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29 Giugno 2026

Il punto sulla guerra: Ucraina al collasso, Iran e Stati Uniti tornano a spararsi, e Sachs scuote Bruxelles

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ANALISI GEOPOLITICA E MILITARE

Aree di crisi nel mondo n. 293 del 28-6-2026

di Stefano Orsi

Chiamasi pace quella di Versailles

C’erano voluti appena nove giorni perché l’accordo firmato da Donald Trump a Versailles, a cena con Emmanuel Macron, smentisse sé stesso. Il diciotto giugno, fra calici alzati e applausi del padrone di casa francese, il presidente americano aveva siglato il memorandum di intesa con Teheran: fine delle ostilità, riapertura dello stretto di Hormuz, revoca del blocco navale, un fondo di ricostruzione stimato in trecento miliardi di dollari, sblocco progressivo degli asset iraniani congelati all’estero. Sulla carta, la fine della terza guerra del Golfo. Nella sostanza, una tregua armata che nessuno, a Teheran come a Washington, ha mai trattato come definitiva.

Il ventisette giugno la tregua si è già incrinata. Una petroliera battente bandiera panamense, la Kiku, è stata colpita da un proiettile non identificato nello stretto di Hormuz mentre trasportava petrolio qatariota verso gli Emirati. Washington ha attribuito l’attacco a Teheran e ha risposto colpendo depositi di missili e droni iraniani lungo la costa meridionale, oltre a postazioni radar costiere. L’Iran ha replicato accusando gli Stati Uniti di violazione flagrante del memorandum, mentre i Pasdaran rivendicavano colpi contro posizioni americane nella regione. Il Bahrein, sede della Quinta Flotta statunitense, ha denunciato un attacco con diversi droni iraniani sul proprio territorio, parlando di sabotaggio degli sforzi di pace. È la più seria escalation dalla firma del memorandum, e arriva a sole quarantotto ore dalla visita del segretario di Stato Marco Rubio in Bahrein per discutere proprio dell’attuazione dell’accordo con i ministri degli esteri del Golfo.

Per comprendere perché un’intesa presentata come storica si sia incrinata così rapidamente, occorre guardare a cosa Trump non è riuscito a ottenere, e a cosa invece doveva vendere alla propria opinione pubblica. Il memorandum di Versailles, va ricordato, non è un trattato di pace, ma un quadro che lascia sessanta giorni di tempo per arrivare a un accordo finale, da ratificare con una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu. È un’intesa intermedia, fragile per costruzione, e Trump l’ha rivendicata come una vittoria totale, arrivando a negare la cifra dei trecento miliardi di dollari destinati alla ricostruzione iraniana come fake news, pur avendola lui stesso autorizzata.

IL NODO POLITICO Vendere come trionfo un accordo che prevede la revoca di tutte le sanzioni e il finanziamento della ricostruzione iraniana è difficile quando i propri alleati regionali, a partire da Israele, contestano apertamente l’intesa.

Il problema politico di Trump è semplice da enunciare. In patria, una parte significativa del suo stesso elettorato e dell’establishment di sicurezza nazionale considera ogni concessione a Teheran come un cedimento, tanto più dopo una campagna militare, l’operazione Furia Epica, presentata per mesi come la dimostrazione della superiorità americana. Vendere come trionfo un accordo che prevede la revoca di tutte le sanzioni, lo sblocco di decine di miliardi di asset iraniani e un piano di ricostruzione per Teheran richiede una narrazione difficile da sostenere quando la controparte irriducibile, a partire da Israele, segnala pubblicamente il proprio dissenso. Lo stesso ministro della difesa israeliano Israel Katz ha avvertito che Tel Aviv userà la forza contro l’Iran se Teheran dovesse muoversi contro Israele, mentre Netanyahu ha annunciato l’invio di una delegazione a Washington per esprimere le proprie riserve su qualunque accordo nucleare di lungo periodo con l’Iran. È difficile presentare come vittoria piena un’intesa che i propri alleati regionali continuano apertamente a contestare.

