15 Febbraio 2026
Monaco 2026: Autopsia di un Ordine Globale defunto
La conferenza sulla Sicurezza di Monaco si chiude ancora senza una reale presa di coscienza dei propri errori da parte dei partecipanti

Aree di crisi nel mondo n. 276 del 15-2-26
di Stefano Orsi
La 62ª Conferenza sulla Sicurezza di Monaco si è aperta sotto il peso di una diagnosi che nessuno ha osato contestare: l’ordine internazionale basato sulle regole non è semplicemente in crisi. È in fase di smantellamento attivo.
Nel salone plenario del Bayerischer Hof, tra delegazioni tese e applausi misurati, è emerso un consenso inquietante: la “vacanza dalla storia” è definitivamente conclusa.
Il Realismo Tedesco: Merz e la Fine delle Illusioni
Friedrich Merz ha parlato simulando la voce di chi dovrebbe trasformare promesse in acciaio e cemento.
Il Cancelliere tedesco ha sancito il passaggio dalla Zeitenwende — quella “svolta epocale” annunciata nel febbraio 2022 — alla realtà operativa, spogliata di ogni retorica.
“La superiorità economica dell’Unione Europea è dieci volte quella russa”, ha dichiarato.
“Eppure non abbiamo costruito la parità militare necessaria per difendere questa prosperità”.
L’ammissione è stata netta: Berlino ha sbagliato i tempi e le priorità.
Merz ha descritto l’avanzata russa in Ucraina come “alla velocità di una lumaca da giardino”, ma ha avvertito che la lentezza non è debolezza. La pace, ha detto, arriverà solo attraverso l’esaurimento militare ed economico del Cremlino, non attraverso concessioni diplomatiche negoziate da posizioni di debolezza.
Merz quindi auspica ancora la sconfitta della Russia sul campo di battaglia e non una pace attraverso la diplomazia, verrebbe da dire “Fino all’ultimo ucraino” dato che non è il sangue tedesco quello versato per suo volere e forse diletto.
Il vero segnale politico, però, è stato il suo appello a Washington: la Germania è pronta a guidare il “pilastro europeo” della NATO, permettendo agli Stati Uniti di concentrare risorse e attenzione sul teatro indo-pacifico.
Un’offerta che suona come riconoscimento di colpa e, insieme, come rivendicazione di leadership.
Rubio e il “Nuovo Secolo Occidentale”
Marco Rubio è arrivato a Monaco con un messaggio che fonde il pragmatismo dell’amministrazione Trump con una retorica valoriale inaspettatamente tradizionale. Il Segretario di Stato ha spostato l’asse della discussione dalla sola NATO a un concetto più ampio: la civiltà occidentale come eredità culturale e spirituale condivisa.
“Gli Stati Uniti vogliono alleati forti e orgogliosi, non dipendenti”, ha dichiarato.
Verrebbe da chiedesi come mai trattino gli Europei da sudditi allora…
Il sottotesto è chiaro: la sicurezza ha un prezzo, e l’Europa deve essere disposta a pagarlo se vuole mantenere la partnership transatlantica.
Rubio ha evocato un piano di “reindustrializzazione strategica”, uno sganciamento tecnologico e industriale dalle economie orientali — Cina in primis — che ricorda gli anni più duri della Guerra Fredda.
Siamo nuovamente al decoupling? https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/verso-un-decoupling-globale-36961
La sua visione non è isolazionista, ma condizionale: Washington resterà impegnata, ma solo se l’Europa dimostrerà di prendere sul serio la propria difesa.
L’era del “free riding” è finita.
Macron e l’Esistenzialismo della Potenza
Emmanuel Macron ha portato a Monaco il suo registro più audace, quasi esistenziale. “Essere una potenza non è nel DNA storico dell’Unione Europea post-bellica”, ha ammesso.
“Ma è l’unico modo per sopravvivere”.
Il Presidente francese ha rotto un tabù storico ventilando apertamente l’integrazione dell’ombrello nucleare francese in una struttura di sicurezza europea comune.
È stata una dichiarazione senza precedenti.
Per decenni, la force de frappe è stata il simbolo intoccabile della sovranità nazionale francese.
Oggi, Macron la mette sul tavolo come moneta di scambio per un’Europa finalmente sovrana.
Forse anche per allontanare il rischio che si doti del nucleare la Germania stessa.
Ha insistito sulla necessità di capacità di “attacco in profondità” (deep-strike) per scoraggiare l’aggressività russa non solo oggi, ma per i decenni a venire.
La sua visione è chiara: o l’Europa diventa una potenza militare credibile, o diventerà terreno di gioco per potenze altrui.
