08 Giugno 2026
IL DUELLO di fioretto tra Zelenskty e Putin
La settimana che va dal 2 al 6 giugno 2026 ha offerto al mondo un caso di studio di rara densità analitica nel campo della comunicazione politica in tempo di guerra. Da una parte, la lettera aperta con cui Zelensky si è rivolto direttamente a Putin, proponendo un incontro faccia a faccia e un cessate il fuoco. Dall’altra, la risposta di Putin alla plenaria dello SPIEF — un discorso che ha ignorato deliberatamente la lettera come contenuto e l’ha usata come pretesto per un’operazione di contro-comunicazione di altissimo livello. In mezzo, la realtà del fronte che continua a scorrere indifferente alle parole dei due presidenti. Chi è uscito meglio da questa settimana? La risposta è meno ovvia di quanto sembri.

Aree di crisi nel mondo n. 290 del 7-6-26
di Stefano Orsi
IL DUELLO di fioretto tra Zelenskty e Putin
Zelensky scrive, Putin risponde ai soldati: anatomia di uno scontro comunicativo
La settimana che va dal 2 al 6 giugno 2026 ha offerto al mondo un caso di studio di rara densità analitica nel campo della comunicazione politica in tempo di guerra. Da una parte, la lettera aperta con cui Zelensky si è rivolto direttamente a Putin, proponendo un incontro faccia a faccia e un cessate il fuoco. Dall’altra, la risposta di Putin alla plenaria dello SPIEF — un discorso che ha ignorato deliberatamente la lettera come contenuto e l’ha usata come pretesto per un’operazione di contro-comunicazione di altissimo livello. In mezzo, la realtà del fronte che continua a scorrere indifferente alle parole dei due presidenti. Chi è uscito meglio da questa settimana? La risposta è meno ovvia di quanto sembri.
I. LA LETTERA DI ZELENSKY: ANATOMIA DI UNO STRUMENTO politico e di propaganda
1. Non una nota diplomatica: a chi è davvero rivolta
Prima di analizzare cosa dice la lettera, occorre capire cosa è la lettera. Una lettera aperta non è un canale diplomatico. Non è una nota verbale, non è una proposta negoziata attraverso intermediari riservati, non è il genere di comunicazione che si sceglie quando si vuole davvero avviare una trattativa lontano dai riflettori. È invece uno strumento di comunicazione pubblica, concepito per essere letto — prima ancora che da Putin — da almeno tre categorie di destinatari reali e distinti.
Il primo destinatario è la popolazione ucraina. Dopo quasi cinque anni di guerra su larga scala, la società ucraina porta il peso di perdite umane enormi, di un’economia ridisegnata interamente intorno allo sforzo bellico, di un’incertezza che nessun discorso ufficiale riesce più a metabolizzare. Zelensky deve dimostrare di voler chiudere questa guerra — non di capitolare, ma di voler uscire da essa con dignità. La lettera svolge questa funzione: conferma che il presidente cerca una via d’uscita, che non è lui l’ostacolo alla pace.
Il secondo destinatario è l’opinione pubblica occidentale. L’Europa e gli Stati Uniti mostrano segnali crescenti di stanchezza da conflitto. Il secondo mandato di Trump ha spostato le priorità americane verso l’Indo-Pacifico e verso la crisi iraniana. La lettera è un gesto pensato per riagganciare l’attenzione di Washington e Bruxelles: Zelensky che chiede la pace, che propone il cessate il fuoco, che offre il tavolo del negoziato, è un’immagine molto più maneggevole politicamente di quella di Kiev che continua a richiedere armi e miliardi senza presentare un orizzonte di uscita.
Il terzo destinatario, più difficile da raggiungere ma non per questo trascurabile, è quella parte della società civile russa — intellettuali, famiglie di soldati, ambienti economici — che l’intelligence ucraina e occidentale cerca di raggiungere attraverso ogni canale disponibile. Il messaggio è semplice e potente: c’è un presidente ucraino che vuole la pace, e un presidente russo che non vuole rispondergli.
Una lettera aperta al proprio nemico non si scrive da una posizione di forza.