In questo quadro, la lettura più coerente degli eventi delle ultime ore è che l’incapacità di vendere Versailles come una vittoria politica spinga, paradossalmente, a favore della ripresa delle tensioni. Riaprire il fronte militare, anche in forma controllata e senza vittime americane, consente a Trump di mostrarsi ancora come il presidente che non arretra, di placare la fronda interna e israeliana, e soprattutto di guadagnare tempo. Se l’accordo finale dovrà arrivare entro sessanta giorni dalla firma di Versailles, una nuova fase di scontri limitati permette a Washington di rinviare la sostanza della trattativa, mantenendo aperta l’opzione di procrastinare la firma di un’intesa vincolante fino a dopo le elezioni di metà mandato di novembre, quando il calcolo politico interno sarà necessariamente diverso. Una pace già negoziata e già vantaggiosa per Teheran, nei suoi contenuti, sul piano della narrazione interna americana semplicemente non regge; un conflitto a bassa intensità, controllato e reversibile, regge meglio.

Va detto, per onestà di analisi, che anche Teheran ha le proprie ragioni per non considerare l’intesa intoccabile. L’inflazione iraniana è salita all’ottantotto virgola sei per cento su base annua dopo oltre tre mesi di conflitto, e la fazione più dura dell’establishment, a partire dalle parole del consigliere militare della guida suprema Mohsen Rezaei, accusa gli Stati Uniti di aver violato per primi il memorandum sostenendo le forze proxy nella regione. In una situazione di questo tipo, in cui entrambe le parti hanno interesse a mostrarsi reattive senza voler far saltare del tutto il tavolo, gli scambi di fuoco a bassa intensità diventano quasi un linguaggio negoziale parallelo, più che il preludio a una ripresa totale delle ostilità. Resta il fatto che il prossimo round di colloqui a inizio luglio si presenta sotto tutt’altri auspici rispetto alla cena di Versailles.

Il fronte ucraino: Sumy salvata al prezzo di Kharkov

Mentre l’attenzione mediatica si concentra sul Golfo Persico e sullo stretto di Hormuz, il fronte ucraino vive in questi giorni una delle fasi più critiche degli ultimi mesi, con un quadro che gli analisti militari più attenti, definiscono di vera e propria crisi di gestione delle forze da parte di Kiev.

Il dato più rilevante non riguarda un singolo settore, ma la logica complessiva con cui il comando ucraino sta distribuendo le proprie riserve. Per arginare l’avanzata russa nella regione di Sumy, Kyev ha dispiegato un numero impressionante di unità di elite: la centounesima brigata di difesa territoriale, la prima brigata meccanizzata pesante, la sessantottesima e la settantunesima brigata aeromobile, la ventisettesima brigata di artiglieria a razzo, oltre a reggimenti di ricognizione e tre formazioni di difesa antiaerea. Si tratta, in altre parole, delle riserve strategiche mobili più preziose dell’esercito ucraino, comprese le brigate aeromobili che costituiscono tradizionalmente la forza d’assalto d’elite di Kyev.

Il principio dei vasi comunicanti, però, non perdona. Spostare a Sumy proprio le unità che avrebbero dovuto presidiare altri settori ha lasciato scoperta la regione di Kharkov, dove infuria ora la battaglia per il controllo di Belyi Kolodiaz. I russi stanno sfruttando con metodo la mancanza di riserve ucraine in quel settore per minacciare le linee di comunicazione verso il Donbass, mentre nella regione di Dnipropetrovsk e Zaporizhzhia le forze russe hanno catturato l’insediamento di Novoskeliuvate e avanzano verso Pokrovsk, aprendo potenzialmente la strada verso il cuore del Donbass.

