Mettiti in comunicazione con noi

15 Febbraio 2026

L’omicidio irrisolto del maresciallo Marco Mandolini tra missioni segrete, Somalia e misteri di Stato

Massacrato nel 1995 sulle scogliere di Livorno, decorato per missioni ONU e legato ai dossier più oscuri della Somalia. A trent’anni dall’omicidio, il caso Mandolini resta un cold case che interroga esercito, servizi e istituzioni.

Pubblicato

su

Credit foto https://www.congedatifolgore.com/it/rassegna-stampa-nuova-pista-sul-caso-dellomicidio-dellincursore-marco-mandolini/

Di Pierdomenico Corte Ruggiero

Oltre quaranta coltellate, il cranio spaccato da un masso, nessun colpevole. La morte del maresciallo paracadutista Marco Mandolini si colloca in un intreccio di operazioni militari, intelligence internazionale e presunti depistaggi. Un delitto che forse non fu casuale.

Una mattina di sangue sulle scogliere

Il corpo viene trovato all’alba del 13 giugno 1995, incastrato tra gli scogli del Romito, lungo la costa livornese. Il mare è calmo, il luogo isolato. Marco Mandolini, 35 anni, maresciallo paracadutista dell’Esercito italiano, è morto in modo feroce: oltre quaranta coltellate, poi il colpo finale, inferto con un masso di circa 25 chili che gli fracassa il cranio.

Non è un delitto d’impeto. È un’esecuzione.

E soprattutto è un omicidio che, sin dalle prime ore, non convince.

Mandolini non è un civile qualunque. È un militare addestrato, incursore, abituato a operare in contesti ostili. La scena del crimine restituisce invece l’immagine di una vittima sopraffatta con accanimento, come se l’obiettivo non fosse solo uccidere, ma cancellare.

Nato a Castelfidardo, Mandolini è un sottufficiale incursore del Col Moschin, con esperienze operative di alto livello. Ha partecipato a missioni internazionali, distinguendosi fino a ottenere una medaglia d’oro ONU.

Nel 1993 è in Somalia, durante la missione IBIS, una delle operazioni più controverse della presenza militare italiana all’estero. In quel contesto ricopre un ruolo delicatissimo: capo scorta del generale Bruno Loi, comandante del contingente italiano.

Una posizione che significa accesso diretto a informazioni sensibili, spostamenti, rapporti con alleati e apparati di intelligence. Informazioni che, a distanza di anni, continuano a emergere come potenzialmente esplosive.

Le prime indagini parlano di una rapina finita male. Il portafoglio viene ritrovato a poca distanza dal corpo, ma i documenti sono lasciati sul posto. Un dettaglio anomalo. Ancora più anomalo è pensare che un incursore addestrato possa essere stato aggredito e ucciso senza riuscire a difendersi o a fuggire.

Inoltre solo persone con il medesimo addestramento di Mandolini lo avrebbero affrontato in un corpo a corpo. Per uccidere Mandolini potevano usare armi da fuoco più sicure e invece viene scelto il coltello. Perché? Per evitare di attirare l’attenzione considerato che forse Mandolini non viene ucciso dove viene trovato il corpo . Quasi sicuramente Mandolini conosceva i suoi assassini, che poi lo sorprende alle spalle.

Mandolini si sarà sicuramente difeso, colpendo le persone che lo hanno aggredito. Che potrebbero aver avuto bisogno di cure mediche, portando per giorni i segni dello scontro.

Anche l’abbigliamento solleva interrogativi: Mandolini indossa scarpe e calzini incompatibili con una passeggiata sugli scogli o con un bagno. Per molti investigatori e osservatori, non è lì per scelta. Qualcuno lo ha portato lì.

La pista della rapina perde rapidamente consistenza. Ma non viene sostituita da una verità alternativa.

Negli anni successivi, il nome di Mandolini viene accostato a un altro caso irrisolto: l’uccisione del maresciallo Vincenzo Li Causi https://ilsud-est.it/attualita/inchiesta/2026/02/09/la-morte-di-vincenzo-li-causi-lombra-di-gladio-e-la-coincidenza-di-via-fani/, avvenuta in Somalia nel 1993. Anche quella morte è circondata da silenzi, versioni contrastanti, documenti mai chiariti del tutto. Come la strana morte di Mario Ferraro, funzionario del Sismi https://www.colarieti.it/storie-maledette-il-caso-ferraro/ .

Secondo alcune ricostruzioni investigative, Mandolini avrebbe conosciuto dettagli riservati proprio sulla morte di Li Causi e su ciò che ruotava attorno alle missioni italiane in Somalia: traffici illeciti, operazioni non ufficiali, rapporti opachi tra militari, servizi segreti e attori internazionali.

Mandolini sarebbe stato eliminato perché sapeva troppo.

Il fascicolo giudiziario viene riaperto più volte. Nel 2007, nuove tecniche forensi consentono di isolare tracce di DNA sulla scena del crimine. Si parla di una possibile pista privata, di contrasti personali, persino di moventi economici.

Ma nessuna ipotesi regge fino in fondo.

Nessun indagato viene rinviato a giudizio.

Nessuna verità processuale viene scritta.

Nel 2021, dopo l’opposizione della famiglia all’ennesima archiviazione, il Gip di Livorno dispone nuovi accertamenti. Il caso resta formalmente aperto. Di fatto, fermo.

Attorno alla morte di Mandolini ruotano, da anni, riferimenti a contesti più ampi: apparati deviati, strutture clandestine, l’eco della Falange Armata, sigla emersa in numerose vicende oscure degli anni Novanta.

Sono piste difficili da dimostrare, spesso basate su testimonianze indirette, documenti incompleti, coincidenze temporali. Ma il contesto storico pesa: l’Italia di quegli anni è attraversata da stragi, dossier segreti, guerre non dichiarate e missioni “umanitarie” dai contorni opachi.

In questo scenario, l’omicidio di un maresciallo con esperienza in Somalia non appare più come un fatto isolato.

A Castelfidardo, Marco Mandolini non è stato dimenticato. Vie, piazze, iniziative pubbliche portano il suo nome. Non come celebrazione retorica, ma come richiesta di giustizia.

La famiglia continua a chiedere che tutte le piste vengano esplorate, senza zone franche, senza segreti militari invocati come scudo. Perché, a trent’anni di distanza, la domanda resta intatta:

chi ha ucciso Marco Mandolini, e perché?

L’omicidio Mandolini non è solo una vicenda di cronaca nera. È un banco di prova per la trasparenza delle istituzioni, per il rapporto tra verità giudiziaria e ragion di Stato, per la capacità del Paese di fare i conti con le proprie zone d’ombra.

Finché resterà senza risposta, non sarà solo la storia di un maresciallo ucciso.

Sarà la storia di una verità che qualcuno, forse, ha scelto di seppellire.

RIPRODUZIONE RISERVATA ©