Si scrive quando si ha bisogno di ridefinire il frame narrativo, quando le condizioni sul terreno non consentono di dettare i termini, quando si cerca una via d’uscita che conservi almeno una parvenza di dignità.
Analisi del contesto comunicativo
2. L’architettura retorica: i sei livelli del testo
La lettera è costruita con una sofisticazione retorica che merita essere sezionata livello per livello.
Il contrasto temporale
L’apertura richiama il momento in cui Putin era visto con favore in Ucraina. È una tecnica classica: si stabilisce un prima migliore per rendere il presente ancora più condannabile, e al tempo stesso si insinua nella narrativa russa l’idea che questo stato di cose non sia inevitabile, che sia frutto di scelte precise di un singolo uomo. Il messaggio implicito alla società russa è: non è sempre stato così, poteva andare diversamente.
I dati sulle perdite come arma psicologica
La sezione dedicata alle perdite militari russe, 30.000 caduti e feriti nel solo mese di maggio, un rapporto morti-feriti del 63 a 37 percento, svolge una funzione precisa e calcolata. Non è verificabile in modo indipendente. Non è destinata a essere verificata. È destinata a circolare, a essere citata, a creare dubbio nell’opinione pubblica russa sulla qualità del comando militare e sull’efficienza della macchina bellica. Un esercito moderno con quel rapporto di mortalità sul totale delle perdite sarebbe in crisi sistemica; la diffusione di questo dato è un’operazione di guerra psicologica, non un rendiconto contabile.
Le proposte concrete come posizionamento
Le proposte concrete che seguono, incontro diretto, cessate il fuoco per la durata dei negoziati, scambio completo di prigionieri, garanti internazionali, sede neutrale, servono a costruire un’immagine precisa: quella di un interlocutore ragionevole. Se Putin non risponde, l’immagine che rimane nell’opinione pubblica internazionale è quella di un negoziatore responsabile di fronte a un interlocutore che rifiuta il dialogo. È una trappola comunicativa: qualunque cosa Putin faccia, Zelensky ha già vinto il round narrativo nei media occidentali.
Il cambio di tono verso la fine
Il tono della lettera cambia nelle sue ultime sezioni in modo significativo. Zelensky non parla più di resa russa, non pone il ritiro totale dall’Ucraina come condizione preliminare. Parla di una linea del fronte attuale come punto di partenza della diplomazia. Rispetto al linguaggio del 2022 e del 2023, dove la restituzione di ogni centimetro di territorio, inclusa la Crimea, era condizione non negoziabile, è un cambiamento di postura rilevante, anche se non dichiarato esplicitamente come tale.
La minaccia velata alla stabilità interna russa
La menzione del 23 giugno, anniversario del tentativo di ammutinamento di Prigozhin, non è casuale. È inserita con deliberata chirurgia nel corpo del testo per alimentare l’immagine di un potere russo soggetto a pressioni interne. Non è rivolta a Putin, che conosce benissimo quella data. È rivolta all’opinione pubblica occidentale e a quella parte della società russa che questi messaggi cerca di raggiungere attraverso i canali disponibili.
La menzione degli Stati Uniti e dell’Iran
La precisazione che gli Stati Uniti sono completamente concentrati sulla questione dell’Iran’ è l’indicatore forse più onesto dello stato reale delle relazioni tra Kiev e Washington. È un’ammissione che l’agenda americana non è più guidata dall’Ucraina, e che Zelensky lo sa. La lettera è anche, forse soprattutto, un tentativo di riattirare l’attenzione di Trump verso il dossier europeo, presentandosi come il presidente che porta proposte concrete anziché richieste unilaterali.
COSA CI DICE LA LETTERA SULLA POSIZIONE UCRAINA
La lettera contiene tre ammissioni implicite che valgono più di qualsiasi dichiarazione ufficiale. Prima: il tono non è quello di chi detta condizioni, ma di chi cerca un’uscita. Seconda: l’affermazione ‘siamo al quinto anno di questa guerra’ non celebra una resistenza eroica, traccia l’orizzonte di un conflitto che non si è concluso nei tempi previsti. Terza: la ricerca di garanti internazionali, USA, Europa, Turchia, mondo arabo, indica che Kiev non si fida di alcun accordo bilaterale con Mosca e sa di non poter reggere un’ulteriore prolungamento senza un ombrello di garanzie esterne.
