08 Giugno 2026
Il delitto di Clusone: il mistero irrisolto di Laura Bigoni
Omicidio di Laura Bigoni: un cold case ancora senza giustizia.

Di Pierdomenico Corte Ruggiero
Vedere una persona amata uccisa è straziante: una ferita che rimane aperta per sempre. In questi momenti si desidera solo giustizia, il poter guardare negli occhi l’assassino mentre viene condannato per il crimine commesso. A volte, però, accade che il sospettato venga assolto definitivamente dopo un iter giudiziario tormentato, fatto di condanne e successive assoluzioni. Per i parenti delle vittime questo rappresenta un ulteriore, devastante dolore.
Questo è esattamente ciò che è accaduto ai genitori di Laura Bigoni. Laura viveva con la famiglia a Milano, ma passava le vacanze estive a Clusone, il paese d’origine dei suoi cari. Era una ragazza normale, come tante: il lavoro, gli amici e un fidanzato. Una vita serena, fino a quando non scoprì che il suo compagno, G. N. Bevilacqua, aveva una relazione parallela con un’altra donna, V. Laura decise quindi di lasciarlo, ma l’uomo non intendeva rinunciare a nessuna delle due.
A fine luglio del 1993, Laura si recò a Clusone per le vacanze estive. Era sola; i genitori l’avrebbero raggiunta in seguito. La sera del 31 luglio la passò alla discoteca “Collina Verde”, trattenendosi nel locale fino alle 3 del mattino del 1° agosto. Lì conobbe Marco, un tornitore di un paese vicino, che si offrì di accompagnarla a casa. Giunti sotto l’abitazione, Laura vide le finestre dell’appartamento illuminate: pensando che i genitori fossero arrivati in anticipo da Milano, accettò di intrattenersi ancora un po’ con Marco nella sua auto. Dopo circa trenta minuti, il giovane la riaccompagnò alla porta. Intorno alle 4 del mattino, un vicino di casa di Laura rientrò ma non notò nulla di strano.
All’alba, una nuvola di fumo iniziò a uscire dall’abitazione. All’arrivo dei Vigili del Fuoco, la tragica scoperta: Laura era morta. Il suo corpo si trovava sul letto, o meglio sul materasso che l’assassino aveva tentato di dare alle fiamme usando una bomboletta di lacca per capelli. Laura era stata uccisa a coltellate mentre era distesa. L’arma del delitto, un coltello preso direttamente dalla cucina della ragazza, non venne mai ritrovata; l’assassino portò via con sé anche il copriletto.
I sospetti caddero subito su Bevilacqua. Aveva un movente e possedeva le giuste competenze per tentare di appiccare quell’incendio, dato che oltre a lavorare come elettricista era un Vigile del Fuoco volontario. Bevilacqua ammise di aver visto Laura nel pomeriggio del 31 luglio, ma sostenne che dalle ore 20 di quella sera fino al mattino successivo si trovava a Cesano Maderno con la fidanzata V. Gli investigatori, tuttavia, non credettero alla loro versione dei fatti e li mandarono a processo entrambi. Condannati in primo grado, vennero poi assolti in Corte d’Assise d’Appello e la sentenza fu confermata dalla Cassazione. L’assassino di Laura non è Bevilacqua.
A distanza di decenni resta pochissimo da cui ripartire. All’epoca, alcuni testimoni notarono un taxi giallo nel parcheggio della discoteca “Collina Verde” proprio la notte del delitto. Inoltre, una vicina di casa di Laura a Clusone vide, nel pomeriggio del 30 luglio, un giovane allontanarsi dall’abitazione dei Bigoni. Gli indizi suggeriscono che l’assassino fosse una persona conosciuta dalla vittima, colta da un raptus improvviso ma tornata subito abbastanza lucida da tentare di eliminare ogni traccia.
Negli ultimi anni, però, il cold case è tornato a far discutere. Grazie alla persistenza dei media, a nuove inchieste giornalistiche e ai moderni progressi della scienza forense — che oggi permette di isolare profili genetici un tempo considerati illeggibili — si è tornati a chiedere a gran voce la riapertura delle indagini. Nuove analisi del DNA sugli reperti conservati e una reinterpretazione delle vecchie testimonianze, come quella legata al misterioso taxi giallo, rappresentano l’ultima speranza per fare luce sul mistero.
Sulla morte di Laura si è indagato e si è celebrato un processo, ma l’assoluzione definitiva ha calato il silenzio sulla vicenda. Di Laura non si parla quasi più. Eppure, davanti a storie come la sua, abbiamo il dovere di chiederci: è stato davvero fatto tutto il possibile? Fare le giuste domande e pretendere le doverose risposte resta un nostro preciso obbligo morale.
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