23 Febbraio 2026
Il Mondo cambia: Dazi, File Epstein e le Istituzioni che si Difendono
Le istituzioni occidentali alla prova del nove. L’arresto del Principe Andrea nel Regno Unito per lo scandalo Epstein e la bocciatura dei dazi di Trump da parte della Corte Suprema USA. Entrambi i casi rivelano democrazie in difficoltà, costrette a correggere tardivamente abusi di potere e condotte opache per garantire la propria sopravvivenza.

Aree di crisi nel mondo n. 277 del 22-2-26
di Stefano Orsi
Dalla caduta del Principe Andrea allo shock tariffario, due crisi apparentemente distanti raccontano la stessa difficoltà: quella delle istituzioni tradizionali nel fare i conti con i propri errori.
Un momento di resa dei conti
C’è qualcosa di emblematico nel fatto che due delle notizie più dirompenti di questa settimana vengano da Londra e da Washington. Non le lega una regia comune, né una strategia coordinata. Le lega qualcosa di più profondo: la fatica con cui le grandi istituzioni dell’Occidente — la monarchia britannica, la Corte Suprema americana — si trovano a dover correggere gli eccessi dei propri membri e dei propri governi. A volte lo fanno tardi. A volte con riluttanza. Ma questa settimana, in modi molto diversi, lo hanno fatto.
La caduta del Principe: La Monarchia sceglie di sopravvivere
Il 19 febbraio 2026 entrerà negli annali della monarchia britannica. Andrew Mountbatten-Windsor — già Principe Andrea, già terzo figlio della Regina Elisabetta, già ambasciatore del commercio per il governo di Sua Maestà — è stato arrestato dalla polizia nel giorno del suo 66° compleanno. Per trovare un precedente comparabile bisogna risalire a Carlo I, quasi quattro secoli fa.
Ma ridurre l’evento alla sua eccezionalità storica sarebbe un errore.
L’arresto è il punto d’arrivo di un declino lungo e accuratamente gestito, che la Casa Reale ha affrontato con una freddezza che, a leggerla bene, assomiglia più a lucidità istituzionale che a cinismo.
Re Carlo III, sostenuto dall’erede William, ha scelto di recidere ogni legame con Andrea ben prima che le manette scattassero: la rimozione dei titoli nell’ottobre 2025, lo sfratto dal Royal Lodge verso la più periferica Wood Farm, e infine il silenzio dopo l’arresto — una nota glaciale, «La legge deve fare il suo corso», priva di qualsiasi difesa d’ufficio.
Una monarchia che sacrifica uno dei suoi per non affondare con lui.
Una scelta amara, ma consapevole.
Le accuse formali vanno ben oltre il noto intreccio con Jeffrey Epstein.
Il fulcro dell’incriminazione è la misconduct in public office — la cattiva condotta nell’esercizio di funzioni pubbliche, reato che in Gran Bretagna può teoricamente comportare l’ergastolo. Secondo i documenti emersi dagli Epstein Files — milioni di pagine declassificate dal Dipartimento di Giustizia americano tra gennaio e febbraio 2026 — Andrea avrebbe sfruttato sistematicamente il suo ruolo di Rappresentante Speciale del Regno Unito per il Commercio Internazionale (carica ricoperta dal 2001 al 2011) per alimentare la rete di interessi privati di Epstein.
Rapporti riservati su missioni commerciali in Asia, informazioni su investimenti in risorse critiche in Afghanistan ottenute tramite canali diplomatici britannici: il confine tra dovere pubblico e consulenza privata illecita, stando agli inquirenti, era scomparso da tempo.
L’effetto politico è immediato: oltre l’80% dei britannici chiede la rimozione di Andrea dalla linea di successione al trono — dove occupa ancora l’ottava posizione — e il Parlamento sta già discutendo una legge specifica.
La parabola del principe non è solo una storia personale di errori e cadute: è il riflesso di un’istituzione che ha deciso, dolorosamente, di cambiare pelle.
La Corte contro Trump: Quando l’abuso di potere trova un limite
A Washington, intanto, si consumava un’altra resa dei conti.