Von der Leyen: L’Impegno Concreto di Bruxelles
Ursula von der Leyen ha tradotto in numeri e impegni giuridici ciò che altri hanno espresso in dichiarazioni di principio.
La Presidente della Commissione Europea ha portato a Monaco non solo retorica, ma una roadmap operativa per il sostegno all’Ucraina.
Sul fronte delle garanzie di sicurezza, von der Leyen è stata categorica: qualsiasi accordo di pace non potrà prevedere “alcuna limitazione” alle forze armate ucraine. “Lo status di una nazione sovrana non si cambia con la forza”, ha dichiarato, tracciando una linea rossa contro qualsiasi tentativo di imporre a Kiev vincoli militari permanenti come parte di una soluzione negoziale.
Anche questa posizione esprime la volontà non esplicitata, di proseguire il conflitto rifiutando una delle condizioni pincipali poste dalla Russia.
Ma è sul piano finanziario e industriale che Bruxelles ha mostrato la sua determinazione.
Von der Leyen ha confermato l’adozione della proposta legale per fornire all’Ucraina 90 miliardi di euro per il biennio 2026-2027, un pacchetto destinato non solo al sostegno bellico immediato ma all’integrazione delle industrie della difesa europea e ucraina. https://www.rferl.org/a/eu-90-billion-loan-ukraine-2026-2027/33647986.html
“Il modello di innovazione di Kiev sotto pressione bellica è un beneficio per l’intera Europa”, ha sottolineato, ribaltando la narrazione dell’Ucraina come peso economico e presentandola invece come laboratorio di resilienza industriale.
Infine, la conferma più politicamente sensibile: i circa 210 miliardi di euro di asset russi congelati continueranno a essere utilizzati per sostenere sia la ricostruzione che le necessità militari dell’Ucraina.
Una decisione che Mosca ha più volte definito “furto legalizzato”, ma che per Bruxelles rappresenta una forma di giustizia compensativa e deterrenza economica.
Zelenskyy e il Fantasma del 1938
Volodymyr Zelenskyy ha giocato la carta più pesante: la memoria storica.
Davanti a una platea che conosce bene il peso delle parole, ha evocato Monaco 1938, gli accordi che consegnarono la Cecoslovacchia a Hitler in nome di una pace illusoria. Dimenticando molto di quella parte della storia, i Paesi che oggi lo sostengono furono quelli che parteciparono al banchetto della Cecoslovacchia, non vi era l’Unione Sovietica, e la Russia si fidò invece degli occidentali firmando gli accordi di Minsk 1 e 2 poi disattesi dall’Ucraina e dalle controparti occidentali esattamente come Hitler fece nel ’38, ma la storia per Zelensky è uno strumento come un altro per la sua narrazione strategica.
“Oggi sento le stesse parole”, ha detto. “Concessioni territoriali. Compromessi realistici. Ma l’indifferenza è complicità”.
Il Presidente ucraino ha presentato la PURL (Prioritized Urgent Requirement List), una lista tecnica e automatizzata di necessità militari, chiedendo che il supporto occidentale passi dalla “buona volontà” alla “programmazione industriale”. In parole povere ci chiede una economia di guerra per sostenerlo.
Ha poi collegato esplicitamente la guerra in Ucraina alla minaccia iraniana, avvertendo che l’esperienza bellica accumulata dai droni di Teheran sarà inevitabilmente rivolta contro l’Occidente.
Il messaggio era diretto: chi pensa di essere al sicuro, si sbaglia.
Starmer: Il Gigante Che Deve Svegliarsi
Keir Starmer ha segnato la fine dell’isolamento britannico post-Brexit in ambito sicurezza. “La difesa del Regno Unito e quella europea sono un unico corpo”, ha dichiarato, sancendo un ritorno alla dottrina della “sicurezza indivisibile”.
Il Primo Ministro laburista ha parlato di hard power, di linguaggio della forza militare reale. “L’Europa è un gigante che dorme”, ha detto. “Deve svegliarsi prima che sia troppo tardi”. È stata una dichiarazione che ha sorpreso molti: Starmer, pragmatico e cauto per natura, ha adottato un linguaggio quasi churchilliano.
Wang Yi: Lo Stabilizzatore (Con Riserva)
In questo concerto di allarmi occidentali, la Cina si è presentata come l’unica voce “razionale”. Wang Yi, Ministro degli Esteri di Pechino, ha invitato l’Europa a definire i propri interessi “in modo autonomo”, separatamente da Washington.
Ha offerto partnership commerciali come incentivo alla neutralità strategica.
Ma le linee rosse sono state tracciate con chiarezza: Taiwan è intoccabile, e qualsiasi interferenza occidentale è definita come “il principale rischio per la pace globale”.