II. LA RISPOSTA DI PUTIN: IL CONTRO-FRAME DI SAN PIETROBURGO
1. La risposta come non-risposta
Putin ha scelto di rispondere alla lettera di Zelensky alla plenaria dello SPIEF. Non in privato, non attraverso canali diplomatici, non con una nota del ministero degli Esteri. Ha scelto il palcoscenico più visibile disponibile in quel momento, davanti a una platea internazionale, nel mezzo di un evento economico di rilievo mondiale. Questa scelta di palcoscenico è già di per sé una mossa comunicativa di primo livello.
La risposta, nella sua brutalità sintetica, vale la pena di essere letta integralmente:
“Questa lettera contiene elementi di maleducazione. Che cos’è? È un modo per creare le condizioni per incontri e negoziati personali? O per creare un’atmosfera in cui non è possibile condurre alcun incontro personale? Penso che sia la seconda cosa. Quindi non dobbiamo rivolgerci agli autori della lettera, ma ai nostri soldati sulla linea di contatto. E, rivolgendomi a loro, voglio dire: ‘Compagni, tutto il Paese vi supporta. Lavorate, fratelli'”. Vladimir Putin, plenaria SPIEF 2026
Non è una risposta. È una sentenza. E come tale va analizzata, perché in sette righe Putin compie almeno quattro operazioni comunicative distinte e tutte calcolate.
2. Le quattro operazioni comunicative della risposta
Prima operazione: la delegittimazione dell’interlocutore
Definire la lettera ‘maleducata’ non è un’osservazione di stile. È un gesto di delegittimazione politica. Un testo maleducato non merita risposta nel merito, questo è il codice implicito. Aggiungendo l’accenno alla scadenza del mandato presidenziale di Zelensky (‘deve smettere di temere le elezioni e non usurpare il potere’), Putin inserisce nel dibattito un veleno lento: se chi chiede la pace non è un presidente legittimo, allora quella richiesta non è vincolante per nessuno, non crea obblighi internazionali, non va trattata come un’offerta formale. È una mossa da guerra ibrida travestita da commento procedurale.
Seconda operazione: il cambio di destinatario
Ignorando la richiesta di incontro e rivolgendosi direttamente ai soldati al fronte, Putin compie un’operazione di judo comunicativo di rara efficacia. Nega a Zelensky lo status di interlocutore rilevante, non sei qualcuno con cui valga la pena parlare in questo momento, e nel farlo si rivolge alla categoria che nella retorica russa ha la massima legittimità morale: i combattenti. La frase ‘Lavorate, fratelli’ è una doppia negazione: nega il cessate il fuoco che Zelensky chiedeva (‘lavorate’ significa continuate a combattere) e nega la parità tra i due presidenti (uno dei due parla ai soldati, l’altro scrive lettere).
Terza operazione: il reframe dell’iniziativa
Nel discorso plenario, Putin ha costruito attorno alla risposta alla lettera un edificio narrativo molto più ampio. Il suo messaggio alla platea dello SPIEF è: mentre Zelensky scrive lettere, la Russia costruisce corridoi logistici, firma accordi commerciali, forma un blocco economico alternativo, cresce industrialmente. La guerra in Ucraina, nell’economia discorsiva del discorso, è una parentesi fastidiosa in un processo storico molto più grande. Non il centro del mondo, il rumore di fondo mentre si costruisce il futuro.
Quarta operazione: la comunicazione ai russi attraverso la comunicazione internazionale
Il discorso plenario dello SPIEF non è destinato principalmente al pubblico internazionale. È destinato alla società russa, che osserva il proprio presidente parlare davanti a una platea asiatica e africana, che lo vede ignorare con calma olimpica la lettera ucraina, che lo vede presentare dati economici di crescita. Il messaggio implicito è: la Russia non è isolata, la Russia non è in difficoltà, e il presidente non ha bisogno di rispondere a chi lancia accuse da una posizione di debolezza.