Sul piano aereo, la situazione per Kiev è ancora più drammatica. In sole ventiquattro ore, l’aviazione ucraina ha perso tre caccia MiG ventinove: due distrutti al suolo presso l’aerodromo di Voznesensk grazie a un attacco di precisione condotto con i nuovi droni russi Geran quattro Seeker, il terzo abbattuto nei cieli della regione di Poltava, con il pilota che è riuscito a eiettarsi. L’impiego dei Geran non più solo contro le infrastrutture energetiche fisse, ma come munizioni vaganti tattiche capaci di colpire velivoli parcheggiati sulle piste avanzate, segna un salto di qualità nella dottrina russa di negazione dello spazio aereo, e nega di fatto all’aviazione tattica ucraina la possibilità di operare da basi semi preparate.

I NUMERI DELLA CRISI LOGISTICA Centosessanta stazioni di servizio distrutte dall’inizio di aprile, nove in una sola giornata il ventisei giugno. È la dottrina dell’interdizione logistica operativa applicata in modo sistematico alle retrovie ucraine.

A questo si aggiunge la campagna russa contro le infrastrutture del carburante, che gli analisti definiscono ormai un’apocalisse energetica: nove stazioni di servizio rase al suolo in una sola giornata, per un totale che dall’inizio di aprile supera le centosessanta strutture distrutte. Non è terrorismo né semplice pressione psicologica, ma l’applicazione rigorosa della dottrina dell’interdizione logistica operativa: senza carburante, le brigate meccanizzate ucraine non possono lanciare contrattacchi locali, ritirarsi in modo ordinato o riorganizzare le proprie difese. Le regioni a est del fiume Dnepr si avvicinano, secondo le stime più caute, a un collasso totale delle forniture nell’arco di pochi mesi, con conseguenze che toccheranno tanto l’economia civile quanto la logistica militare.

Non meno significativo, sul piano della guerra aerea profonda, il dato sui tentativi ucraini di colpire il territorio russo: per la seconda notte consecutiva, oltre duecento droni lanciati da Kiev sono stati intercettati con zero risultati tangibili. Segno che la difesa aerea russa in profondità ha integrato con efficacia sistemi di guerra elettronica e pattugliamento continuo dei caccia intercettori, privando l’Ucraina dell’unica leva asimmetrica che le restava per incidere sul morale interno russo o sulla logistica del nemico.

Sullo sfondo di questo quadro, da tre giorni sono in corso colloqui ininterrotti fra Vladimir Putin e Aleksandr Lukashenko. Nessuna agenda è stata resa pubblica, ma la coincidenza temporale con il momento di massima fragilità ucraina, proprio mentre Kiev è costretta a concentrare le proprie elite aeromobili a Sumy lasciando sguarnito il confine meridionale bielorusso, autorizza l’ipotesi che Mosca e Minsk stiano valutando lo sfruttamento operativo di questa vulnerabilità, eventualmente attraverso un’azione diversiva che costringerebbe Kiev a fissare ulteriori riserve lungo un fronte che, fino a oggi, era rimasto sostanzialmente tranquillo.

Il quadro che ne emerge, sommando guerra aerea, interdizione logistica e gestione delle riserve, è quello di un esercito ucraino costretto a giocare costantemente in difesa, a tamponare una falla aprendone immediatamente un’altra. La Russia, dal proprio lato, conduce una campagna metodica che punta non tanto allo sfondamento spettacolare quanto alla paralisi sistemica delle capacità di manovra del nemico. È in questo contesto, e non in un vuoto accademico, che si inserisce l’intervento che ha scosso Bruxelles nelle stesse ore.

Jeffrey Sachs a Strasburgo: l’atto d’accusa contro trent’anni di politica estera americana

Il ventisette giugno, mentre sui campi di battaglia ucraini si consumava la crisi appena descritta, l’economista Jeffrey Sachs, direttore del Centro per lo sviluppo sostenibile della Columbia University, ha tenuto al Parlamento europeo uno degli interventi più duri mai pronunciati da una personalità americana di questo calibro contro la politica estera di Washington. Conoscitore non accademico ma diretto delle dinamiche del potere post sovietico, essendo stato consulente dei governi di Polonia, dell’Unione Sovietica sotto Gorbaciov, della Russia sotto Eltsin, dell’Ucraina sotto Kuchma e della Slovenia, Sachs ha rivendicato fin dalle prime parole che il proprio non è un esercizio ideologico, ma la testimonianza di trentasei anni di osservazione diretta.

