29 Giugno 2026
La macchina dell’odio vince alle urne: come l’estrema destra transnazionale ha conquistato il potere senza colpi di Stato
L’estrema destra transnazionale usa l’odio e gli algoritmi per vincere

Di Marlene Madalena Pozzan Foschiera
Lo storico João Cezar de Castro Rocha ricostruisce la strategia globale che ha trasformato la retorica dell’odio in carburante elettorale — e avverte: il pericolo più grande non è il cannone, ma il voto.
LA DIAGNOSI
C’era qualcosa di inquietante nella voce di João Cezar de Castro Rocha quando spiegava il funzionamento dell’estrema destra transnazionale. Non il tono allarmistico di chi grida al vento, bensì la lucidità di chi ha studiato il fenomeno dall’interno ed è giunto a una conclusione scomoda: non sono arrivati al potere distruggendo le urne. Ci sono arrivati attraverso di esse.
Professore ordinario di Letteratura Comparata all’Università dello Stato di Rio de Janeiro (UERJ) e autore di Guerra Cultural e Retórica do Ódio (2021), opera ormai considerata un riferimento per comprendere il bolsonarismo, Rocha dedica gli ultimi anni a un compito che unisce rigore accademico e urgenza politica: decifrare il metodo che consente alla destra radicale globale di vincere elezioni democratiche facendo dell’odio il proprio principale combustibile.
COSA È CAMBIATO RISPETTO AL XX SECOLO
L’estrema destra del XXI secolo non opera come i totalitarismi del Novecento. Non ha bisogno di carri armati, di proclami militari o di roghi di libri. Ha bisogno di algoritmi, di panico morale e di un nemico perfettamente identificabile.
«La guerra culturale consiste nella produzione sistematica di narrazioni radicalizzanti, generalmente fondate su fake news o teorie del complotto, capaci di creare una successione infinita di nemici immaginari.»
Concetto che Rocha fa risalire al pensatore ultraconservatore statunitense Pat Buchanan, all’inizio degli anni Novanta. Una visione manichea che divide la società in “noi” e “loro”, impedendo qualsiasi dialogo politico.
Cambiano i bersagli: l’«ideologia gender», gli immigrati, il globalismo, il comunismo, le minoranze. Non cambia invece la funzione: produrre panico morale. E la risposta politica più efficace al panico, insegna la storia, è l’odio.
LA MACCHINA IN TRE INGRANAGGI
Rocha individua un meccanismo preciso: ridicolizzazione, tipizzazione e disumanizzazione.
Prima l’avversario viene ridicolizzato fino a diventare oggetto di scherno. Poi viene ridotto a una caricatura. Infine cessa di essere percepito come un essere umano.
Quando qualcuno diventa “nulla”, qualsiasi violenza contro quel “nulla” può apparire giustificata, perfino patriottica.
Non è improvvisazione. È una vera pedagogia della disumanizzazione: un processo sistematico costruito mattone dopo mattone nei social network, nei gruppi WhatsApp, nei canali YouTube, nei profili di X. Un’educazione rovesciata che produce un elettorato permanentemente mobilitato in uno stato di conflitto.
GLI ALGORITMI COME ARMA
Le piattaforme digitali non sono semplici veicoli neutrali.
Sono l’infrastruttura stessa del processo.
Gli algoritmi privilegiano sistematicamente contenuti che suscitano rabbia, indignazione e paura. Più un messaggio è aggressivo, maggiore è il coinvolgimento che genera. E maggiore è il coinvolgimento, maggiore è la sua diffusione.
L’architettura delle reti sociali, dunque, non è neutrale: tende a favorire la circolazione dei discorsi più polarizzanti.
UN FENOMENO TRANSNAZIONALE
Il bolsonarismo non è un’invenzione esclusivamente brasiliana.
È una declinazione locale di un progetto internazionale.
Donald Trump negli Stati Uniti, Jair Bolsonaro in Brasile, Javier Milei in Argentina, Giorgia Meloni in Italia, Viktor Orbán in Ungheria e Santiago Abascal in Spagna operano all’interno di una stessa grammatica politica, sistematizzata dal consulente Steve Bannon e diffusa attraverso reti internazionali di influenza.
Il metodo Bannon si fonda su alcuni pilastri:
- guerra culturale permanente;
- erosione della nozione di verità fattuale;
- attacco costante alle istituzioni;
- trasformazione del conflitto politico in spettacolo emotivo continuo.
In questo quadro la disinformazione non rappresenta un incidente, bensì uno strumento di potere.