Con una decisione di sei voti contro tre, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dichiarato incostituzionali i dazi globali imposti da Donald Trump, stabilendo che il presidente aveva abusato dei propri poteri d’emergenza per scavalcare il Congresso.
Il nodo giuridico riguarda l’International Emergency Economic Powers Act del 1977, che Trump aveva invocato per giustificare tariffe punitive su scala mondiale come necessità di sicurezza nazionale.
Il giudice capo John Roberts, scrivendo per una maggioranza trasversale che ha incluso i conservatori Gorsuch e Barrett — entrambi nominati dallo stesso Trump — ha respinto questa interpretazione senza margini di ambiguità: la parola «regolare» contenuta nella legge del 1977 non può essere dilatata fino a conferire all’esecutivo il potere unilaterale di imporre tasse sulle importazioni. Il potere fiscale appartiene al Congresso. Sempre.
La dottrina delle «questioni maggiori» — principio secondo cui decisioni di tale portata economica richiedono un’autorizzazione legislativa esplicita — ha fatto il resto. È una sconfitta che pesa, e non solo sul piano simbolico.
Le conseguenze materiali sono considerevoli: circa 200 miliardi di dollari in dazi già versati dalle aziende potrebbero dover essere rimborsati, con un impatto pesante sui conti federali.
I mercati hanno reagito positivamente alla riduzione dell’incertezza, ma l’instabilità politica resta alta.
https://www.washingtonpost.com/politics/2026/02/22/trump-disapproval-post-poll
I sondaggi mostrano un’erosione del consenso di Trump anche tra gli elettori moderati, stanchi dei rincari causati dai dazi e dell’interminabile conflitto con le istituzioni.
Trump ha risposto come da copione: ha definito la sentenza una «vergogna nazionale» e un «atto di slealtà» da parte dei suoi stessi giudici, annunciando nel giro di ore un nuovo dazio del 10% — poi portato al 15% — basato sulla Sezione 122, nel tentativo di aggirare il blocco della Corte.
Gli analisti si aspettano nuovi ricorsi in tempi brevi. Lo scontro istituzionale è appena cominciato.
L’economista Jeffrey Sachs, intervenuto su CNBC TV18, ha colto nella sentenza un’opportunità che va oltre il diritto interno, esortando i partner commerciali degli Stati Uniti — a partire dall’India — a rimettere in discussione gli accordi raggiunti sotto la pressione tariffaria di Washington. La tesi è semplice: quegli accordi erano stati strappati con minacce prive di fondamento legale, e la sentenza lo dimostra.
Due crisi, una disfunzione
Sarebbe sbagliato cercare una regia unica dietro queste due vicende. L’arresto di Andrea è una storia britannica, radicata in decenni di comportamenti opachi e nella scelta tardiva — e amara — di una monarchia costretta a fare pulizia di casa per non esserne travolta. La bocciatura dei dazi è una storia americana, che parla di un esecutivo che ha forzato i propri limiti costituzionali fino a provocare una risposta diretta da parte del potere giudiziario.
Eppure, lette insieme, le due crisi offrono un’immagine tutt’altro che rassicurante delle democrazie occidentali. Non si tratta di sistemi che producono virtuosi anticorpi: si tratta di governi che, attraverso scelte miopi o apertamente abusive, generano conflitti interni alle proprie stesse istituzioni. Una monarchia che deve arrestare un principe per colpe maturate nell’ombra per vent’anni. Una Corte Suprema costretta a frenare il proprio presidente su materie che il Congresso avrebbe dovuto presidiare da subito. In entrambi i casi, la correzione arriva tardi, costa cara, e lascia dietro di sé fratture difficili da ricucire.
Non è un quadro di solidità istituzionale: è il ritratto di sistemi che reagiscono agli eccessi solo quando non possono più ignorarli. La differenza tra un sistema che funziona e uno che sopravvive ai propri errori è sottile, ma in questa settimana è apparsa con una chiarezza scomoda.
La prossima mossa spetta al Congresso americano, alla magistratura britannica, e a tutti quei partner internazionali che dovranno decidere cosa fare dell’eredità di questi mesi.
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