Il filo conduttore del discorso è la denuncia di quella che Sachs chiama l’arroganza dell’unipolarismo americano. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica nel millenovecentonovantuno, sostiene Sachs, l’establishment di Washington, e cita esplicitamente Dick Cheney e Paul Wolfowitz, si è convinto di poter regolare il mondo ignorando deliberatamente le linee rosse e le legittime preoccupazioni di sicurezza degli altri attori internazionali.

PERCHÉ CONTA Il racconto della richiesta di aiuto a Gorbaciov derisa dal Consiglio di sicurezza nazionale americano smonta alla radice la narrazione di una fine pacifica e saggia della Guerra fredda: per Sachs fu il primo segnale di un’arroganza che avrebbe prodotto, nei decenni successivi, ogni conflitto rilevante fino all’Ucraina di oggi.

Un passaggio che Sachs ha definito particolarmente significativo è il racconto di come, nel millenovecentonovantuno, la richiesta di aiuto economico avanzata da Gorbaciov, che Sachs definisce senza mezzi termini il più grande statista dei tempi moderni, fu derisa dal Consiglio di sicurezza nazionale statunitense. È un passaggio importante perché smonta alla radice la narrazione secondo cui la fine pacifica della Guerra fredda sarebbe stata gestita con saggezza da Washington: per Sachs, fu invece il primo segnale di un’arroganza che avrebbe prodotto, nei decenni successivi, ogni conflitto rilevante degli ultimi quarant’anni, dalla Serbia del millenovecentonovantanove fino a Iraq, Libia e oggi Ucraina.

Un secondo passaggio che merita attenzione riguarda l’espansione della Nato, che Sachs smonta punto per punto definendola un progetto imperiale di trent’anni, non una risposta a richieste spontanee dell’est europeo, ma una scelta unilaterale americana formalizzata dall’amministrazione Clinton nel millenovecentonovantaquattro, in violazione diretta delle assicurazioni informali date a Gorbaciov secondo cui la Nato non si sarebbe mossa di un centimetro verso est. Citando Zbigniew Brzezinski e la sua opera sulla grande scacchiera eurasiatica, Sachs sostiene che per l’establishment americano l’Ucraina non sia mai stata un fine in sé, la libertà del popolo ucraino, ma un mezzo, un cuneo geografico utile a indebolire la Russia. Questo passaggio è cruciale perché sposta la responsabilità della tragedia ucraina dalla sola Mosca a una strategia di lungo periodo concepita a Washington, di cui Kyiv sarebbe stata, nella lettura di Sachs, lo strumento sacrificabile.

Il terzo momento di forte impatto del discorso riguarda Maidan. Sachs ha definito non spontanea la rivoluzione del duemilaquattordici, sostenendo che gli Stati Uniti la finanziarono e la diressero, e ha portato come prova quella che ha chiamato la pistola fumante: l’intercettazione telefonica fra la sottosegretaria di Stato Victoria Nuland e l’ambasciatore americano a Kiev Geoffrey Pyatt, nella quale i due discutevano apertamente di chi dovesse guidare il futuro governo ucraino. Sachs ha aggiunto, con un’osservazione che ha pesato sull’aula, che tutti i protagonisti di quell’interferenza, Nuland, Blinken e lo stesso Biden, hanno fatto carriera nei vertici dell’amministrazione americana.

PERCHÉ CONTA Sachs utilizza la continuità di queste figure ai vertici del potere americano per dimostrare l’assenza di qualunque autocritica nella politica di Washington verso l’Europa orientale: la stessa generazione che orchestrò Maidan, secondo la sua tesi, governa ancora oggi.