3. Il discorso SPIEF come contro-narrazione sistematica
Il discorso plenario dello SPIEF merita un’analisi a sé, perché non è soltanto la cornice della risposta alla lettera di Zelensky. È un manifesto dottrinale autonomo sulla guerra asimmetrica contro l’egemonia finanziaria e culturale occidentale, letto attraverso la lente dei dati macroeconomici.
Putin costruisce la sua narrativa in tre strati sovrapposti. Il primo è la descrizione di un sistema occidentale che si è auto-distrutto: le sanzioni del 2022, il sequestro delle riserve russe, la weaponizzazione del dollaro e del sistema SWIFT hanno prodotto l’effetto opposto a quello desiderato. Non hanno isolato Mosca, hanno convinto il Sud Globale che nessuna riserva statale fosse al sicuro al di fuori dell’orbita di Washington. Da quel momento, la dedollarizzazione ha smesso di essere una teoria e ha iniziato a essere una necessità di sopravvivenza statale.
Il secondo strato è quantitativo: i dati macroeconomici che Putin presenta, BRICS al 40 percento del PIL mondiale in parità di potere d’acquisto contro il G7 sotto il 29, debito italiano al 137 percento contro debito russo al 16,4, crescita manifatturiera russa al 3,1 percento, sono in larga parte verificabili e verificati da fonti indipendenti. La scelta di presentarli davanti a una platea che include Cina, Uzbekistan e Tanzania non è casuale: è una dimostrazione pubblica che l’isolamento occidentale non è l’isolamento del mondo.
Il terzo strato è visionario: la sovranità tecnologica come nuovo asse di potere. La crescita di Wildberries in Uzbekistan da 418 milioni a 2 miliardi di dollari non è un dato commerciale, è un segnale geopolitico. Significa che la Russia sta esportando la propria infrastruttura digitale nell’Asia Centrale, costruendo un ecosistema di pagamenti, logistica e distribuzione che non transita per i server americani. Putin chiama questo processo in modo diretto: chi non costruisce sovranità tecnologica diventa ‘periferia digitale’, ovvero dipendente dall’infrastruttura altrui. Il sottotesto, non pronunciato, ma percepito dalla platea, è che questa definizione si applica all’Europa meglio che a qualsiasi altro soggetto.
III. LE LEVE PSICOLOGICHE DI PUTIN: UNA STRATEGIA COMUNICATIVA ANALITICA
1. Il silenzio come dominio
La leva più potente nella comunicazione di Putin è il silenzio selettivo. Non rispondere nel merito a Zelensky — pur dedicando diversi minuti alla sua lettera, è una scelta che comunica più di qualsiasi confutazione puntuale. Il silenzio nel merito dice: le tue proposte non sono all’altezza di una risposta argomentata. Comunica superiorità, distanza, disinteresse. È la tecnica del padre che ignora il figlio che urla: l’ignoranza è la sanzione più dolorosa, e al tempo stesso quella che costa meno al sanzionatore.
Nella comunicazione tra stati in conflitto, rispondere alla lettera del nemico significherebbe riconoscergli uno status. Rispondere alla lettera con un discorso economico internazionale significa collocare il nemico in una gerarchia di priorità molto bassa. Il messaggio inconscio che arriva all’opinione pubblica, anche a quella che simpatizza con Kiev, è che Zelensky ha scritto, e il mondo ha continuato a girare.
2. Il controllo della cornice temporale
Mentre Zelensky scrive di guerra, di perdite, di urgenza, di cessate il fuoco, Putin parla di corridoi logistici che si stanno costruendo, di rotte artiche che si stanno aprendo, di debiti europei che si accumulano. Introduce deliberatamente una cornice temporale diversa: non i prossimi mesi, non l’inverno in arrivo, ma i prossimi decenni. Chi controlla la cornice temporale controlla il senso della guerra. Se il conflitto è una questione di questa settimana, allora Zelensky ha ragione a chiedere urgenza. Se il conflitto è una parentesi in un riassetto secolare, allora l’urgenza non appartiene alla parte russa.
