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17 Maggio 2026

Perù tra il fantasma della dittatura e la speranza popolare

Sánchez e Fujimori al ballottaggio per il futuro del Perù

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Di Marlene Madalena Pozzan Foschiera

Dopo oltre un mese di scrutinio e tensione politica, il Perù ha finalmente definito i due candidati che andranno al secondo turno presidenziale: il candidato di sinistra Roberto Sánchez e l’esponente dell’ultradestra Keiko Fujimori, figlia dell’ex dittatore Alberto Fujimori.

Il Perù occupa un ruolo strategico in America Latina, sia per le sue immense ricchezze minerarie sia per rappresentare una delle società più diseguali e politicamente instabili del continente. Più che una semplice elezione, ciò che è in gioco nel paese è il futuro politico di una nazione immersa da anni nell’instabilità, nelle disuguaglianze sociali e nei profondi conflitti tra élite economiche e settori popolari.

Un paese che cambia presidenti continuamente

Negli ultimi dieci anni il Perù ha vissuto una successione quasi permanente di crisi presidenziali. Presidenti destituiti, dimissionari, sottoposti a impeachment o finiti in carcere.

La crisi ha raggiunto il suo punto più drammatico con Pedro Castillo, maestro rurale e sindacalista eletto presidente nel 2021 con un forte sostegno popolare proveniente dalle regioni povere, indigene e contadine del paese.

Castillo rappresentava qualcosa di raro nella storia peruviana: l’arrivo delle classi popolari al centro del potere politico nazionale.

Il suo governo, però, ha affrontato il sabotaggio permanente del Congresso conservatore, la pressione imprenditoriale e gli attacchi costanti dei grandi media. Nel 2022, dopo una grave crisi istituzionale, Castillo è stato destituito e arrestato. I suoi sostenitori denunciano ancora oggi un processo di persecuzione politica per impedire cambiamenti sociali più profondi nel paese.

Dopo la sua caduta, il Perù è stato attraversato da grandi proteste popolari, represse violentemente dallo Stato. Decine di persone sono morte, soprattutto nelle regioni andine e indigene. Queste ferite restano ancora aperte.

È proprio da questo campo politico popolare che emerge oggi Roberto Sánchez.

Chi è Roberto Sánchez

Roberto Sánchez è deputato, ex ministro e membro della coalizione progressista Juntos por el Perú. Politicamente vicino al settore che sosteneva Pedro Castillo, Sánchez difende una nuova Costituzione, una maggiore presenza dello Stato nell’economia e riforme sociali rivolte alle popolazioni storicamente escluse.

La sua candidatura è cresciuta soprattutto tra lavoratori rurali, popolazioni indigene e settori poveri dell’interno del paese.

Allo stesso tempo, la sua ascesa ha provocato una forte reazione della destra peruviana e dei mercati finanziari. Nelle ultime settimane sono riemersi vecchi procedimenti e accuse contro Sánchez, tra denunce di tentativi di esclusione politica ancor prima del secondo turno.

Keiko Fujimori e l’ombra della dittatura

Dall’altra parte c’è Keiko Fujimori, principale figura dell’ultradestra peruviana e figlia di Alberto Fujimori, presidente che governò il Perù negli anni Novanta in modo autoritario.

Il governo Fujimori è stato segnato dalla chiusura del Congresso, persecuzioni politiche, corruzione e gravi violazioni dei diritti umani. Nonostante ciò, una parte della società peruviana continua a sostenere il fujimorismo, soprattutto i settori conservatori legati all’imprenditoria e al discorso dell’“ordine” e della repressione.

Keiko ha già partecipato a diverse elezioni presidenziali e tenta ancora una volta di tornare al potere.

Un’elezione osservata dal mondo

Il primo turno ha visto circa 35 candidati presidenziali, fotografia dell’enorme frammentazione politica del paese.

Ma ciò che accade in Perù interessa ben oltre i suoi confini.

L’elezione si svolge nel contesto del rafforzamento internazionale dell’estrema destra e del ritorno aggressivo di Donald Trump nello scenario geopolitico. Storicamente, gli Stati Uniti hanno sempre trattato l’America Latina come un’area di influenza strategica — il vecchio “cortile di casa” di Washington — sostenendo colpi di Stato, interventi politici e pressioni economiche contro governi considerati scomodi agli interessi statunitensi.

Oggi molti analisti latinoamericani osservano un nuovo tentativo di riorganizzazione conservatrice nel continente. Il Perù diventa un tassello importante di questo scenario, proprio mentre Brasile e Colombia si avvicinano anch’essi a elezioni decisive e polarizzate.

Al centro di questa disputa c’è il confronto tra progetti popolari, progressisti o nazional-sovrani e le forze della destra ultraconservatrice articolate a livello internazionale, molte delle quali allineate al trumpismo.

Non a caso cresce in diversi paesi della regione la percezione che le elezioni latinoamericane abbiano smesso di essere soltanto dispute nazionali. Sono diventate parte di una battaglia politica, economica e ideologica globale.

Il secondo turno peruviano forse non definirà da solo il futuro dell’America Latina. Ma mostrerà certamente quale progetto di continente sta guadagnando forza in questo momento storico.