Come osserva Rocha, la menzogna è sempre esistita nella politica. Le fake news rappresentano però qualcosa di nuovo: una menzogna dotata di una capacità di contagio tecnologico senza precedenti.
Il bolsonarismo, aggiunge lo storico, non termina con la sconfitta elettorale di Bolsonaro. Fa parte di un’architettura globale che continua a operare indipendentemente dal risultato delle urne.
DAL CONTROLLO ELETTORALE AL CONTROLLO DELLE ISTITUZIONI
Secondo Rocha, l’obiettivo finale dell’estrema destra contemporanea non consiste soltanto nel vincere le elezioni, ma nel conquistare progressivamente il controllo delle istituzioni dello Stato, in particolare del sistema giudiziario.
Il modello di Viktor Orbán in Ungheria rappresenta un riferimento strategico: modificare dall’interno gli equilibri istituzionali dopo essere arrivati democraticamente al governo.
Nel caso brasiliano, numerosi osservatori ritengono che una parte della strategia per le elezioni del 2026 possa concentrarsi sulla conquista di una maggioranza al Senato sufficiente a incidere sulla composizione e sui poteri della Corte Suprema.
È il cosiddetto “metodo Orbán”: ottenere dall’interno ciò che non è possibile distruggere dall’esterno.
L’OFFENSIVA TRANSNAZIONALE IN AMERICA LATINA
A questo si aggiunge un elemento particolarmente delicato: l’internazionalizzazione dell’interferenza politica.
Secondo Rocha e altri analisti, reti internazionali vicine all’estrema destra hanno intensificato il proprio coinvolgimento nei processi politici latinoamericani, sostenendo candidati, diffondendo campagne digitali coordinate e alimentando dinamiche di polarizzazione che travalicano i confini nazionali.
LA CRISI DEL CAPITALISMO
Perché questa macchina dell’odio trova oggi un terreno tanto fertile?
La risposta richiede uno sguardo più ampio.
L’estrema destra transnazionale non nasce nel vuoto. Si sviluppa dentro una crisi economica, sociale e ambientale che ha incrinato la promessa fondamentale del neoliberismo: crescita infinita, mobilità sociale e prosperità per ogni generazione.
La precarizzazione del lavoro, l’aumento delle disuguaglianze, la concentrazione della ricchezza e la crisi climatica hanno alimentato un profondo senso di insicurezza.
Quando un sistema non riesce più a mantenere le proprie promesse, cerca nuovi colpevoli.
Ed è qui che entra in funzione la macchina dell’odio.
Invece di indirizzare lo sguardo verso le cause strutturali della crisi, trasferisce la responsabilità su immigrati, insegnanti, attivisti, minoranze o avversari politici.
L’odio diventa così un gigantesco dispositivo di trasferimento della colpa.
L’ANALFABETISMO IDEOLOGICO COME STRATEGIA
Rocha individua anche una dimensione epistemologica della guerra culturale: ciò che definisce analfabetismo ideologico.
Non si tratta di semplice ignoranza, bensì di una diffidenza deliberatamente coltivata nei confronti del pensiero critico, della ricerca scientifica e della conoscenza specialistica.
All’interno di una bolla informativa, la realtà può essere continuamente riscritta.
L’illusione condivisa diventa più resistente dei fatti stessi.
L’errore può essere corretto dalle prove.
L’illusione, invece, è sostenuta dall’identità, dal senso di appartenenza e dalle emozioni.
Quando milioni di persone condividono la stessa rappresentazione distorta della realtà, essa acquisisce la forza di un fatto politico.
In quel momento il giornalismo fondato sulla verifica dei fatti incontra un avversario che non riconosce più i fatti come terreno comune.
PERCHÉ IL MONDO DEVE SAPERLO
L’analisi di João Cezar de Castro Rocha supera ampiamente i confini del Brasile.
Per i lettori italiani il fenomeno non è affatto lontano.
Le dinamiche della guerra culturale, del panico morale, della costruzione del nemico e della polarizzazione digitale appartengono ormai a un dibattito internazionale che coinvolge numerose democrazie.
Il monito dello storico è semplice quanto inquietante:
La democrazia può continuare a esistere nelle sue forme istituzionali mentre viene progressivamente svuotata del suo contenuto, elezione dopo elezione, legge dopo legge, nomina dopo nomina.
Comprendere il metodo rappresenta il primo passo per riconoscerlo.
Che cosa fare di questa consapevolezza resta una responsabilità collettiva.

