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30 Marzo 2026

I FALSI ANARCHICI CHE RECLUTANO PER KIEV

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Di Benedetta Piola Caselli

Forse questo articolo dovrebbe cominciare così : “Chiunque nel territorio dello Stato e senza approvazione del Governo arruola o arma cittadini, perché militino al servizio o a favore dello straniero, è punito con la reclusione da 4 a 15 anni” (art. 288 c.p.).

Oppure potrebbe cominciare così : “uno spettro sia aggira per l’Europa, ma non è quello del comunismo. E’ piuttosto l’uso sapiente si una confusione cognitiva – arma di guerra ibrida – e cioè l’uso di una etichetta politica come copertura di azioni che nulla hanno a che vedere con il pensiero che dovrebbe fondarle”.

Per capire che cosa sta succedendo, intendo partire proprio da questa aporia. 

Il pensiero anarchico, quello che va da Bakunin a Kropotkin, è sempre stato caratterizzato dalla critica radicale allo Stato, alle gerarchie militari e al monopolio della violenza legittima, perché ritenuti strumenti fondamentali di riproduzione del potere politico. Oggi non è più così : gli “anarchici” hanno costituito una rete di solidarietà internazionale per fornire a Kiev aiuti logistici e militari, oltre che forze combattenti. 

L’aiuto fornito ad uno Stato e a forze militari ufficiali, viene ovviamente coperto con la retorica dell’antiimperialismo, della “resistenza popolare”, e dell’internazionalismo, ma la questione resta chiara : o è cambiata la teoria anarchica, o questi non sono gli anarchici. 

Faccio un riassunto per chi non ha seguito la questione.

Nel 2022, immediatamente dopo l’inizio del conflitto, l’Ucraina lancia una campagna di reclutamento di “volontari” internazionali. Questa campagna ha successo. Fra le persone che accorrono, alcuni sono volontari reali, mentre altri sono banalmente mercenari o soldati in “congedo”, provvisorio o definitivo, da forze armate nazionali, che combattono dietro stipendio. Nei primi giorni di marzo 2022 avevo ricostruito la rete ed ero riuscita ad intervistare lungamente l’agente reclutatore, cioè quello che accompagnava i volontari, già selezionati e arrivati in Ucraina, al primo posto di selezione, dove effettivamente ne erano verificate le capacità e le attitudini militari prima dell’inserimento nei corpi combattenti o logistici; avevo anche intervistato sia un mercenario che alcuni volontari “veri”, poi respinti al secondo controllo perché troppo mingherlini e timidi. La campagna di reclutamento internazionale si svolgeva allora solo tramite web, nel senso che la possibilità era aperta a tutti ma il primo contatto veniva allora dall’iniziativa dell’aspirante volontario e non da una ricerca attiva da parte ucraina cosa che, secondo giurisprudenza, rendeva il comportamento di eventuali facilitatori come non costituente reato.

Adesso la situazione è cambiata : l’Ucraina, attraverso una rete internazionale, promuove il reclutamento direttamente negli Stati stranieri.

La rete è quella dei Solidarity Collectives sulla cui storia vale la pena di soffermarsi : sia perché è un po’ strana, sia perché è un buon esempio di quello che sta succedendo a livello globale : la comparsa di reti civili transnazionali che operano simultaneamente come supporto a conflitti geopolitici sotto bandiera umanitaria.

Detto in altre parole, i Solidarietà Collectives sono un attore ibrido che non coincide né con una ONG umanitaria classica, né con un movimento politico tradizionale, né con una struttura militare in senso proprio. 

Per capire meglio di cosa si tratta, possiamo mettere a fuoco quattro elementi che, secondo me, sono ricorrenti in operazioni di questa tipologia : a) una struttura giuridica minima, b) una capacità operativa significativa, c) una rete internazionale di sostegno e d) una strategia pubblica di legittimazione.

Sul piano formale, Solidarity Collectives esiste come soggetto giuridico registrato in Ucraina. Nei registri delle persone giuridiche compare come ГО “КОЛЕКТИВИ СОЛІДАРНОСТІ”, codice EDRPOU 45226640, registrata il 15 agosto 2023 a Kyiv come organizzazione non profit. Questo dato è importante per due ragioni. La prima è che siamo di fronte non a un semplice collettivo informale, ma a un ente con un’esistenza giuridica definita. 

La seconda è che i registri individuano una figura formalmente responsabile: Kseniia Oleksandrivna Beziazychna, indicata come head of organisation, authorized signatory, responsabile del reporting e soggetto che compare nella struttura proprietaria dell’ente. Questo significa che, qualunque sia la retorica orizzontale del collettivo, esiste un punto di imputazione legale preciso.

