16 Febbraio 2026
L’Argentina di Milei, un ritorno di 50 anni: il Senato apre alla giornata lavorativa di 12 ore mentre il mondo riduce l’orario
Mentre il Brasile discute la settimana lavorativa di quattro giorni e parte dell’Europa avanza verso la riduzione dell’orario, l’Argentina imbocca la direzione opposta, smantellando diritti storici del movimento operaio.

Di Marlene Madalena Pozzan Foschiera
Nella notte del 12 febbraio, in un clima di forte repressione nelle strade, il Senato argentino ha approvato in votazione generale la riforma del lavoro promossa dal governo di Javier Milei, con 42 voti favorevoli e 30 contrari. Il testo passa ora alla Camera dei Deputati, che dovrà confermarlo prima dell’entrata in vigore definitiva.
Fuori dal Congresso, la scena è stata segnata da lacrimogeni, idranti e manganelli contro i manifestanti — tra cui molti pensionati, che da settimane protestano contro le politiche di austerità. Sono stati segnalati feriti e fermati, oltre a denunce di aggressioni nei confronti di giornalisti.
La repressione non appare come un episodio isolato: accompagna l’attuazione del programma economico del governo. Il messaggio politico è chiaro: l’aggiustamento sarà applicato anche contro la resistenza sociale. E questo rivela un tratto centrale dell’attuale esecutivo: la sostituzione del dialogo sociale con l’imposizione. Quando il conflitto non viene più mediato ma represso, la politica lascia spazio alla forza.
Una riforma che precarizza la vita
Secondo la Confederación General del Trabajo (CGT), la principale centrale sindacale del paese, e numerose organizzazioni dei lavoratori, le modifiche alterano profondamente l’equilibrio storico tra capitale e lavoro.
Tra i punti evidenziati emergono:
- Estensione della giornata lavorativa da 8 fino a 12 ore, attraverso nuove regole di compensazione e maggiore flessibilità dell’orario.
- Maggiore flessibilità nelle ferie, con possibilità di frazionamento e riorganizzazione del periodo di riposo, riducendo l’autonomia del lavoratore nella gestione del proprio tempo.
- Restrizioni al diritto di sciopero, mediante l’ampliamento della nozione di “servizi essenziali” e l’obbligo di garantire livelli minimi di attività.
- Riduzione e semplificazione delle indennità di licenziamento, indebolendo la tutela contro i licenziamenti arbitrari.
- Possibilità di pagamento del salario anche in beni e servizi, oltre che in moneta corrente, elemento che secondo i sindacati indebolisce la natura del salario come diritto monetario garantito.
È proprio quest’ultimo punto a suscitare particolare preoccupazione. Quando il salario perde la sua forma chiara e monetaria, si apre la strada a relazioni più squilibrate, in cui alloggio, vitto o altri “benefici” possono sostituire parte della retribuzione. Per la CGT, si tratta di una “falsa modernizzazione” che trasferisce risorse dal lavoro al capitale e riporta il paese a modelli precedenti alle grandi conquiste sociali del Novecento.
Il mondo va nella direzione opposta
Mentre l’Argentina si orienta verso orari più lunghi e minori tutele, in diversi paesi si sperimentano soluzioni opposte.
In Islanda, la riduzione dell’orario a 35–36 ore settimanali ha mostrato miglioramenti in termini di produttività e qualità della vita. Nel Regno Unito, la maggioranza delle imprese che hanno testato la settimana di quattro giorni ha deciso di mantenerla. In vari paesi europei si moltiplicano progetti pilota che cercano un equilibrio tra efficienza economica e benessere sociale.
Anche in Brasile il dibattito sulla riduzione dell’orario di lavoro sta guadagnando spazio nel Congresso e nella società civile.
La domanda diventa inevitabile: lavorare più ore significa davvero produrre di più — o significa semplicemente logorarsi di più?
Turismo in calo e spostamento dei consumi
È necessario distinguere i fenomeni.
Da un lato, l’economia interna argentina soffre per l’inflazione e la perdita di potere d’acquisto. Per la parte della popolazione che riesce ancora a mantenere un certo potere di spesa, è diventato relativamente più conveniente viaggiare o consumare nei paesi vicini, come il Brasile, mentre il mercato interno perde dinamismo.
Questo non equivale automaticamente a un esodo lavorativo, ma riflette l’indebolimento della domanda interna e l’impatto diretto delle politiche economiche sulla vita quotidiana.
Migrazione per lavoro e crisi delle piccole città
Diverso è il caso della migrazione per necessità.
In regioni di frontiera, come la provincia di Misiones, autorità locali hanno segnalato difficoltà fiscali, chiusura di piccole e medie imprese e aumento della disoccupazione. Una parte della popolazione ha cercato opportunità lavorative in Brasile, soprattutto nei settori agricoli e dei servizi.
È un fenomeno numericamente più contenuto rispetto al flusso turistico, ma politicamente significativo. Indica che la crisi non è più soltanto statistica: si manifesta nella vita concreta delle piccole città e delle famiglie lavoratrici.
Una sfida alla storia e alla dignità
Per la CGT, la riforma consolida un modello di paese in cui il lavoro perde centralità e i diritti diventano variabili subordinate alla logica del profitto.
Ciò che è in corso nell’Argentina di Milei non è soltanto una riforma del lavoro. È un progetto più ampio di riduzione del ruolo dello Stato, compressione delle politiche sociali e indebolimento dei meccanismi di protezione collettiva.
Il vero dibattito non è se questa sia “modernizzazione”.
La questione è quale modello di società si intenda costruire: uno fondato sulla tutela sociale e sulla dignità del lavoro, oppure uno basato sulla deregolamentazione e sulla supremazia del mercato.
L’Argentina si trova oggi davanti a un bivio storico.
Conclusione
Ciò che sta accadendo oggi in Argentina non riguarda solo la riforma del lavoro. Riguarda l’idea stessa di socialdemocrazia. Quando l’aspettativa di vita dei lavoratori diventa una variabile di adattamento e la protesta incontra la repressione, non ci troviamo di fronte a una semplice politica economica, ma a una scelta di civiltà.
L’Argentina di Milei solleva una domanda che attraversa tutto l’Occidente: il futuro si baserà sui diritti e sulla dignità del lavoro, o sulla sua progressiva subordinazione al mercato?

