader di uno stato-partito che pianifica le proprie comunicazioni con precisione chirurgica. Quella citazione, in apertura di un vertice storico, conteneva tre livelli di messaggio.

Il primo era rivendicativo: la Cina riconosce di essere la potenza in ascesa, non lo nasconde, e ritiene che questo le conferisca un ruolo che va rispettato. Non chiede il permesso di crescere.

Il secondo era una proposta: la storia ci dice che tendiamo al conflitto, ma non è scritto che debba andare così. La domanda è se siamo abbastanza maturi da gestire questa transizione meglio dei nostri predecessori.

Il terzo livello, quello che Xi sperava di trasmettere, era una condizione implicita: per evitare la trappola, l’America deve smettere di trattare Taiwan, il Mar Cinese Meridionale, la tecnologia e il commercio come strumenti di contenimento. Altrimenti la trappola si chiude da sola. E il passaggio su Taiwan è arrivato immediatamente dopo.

Trump non ha raccolto la sfida. Ha risposto con complimenti personali. Non sappiamo se sia stata una scelta deliberata di non entrare nel merito, o se la profondità storica del riferimento non fosse accessibile in quel momento. Quello che sappiamo è che una delle domande più importanti della nostra epoca è rimasta senza risposta. E che l’assenza di risposta è essa stessa una risposta.

La trappola e il conflitto ucraino

C’è un collegamento tra il vertice di Pechino e il conflitto ucraino che vale la pena rendere esplicito. La guerra in Ucraina non è solo un conflitto bilaterale. È anche la manifestazione visibile di una più ampia competizione per la forma dell’ordine internazionale. La Russia ha scelto di sfidare frontalmente il sistema di sicurezza europeo costruito dopo il 1991. La Cina osserva, calcola e usa il conflitto come banco di prova: quanto l’Occidente è disposto e capace di sostenere i costi di una resistenza prolungata?

In questo quadro, il grande bombardamento su Kiev non è solo tattica militare. È anche un segnale geopolitico: siamo ancora qui, siamo ancora in grado di farlo. Gli attacchi ucraini su Mosca sono il segnale speculare. Sono due paesi che si dicono la stessa cosa in modo diverso. E intorno a loro, un mondo che osserva e prende posizioni.

6. Il nesso con il Medio Oriente: la variabile iraniana

L’analisi della settimana sarebbe incompleta senza considerare l’interconnessione con il teatro mediorientale. Le dichiarazioni dell’amministrazione Trump, in cui vengono esibiti impieghi di armamenti a energia diretta della flotta americana contro droni iraniani con allusioni alla «calma prima della tempesta», indicano che la distanza da un secondo round di confronto aperto con Teheran si sta riducendo.

Gli Stati Uniti hanno iniziato a evacuare le proprie navi cisterna dal Golfo Persico per proteggerle da eventuali attacchi di rappresaglia. Immagini satellitari mostrano un consistente rischieramento di portaerei americane, con la USS Abraham Lincoln avvistata in posizione insolitamente ravvicinata alle coste iraniane, in quello che appare come una preparazione a operazioni aeree di vasta portata.

La connessione con il fronte ucraino è diretta: l’Iran è il principale fornitore di droni alla Russia, gli stessi vettori Shahed che saturano le difese aeree ucraine. Un conflitto di vasta scala tra Stati Uniti e Iran contrarrebbe drasticamente quella capacità esportativa, alterando i rapporti di forza logistici sul teatro europeo. Al tempo stesso, un eventuale shock energetico prodotto dalla chiusura o dall’instabilità dello Stretto di Hormuz avrebbe ripercussioni immediate sui mercati globali e sulle capacità di finanziamento dei bilanci di difesa occidentali. I teatri di crisi del 2026 non sono più separati: si alimentano vicendevolmente.

Conclusione: la domanda che il mondo non può rimandare

La lettura dominante descrive quello che sta accadendo come una crisi, temporanea, gestibile, risolvibile con la giusta combinazione di sanzioni e diplomazia. È una lettura confortante. È anche una lettura sbagliata.

Quello che stiamo vivendo è una transizione sistemica. L’ordine emerso nel 1991, fondato sull’egemonia americana e sulla cornice istituzionale nata a Bretton Woods e a San Francisco, non è in crisi: è in revisione strutturale. Il peso economico del Sud globale, la capacità militare russa dimostrata in quattro anni di conflitto, la pazienza strategica cinese: sono dati di realtà, non narrazioni alternative.

La Trappola di Tucidide che Xi ha evocato a Pechino non è un concetto da convegno universitario. È la descrizione di una dinamica che stiamo vivendo in tempo reale. La domanda che Xi ha posto, se Cina e America possano costruire un nuovo paradigma relazionale tra grandi potenze senza scivolare nel conflitto, è rimasta senza risposta. Non perché non si possa rispondere. Ma perché risponderla richiederebbe di ammettere che il mondo non tornerà a quello che era.

Il grande bombardamento, il vertice senza accordi, la conferenza stampa di Lavrov che parla di un ordine già riconfigurato, gli attacchi di droni ucraini che raggiungono la capitale russa, la flotta americana che si riposiziona al largo delle coste iraniane: sono tutti segnali dello stesso processo. Non è detto che vada a finire come nella Grecia del V secolo avanti Cristo. Ma per capire dove va il mondo, bisogna almeno avere il coraggio di porre la domanda giusta.

Fonti e riferimenti

Fonti primarie — eventi della settimana

Lavrov, Sergey — conferenza stampa ai margini della riunione BRICS, Nuova Delhi, 15 maggio 2026

Araghchi, Abbas — discorso alla riunione dei ministri degli Esteri BRICS, 14 maggio 2026

Comunicato Xinhua sul vertice Trump-Xi, 14-15 maggio 2026

Comunicato Casa Bianca sul vertice Trump-Xi, 15 maggio 2026

Fonti accademiche e analitiche — ordine internazionale

Leiden Journal of International Law / Cambridge Core — «The choice before us: International law or a rules-based international order?», 2023

Brookings Institution — «The US, the West, and international law in an age of strategic competition», aprile 2024

Lowy Institute — «Abandoning the rules-based order is no solution», 2025

Euronews — «Europe must stop pretending there was ever a truly rules-based international order», 5 gennaio 2026

Fonti — Trappola di Tucidide e vertice di Pechino

Allison, Graham — «Destined for War: Can America and China Escape Thucydides’s Trap?», Houghton Mifflin Harcourt, 2017

Harvard Kennedy School — «President Xi Jinping invokes HKS Professor Graham Allison’s Thucydides Trap in summit with President Trump», 16 maggio 2026

Bloomberg — «What Is The Thucydides Trap, Why Did Xi Raise It With Trump at Beijing Summit?», 14 maggio 2026

TIME — «What is the Thucydides Trap that Xi invoked in his meeting with Trump?», 15 maggio 2026

CNBC — «Xi warns Trump: Mishandling Taiwan will put US-China relationship in great jeopardy», 14 maggio 2026

CNBC — «Trump-Xi summit: The 3 big takeaways from historic meeting in Beijing», 15 maggio 2026

Euronews — «Underwhelming summit outcome in China brings Trump back to reality», 15 maggio 2026

Deseret News — «Analysis: What really happened at the Trump-Xi summit? An expert appraisal», 15 maggio 2026