Proprio il profilo di Kseniia Beziazychna costituisce però una delle prime anomalie del caso. Le informazioni pubbliche su di lei sono limitate : non emerge una lunga storia di leadership politica internazionale, né una notorietà pubblica paragonabile al peso dell’organizzazione che formalmente rappresenta. 

Le fonti aperte russe ucraine la descrivono come originaria di Kharkiv, attiva in iniziative contro razzismo e discriminazione, impegnata in attività femministe e promotrice di un feminist video-blog. Una presentazione pubblica di Kampnagel la definisce però anche military coordinator di Solidarity Collectives : il suo ruolo consisterebbe nel raccogliere richieste da unità combattenti, organizzare fundraising, acquistare equipaggiamento e coordinare le consegne. A ciò si aggiunge la presenza di una sua attività individuale registrata come FOP nel settore IT/data processing. 

Insomma : una femminista poco conosciuta e che di mestiere farebbe video, ma abbastanza esperta da comprare attrezzatura militare e occuparsi di reclutamento – veramente uno strano mix.

Vorrei sottolineare che in operazioni simili per alcuni aspetti organizzativi, quali la Global March To Gaza e la Sumud Flottiglia si è riproposto lo stesso schema : una figura “responsabile” con una storia di esposizione personale minima ma con capacità logistiche apparentemente elevate. Nel caso delle due operazioni citate, i “responsabili” nazionali erano peraltro inadatti alla gestione logistica concreta e quindi affiancati e diretti da altre figure, i cui contorni erano però più evanescenti.

Questa discrepanza fra esposizione-storia personale/impatto logistico diventa ancora più rilevante se la si confronta con le attività che Solidarity Collectives dichiara di svolgere. Dai loro report pubblici emerge infatti un’operatività che va ben oltre l’assistenza umanitaria in senso classico. Nei materiali 2024-2025 compaiono dati come la produzione o consegna di circa 247 droni FPV, l’acquisto di un UAV Sich, di un laser designator Steiner DBAL-A3, di antenne Avenger, di veicoli, generatori, power stations, oltre all’importazione di sette veicoli tramite la ONG. Sono dati che, presi nel loro insieme, descrivono una struttura capace di procurement, logistica, raccolta fondi internazionale e coordinamento tecnico. Chi, fra i lettori, ha lavorato nelle ONG avrà immediatamente alzato le antenne : non solo la capacità organizzativa è imponente e va ben oltre quello che può fare normalmente una piccola struttura, ma è la stessa natura dell’intervento umanitario che viene stravolta. La cooperazione tradizionale distribuisce medicinali, cibo, vestiti, assistenza; qui invece il profilo è apertamente ibrido : solidarietà, sì, in parte, ma insieme logistico-militare e tecnologico cosa che una Organizzazione Non Governativa (ONG) non fa mai.

È precisamente in questa ibridazione che si colloca la natura più interessante del fenomeno. Solidarity Collectives non nasconde infatti di sostenere combattenti “anti-autoritari” inseriti nelle forze di difesa ucraine. 

Come fare per arruolarsi? Sul loro sito compare una piattaforma descritta come “single point of entry” per chi desidera unirsi a unità in cui operano : anarchici, femministe, queer comrades e altri militanti affini. Se state già ridendo immaginando soldati in grigioverde ma con piume arcobaleno sull’elemetto, cercate di focalizzare un punto, che non è questo quadro da serie Netflix mail riuscita, ma questo : stanno facendo networking transnazionale orientato all’ingresso di volontari in forze combattenti straniere. Il particolare folkloristico di gay, femministe eccetera serve solo come vernice ideologica per convincere chi vorrebbe combattere ma sarebbe trattenuto dall’ideologia, che il suo supporto serve a un’ideale politicamente accettabile e che si sta inserendo in un gruppo di sinistra e non nell’uncinato battaglione Azov – dove presumibilmente gli anarchici non verrebbero ben visti dai lettori di Kant. 

Anche il finanziamento e la rete di sostegno confermano questo carattere transnazionale. Solidarity Collectives raccoglie denaro tramite PayPal, crypto wallets, Monobank, carte bancarie, Apple Pay e Google Pay, cioè mediante una infrastruttura finanziaria agile e diffusa. Nei report e nei materiali pubblici compaiono partner come ABC Dresden, ABC Galicia, ABC Kyiv, Yellow Peril Tactical, Solidrones e Resistance Support Club. È documentata anche almeno una donazione di 20.000 UAH da parte di Vitalii Dudin, figura del Social Movement Ukraine. 