Il quarto passaggio, forse il più controverso e il più documentato, riguarda il sabotaggio della pace nella primavera del duemilaventidue. Sachs ha ricordato che a Istanbul, nel marzo di quell’anno, Ucraina e Russia avevano raggiunto una bozza di accordo basata sulla neutralità ucraina in cambio di garanzie di sicurezza internazionali, e che furono gli Stati Uniti a dire no, attraverso la visita a Kiev dell’allora primo ministro britannico Boris Johnson nell’aprile del duemilaventidue, il quale avrebbe detto a Zelensky di non firmare, assicurando il sostegno occidentale nella guerra e definendo il conflitto come una battaglia per l’egemonia occidentale, non per l’Ucraina.

PERCHÉ CONTA Questo passaggio sposta la responsabilità della prosecuzione del conflitto da una presunta intransigenza russa a una scelta politica precisa di Londra e Washington: secondo Sachs, l’obiettivo non era la pace, ma l’indebolimento strategico della Russia attraverso una guerra per procura.

Il messaggio conclusivo di Sachs, e quello probabilmente più destinato a lasciare il segno nei prossimi mesi, è l’appello all’Europa perché smetta di elemosinare un posto al tavolo americano e negozi direttamente con la Russia, separando nettamente le identità di Nato e Unione europea. Sachs ha proposto come modello la cosiddetta finlandizzazione, la neutralità armata praticata dalla Finlandia e dall’Austria durante la Guerra fredda, presentandola come l’unica via razionale per garantire sicurezza e prosperità a uno stato cuscinetto tra due superpotenze.

PERCHÉ CONTA È il passaggio più rilevante dell’intero intervento perché va oltre la ricostruzione storica e diventa programma politico per il presente: una via d’uscita che permetterebbe alle classi dirigenti europee di abbandonare un conflitto insostenibile senza presentarlo come una sconfitta, scaricando la responsabilità del fallimento su Washington e Londra.

Proprio per questo, il discorso di Sachs non può essere letto come un mero esercizio accademico. Pronunciato nello stesso momento in cui, come si è visto, l’esercito ucraino vive una crisi sistemica di gestione delle proprie forze, l’intervento assume il valore di un documento politico operativo: fornisce alle elite europee l’impalcatura intellettuale per accettare un negoziato con Mosca senza sentirsi sconfitte, e segnala, indirettamente, al Cremlino che una parte non marginale dell’establishment continentale è già pronta a discutere un nuovo assetto di sicurezza che non passi obbligatoriamente per Washington.

Resta naturalmente da chiedersi se la diagnosi di Sachs, per quanto lucida nell’individuare l’errore strategico dell’espansione atlantica, non sconti un eccesso di determinismo nel trattare i popoli dell’Europa orientale come pedine passive di un gioco fra grandi potenze, sottovalutando il peso del trauma storico che alimenta, indipendentemente da qualunque pressione americana, l’ostilità di Varsavia, dei baltici e di Kiev verso Mosca. È una domanda che lo stesso impianto teorico di Sachs lascia aperta, ma che non sminuisce la portata dell’atto d’accusa che Strasburgo ha ascoltato lo scorso ventisette giugno.

Tre vicende, tre scale temporali diverse, un’unica lettura di fondo. Il fragile compromesso di Versailles dimostra quanto sia più facile, per Washington, gestire un conflitto a intensità controllata che vendere alla propria opinione pubblica una pace che assomiglia, nei contenuti, a una concessione. Il fronte ucraino certifica che la guerra per procura voluta da Washington e Londra, denunciata da Sachs come scelta politica e non come fatalità, sta producendo oggi i suoi frutti più amari per Kiev, costretta a logorare le proprie riserve migliori per tamponare falle che si riaprono altrove. E l’intervento di Sachs a Strasburgo, da ultimo, certifica che anche dentro l’establishment occidentale cresce la consapevolezza che questa guerra, semplicemente, non si può più vincere, e che prima o poi qualcuno dovrà avere il coraggio di dirlo.