Questa leva è psicologicamente potente perché riduce l’ansia dell’interlocutore interno, i russi che si preoccupano per la durata della guerra, e al tempo stesso comunica pazienza strategica agli alleati internazionali. La Cina, l’India, l’Uzbekistan, la Tanzania non hanno fretta. Questo allineamento temporale tra la narrativa di Putin e la pazienza storica del Sud Globale non è accidentale.
3. La legittimazione attraverso i numeri
Putin è un comunicatore che usa i numeri come arma. Non in senso propagandistico grezzo, non inventa dati, ma in senso selettivo: sceglie quali dati presentare, in quale sequenza, davanti a quale platea. Presentare il debito italiano al 137 percento e quello russo al 16,4 percento davanti a leader africani e asiatici che hanno subito per decenni le condizionalità del Fondo Monetario Internazionale produce un effetto immediato di identificazione: la Russia è chi ha fatto i conti in ordine, l’Europa è chi ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità e poi ha chiesto agli altri di finanziare le proprie guerre.
È una narrazione potente perché è parzialmente vera. Le riserve fiscali della Russia sono reali. Il debito europeo è reale. Il fatto che la crescita russa sia in larga parte trainata dall’iper-militarizzazione industriale, un modello non sostenibile nel lungo periodo, non compare nel discorso. Ma il destinatario del discorso non è un economista del FMI: è un leader politico che deve rispondere al proprio elettorato, e in questo contesto la semplificazione è più efficace della precisione.
4. Il posizionamento sulla scala morale del Sud Globale
Il passaggio in cui Putin affronta la questione delle sanzioni, citando esplicitamente il conflitto in Ucraina, quello in Medio Oriente, l’Africa e persino ‘l’atteggiamento verso la comunità LGBT’ come pretesti interscambiabili per la pressione economica occidentale, è forse il più politicamente calcolato dell’intero discorso.
Il messaggio alla platea non è ideologico. È pragmatico: l’Occidente usa ogni questione disponibile, la guerra, i diritti, la democrazia, come leva per imporre la propria volontà economica. Se questo è il modello, allora il sistema alternativo che Putin propone, non basato su valori universali condivisi, ma su interessi reciproci e non ingerenza interna, è strutturalmente più affidabile per chi non vuole essere ricattato. Questa tesi risuona con forza in Africa e in Asia Centrale, dove la memoria del colonialismo e dei programmi di aggiustamento strutturale è ancora viva.
5. Il corpo come comunicazione: la platea dello SPIEF
Non si può analizzare la comunicazione di Putin allo SPIEF senza considerare la dimensione visiva e simbolica della platea. La presenza fisica di Mirziyoyev, di Samia Suluhu Hassan e di Han Zheng in quella sala non è decorativa: è il messaggio. Ogni immagine diffusa da quell’evento mostra il leader russo circondato dai rappresentanti di Asia Centrale, Africa e Cina, non di Europa e America. La solitudine di Putin che i media occidentali cercavano di costruire collassa davanti a quelle immagini.
È comunicazione attraverso la composizione visiva del palcoscenico, una delle tecniche più antiche e più efficaci della diplomazia cerimoniale. Chi organizza l’inquadratura controlla il messaggio.
IV. VALUTAZIONE: CHI ESCE MEGLIO DA QUESTA SETTIMANA?
La risposta dipende, come spesso accade in geopolitica, da quale pubblico si considera e su quale scala temporale si valuta.
Nel breve periodo e nei media occidentali: vantaggio Zelensky
Nei media europei e americani, la settimana si è chiusa con una narrativa favorevole a Kiev. Zelensky ha proposto la pace, Putin ha risposto ‘lavorate, fratelli’. L’immagine del presidente ucraino che chiede il negoziato e quello russo che risponde ai soldati è facilmente leggibile attraverso la griglia narrativa dominante in Occidente: il primo vuole la pace, il secondo vuole la guerra. La lettera ha fatto esattamente quello che era progettata per fare nel suo pubblico primario.