Non si trova, allo stato, una mappa completa dei finanziatori; ma mi pare che ci siano abbastanza elementi per affermare che il collettivo non si regga solo su un semplice circuito locale di autofinanziamento.

C’è di più. 

L’organizzazione ha un ruolo attivo nel consenso pro-ucraino, attraverso azioni di sensibilizzazione attiva, come il tour europeo 2026 del documentario Anti-authoritarians at war, che prevede anche 5 tappe italiane che comprendono Torino, Bari, Padova, Bologna e Milano, sotto la cornice di Antiauthoritarian Alliance. 

Il dato più interessante qui è che il tour non serve soltanto a raccogliere fondi: serve a rendere intelligibile, accettabile e politicamente legittimo questo nuovo tipo di attore ibrido. In altri termini, il documentario, gli incontri pubblici e i dibattiti non sono solo un mezzo per fare advocacy, ma parte dell’infrastruttura politica -militare del progetto.

Ma da chi è composta la rete che sostiene i Solidariety Collectives?

Il nodo politico più visibile è Sinistra per l’Ucraina, che promuove le tappe e si colloca dentro la rete ENSU (European Network in Solidarity with Ukraine). Il nodo italiano più interessante è però la partecipazione di alcuni militanti storici del centro sociale Askatasuna di Torino, da poco sgomberato. Ad esempio il sue ex portavoce Davide Grasso, già combattente volontario nelle YPG in Siria, sarà presente e terrà un intervento alla tappa torinese del tour. L’iniziativa è ospitata da altri spazi dell’area antagonista : Cecchi Point a Torino, Bread&Roses a Bari, Women’s Centre e Fondo Comini a Bologna e sponsorizzata da Radio Blackout, che nel 2022 aveva già dato spazio a Operation Solidarity, e Gancio, dove nel 2024 compariva un evento benefit collegato a Solidarity Collectives. Nessuno di questi elementi prova da solo un coordinamento centrale; insieme, però, mostrano una rete di compatibilità politica e relazionale già attiva da anni.

Vorrei sottolineare l’importanza del tour in quanto salto di livello rispetto alle iniziative di raccolta fondi precedenti. Se l’obiettivo fosse stato semplicemente economico, il fundraising digitale sarebbe stato sufficiente. La scelta di investire in un tour europeo fisico, in documentari, incontri, mediazione culturale e presenza in spazi della sinistra radicale indica che la funzione politica è almeno pari, se non superiore, a quella finanziaria e questo perché cos’ si costruisce una comunità di senso, non solo una raccolta fondi. La strategia politica mi sembra evidente : trasformare una struttura potenzialmente percepita come contraddittoria – gli anarchici che sostengono droni, attrezzature e combattenti dentro un esercito statale – in una forma moralmente leggibile di “solidarietà anti-autoritaria”. Questo si può fare solo con il contatto umano.

Ma perché questo tipo di iniziative ibride trova spazio ora?

Probabilmente per una convergenza di fattori. Il primo è il ritorno della guerra convenzionale nel continente: dopo decenni in cui il conflitto armato sembrava lontano o periferico, con la questione ucraina la guerra è tornata dentro l’immaginario e il campo politico europeo. Il secondo è la crisi del pacifismo tradizionale nella sinistra radicale : l’operazione russa ha spezzato il consenso interno e riattivato lo schema mentale della  difesa armata anti-imperiale, come dimostra bene il caso di Erri de Luca. Il terzo è l’eredità delle esperienze dei foreign fighters europei in Siria e nel Rojava, che hanno prodotto reti personali, know-how logistico e modelli narrativi oggi riutilizzati. Infine, gli esperti del settore notano l’importanza dell’impatto delle tecnologie civili a uso duale, cioè i droni commerciali, le piattaforme di crowdfunding, la logistica agile, che permettono anche al privato di intervenire e fornire un supporto che, un tempo, poteva permettersi solo lo Stato.

Quello che sta succedendo ora è quindi particolarmente importante. Al netto dei militanti in buona fede – che sono sempre la maggioranza in questo tipo di iniziative – lo schema che appare non è niente affatto neutrale o causale : infatti, emerge una nuova forma organizzativa transnazionale che sembra “civile” nella sua veste giuridica (è una ONG) e meramente politica negli scopi, ma ha invece un impatto reale logistico-militare.

Bisogna quindi fare attenzione a non farsi confondere dalle parole e dalle etichette.

La vera importanza del caso Solidarity Collectives, non sta nelle sue singole iniziative, né nei nomi che compaiono attorno alla rete. Sta nel fatto che rende visibile una trasformazione più ampia, cioè l’uso di strumenti di guerra ibrida da parte di gruppi politici che forse non li capiscono neanche.