Il messaggio era un classico tentativo di inserire un cuneo tra Europa e Stati Uniti, sfruttando le tensioni transatlantiche. Il concetto cinese appare chiaro, l’Occidente deve ritrovare il suo equilibrio e non ricercare nuovi conflitti o tensioni anche con la Cina.
L’Assenza più eloquente: Putin e la Profezia Ignorata del 2007
C’è un’assenza che pesa su questa conferenza come un’ombra: Vladimir Putin.
Non quello del 2026, ma quello del 2007, quando salì sul palco dello stesso Bayerischer Hof e pronunciò un discorso che oggi suona come un atto d’accusa mai confutato.
All’epoca, Putin denunciò con lucidità chirurgica il cuore del problema: l’Occidente aveva costruito un “ordine internazionale basato sulle regole” che applicava selettivamente, come strumento di dominio anziché come principio universale. Accusò Washington e i suoi alleati di invocare il diritto internazionale contro gli avversari mentre lo violavano sistematicamente quando serviva ai propri interessi strategici.
http://en.kremlin.ru/events/president/transcripts/24034
La sua critica era specifica: l’allargamento della NATO oltre le promesse fatte dopo la Guerra Fredda, le guerre definite eufemisticamente “umanitarie” condotte senza mandato ONU (Kosovo, Iraq), il sostegno a “rivoluzioni colorate” nei paesi post-sovietici presentate come spontanee ma in realtà orchestrate.
Putin denunciò quello che chiamò “il doppio standard morale dell’Occidente”: regole rigide per gli altri, eccezioni di comodo per sé stessi.
Un ordine unipolare mascherato da multilateralismo, dove la forza militare americana garantiva l’impunità delle democrazie occidentali.
https://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2007/02/12/AR2007021200555.html
La platea lo ascoltò con fastidio.
Alcuni delegati risero.
Altri scrollarono le spalle, etichettando il discorso come nostalgia imperiale di un leader post-sovietico in cerca di legittimità domestica.
Monaco 2007 fu archiviato come un’eccentricità, l’ennesimo lamento di chi aveva perso la Guerra Fredda e non accettava il nuovo ordine.
Eppure, negli anni successivi, ogni monito di Putin trovò la sua conferma attraverso le azioni russe.
Nel 2008, la guerra in Georgia.
Nel 2014, l’annessione della Crimea.
Nel 2015 la difesa della Siria contro i terroristi sostenuti dall’Occidente
Nel 2022, l’invasione su larga scala dell’Ucraina, dopo un anno speso in vani tentativi diplomatici con un occidente che ignorava ancora le ragioni della Federazione Russa.
Mosca ha applicato alla lettera la logica che Putin aveva denunciato a Monaco: se le regole sono solo uno strumento di potere e non un vincolo universale, allora anche la Russia può violarle quando servono i propri interessi strategici.
Oggi, nel 2026, la Russia controlla più territorio ucraino di quanto ne avesse quattro anni fa, l’arsenale nucleare è stato modernizzato, e l’economia — nonostante le sanzioni — non è collassata.
Putin ha trasformato la sua denuncia del 2007 in una contro-strategia operativa: se l’Occidente non crede davvero nelle sue regole, perché la Russia dovrebbe crederci?
La domanda che aleggia a Monaco 2026 è scomoda e brutale: ignorare Putin nel 2007 è stato un errore strategico o una scelta inevitabile?
Aveva torto nella diagnosi o solo nel rimedio o aveva invece ragione nella sua denuncia?
E soprattutto: stanno ripetendo lo stesso errore con altre potenze che osservano il doppio standard occidentale e ne traggono le stesse conclusioni?
Convergenza Forzata, Futuro Incerto
Ciò che emerge da Monaco 2026 è una convergenza forzata dalle circostanze. Nonostante sfumature e priorità diverse, tutti i leader occidentali concordano su un punto: l’epoca del “dividendo della pace” è finita.
Le democrazie liberali devono tornare a pensare in termini di potenza, deterrenza, capacità industriale bellica.
La vera divisione resta sul “dopo”: chi guiderà la nuova architettura di sicurezza? Washington, che dice di volere alleati più autonomi ma non dai propri interessi temendo di perderne il controllo?
Berlino, che aspira alla leadership ma porta il peso e anche il merito di decenni di pacifismo?
Parigi, che ha le armi nucleari ma non l’economia per sostenere ambizioni globali? Londra, che ha ritrovato la vocazione militare ma ha anch’essa gravi limiti economici?
Bruxelles, che ha i soldi ma non gli eserciti?
Monaco 2026 non ha dato risposte.
Ha solo certificato che le domande, ancora una volta, non sono quelle giuste. E che il tempo per trovare le une e le relative risposte si sta esaurendo.