Zelensky ha ottenuto anche un risultato concreto sul fronte americano: il pacchetto di aiuti da quasi due miliardi di dollari approvato dalla Camera dei Rappresentanti. La correlazione temporale tra la lettera e il voto americano non è casuale. Kiev sa che il sostegno americano dipende anche dalla percezione di un’Ucraina attiva diplomaticamente, non solo militarmente.
Nel medio periodo e nei mercati del Sud Globale: vantaggio Putin
Nel medio periodo, e nel contesto del Sud Globale che è il vero terreno di competizione strategica, la settimana di San Pietroburgo ha rafforzato la posizione russa. Il discorso plenario ha consolidato l’immagine di una Russia che non è isolata, che cresce economicamente, che costruisce infrastrutture alternative, che parla un linguaggio comprensibile ai leader di Asia, Africa e America Latina. Questi non sono impressioni: si traducono in accordi commerciali, corridoi logistici, piattaforme digitali e relazioni diplomatiche che l’Occidente non riesce ad alternare.
La risposta alla lettera ha funzionato perfettamente per il pubblico interno russo: il presidente che ignora con olimpica calma le provocazioni del nemico, che parla ai soldati, che non abbassa la guardia. La coesione interna russa, che molti analisti occidentali attendevano si sgretolasse sotto il peso delle sanzioni, non mostra incrinature visibili.
Nel lungo periodo: la partita aperta
Nel lungo periodo, nessuno dei due ha vinto e nessuno dei due ha perso definitivamente. La guerra continua, il fronte si sposta di decine di chilometri quadrati al mese, le perdite si accumulano su entrambi i lati. La corsia diplomatica aperta da Zelensky potrebbe trasformarsi in un negoziato reale se le condizioni sul campo dovessero cambiare significativamente, in un senso o nell’altro. La narrativa di Putin sulla multipolarità potrebbe rivelarsi un castello di carta se le contraddizioni interne dell’economia di guerra dovessero emergere con la stessa rapidità con cui oggi sembrano contenute.
La differenza strutturale tra le due strategie comunicative è questa: Zelensky gioca a breve termine, cercando di mantenere il supporto occidentale settimana dopo settimana. Putin gioca a lungo termine, costruendo una narrativa decennale in cui la guerra in Ucraina è solo un capitolo. Chi ha più pazienza in una guerra di logoramento non combatte solo sul fronte, combatte anche sul fronte del tempo.
CONCLUSIONE: IL DUELLO CHE NON AVEVA UN ARBITRO
C’è una frase nella lettera di Zelensky che vale la pena rileggere alla fine di questa analisi: ‘Sono i leader a risolvere le questioni fondamentali. È sempre stato così, e sempre sarà.’ È una frase vera. Ma presuppone che entrambi i leader vogliano risolvere, e che riconoscano nell’altro un interlocutore legittimo. Putin ha risposto che non è così, almeno non adesso, non in questi termini, non con questo interlocutore.
Il duello comunicativo della settimana del 2-6 giugno 2026 non ha avuto un arbitro. I media occidentali hanno assegnato i punti a Zelensky. Il Sud Globale li ha assegnati a Putin. La storia, che è l’unico arbitro che conta davvero in queste partite non ha ancora scritto il suo verdetto.
Quello che possiamo dire è che entrambi i leader hanno usato gli strumenti della comunicazione politica con competenza e con obiettivi chiari. Zelensky ha costruito il frame del ‘leader della pace rifiutato dal tiranno’. Putin ha costruito il frame del ‘costruttore del multipolarismo indifferente alle provocazioni’. Entrambi i frame hanno una base di realtà. Entrambi omettono parti rilevanti di quella realtà.
Forse la cosa più onesta che si possa dire, alla fine, è questa: in una guerra che dura da cinque anni, anche le parole sono diventate un fronte. E su questo fronte, come su quello fisico, non ci sono vittorie nette , ci sono posizioni conquistate e posizioni cedute, settimana dopo settimana, finché qualcuno non decide che il costo di continuare è più alto del costo di fermarsi.
Stefano Orsi 7 Giugno 2026

