Mettiti in comunicazione con noi

01 Giugno 2026

Hina: il prezzo della libertà

Vent’anni dopo il delitto di Sarezzo, la storia di Hina Saleem continua a interrogare l’Italia: non solo un caso di cronaca, ma il simbolo di una libertà femminile spezzata dentro le mura di casa.

Pubblicato

su

Credit foto https://www.wired.it/attualita/media/2016/01/22/hina-ci-insegnato-lassassinio-giovane-pachistana/

Di Pierdomenico Corte Ruggiero

L’estate del 2006, in Italia, aveva il rumore leggero delle finestre aperte e delle televisioni accese sui mondiali appena vinti. Nelle province del Nord le fabbriche continuavano a respirare ferraglia e turni di lavoro, mentre nei piccoli paesi le giornate scorrevano lente, quasi immobili. A Sarezzo, nella Val Trompia bresciana, agosto sembrava identico a tanti altri mesi d’agosto: il caldo fermo sui cortili, le serrande abbassate nel pomeriggio, le biciclette appoggiate ai muri, le famiglie che si preparavano alle ferie.

Poi arrivò il nome di una ragazza.

Hina Saleem.

Aveva poco più di vent’anni, un sorriso timido e la testardaggine silenziosa di chi desidera vivere senza chiedere permesso. Vent’anni dopo la sua morte, quel nome continua a restare sospeso dentro una delle vicende più dolorose e simboliche della cronaca italiana contemporanea. Non soltanto per la brutalità dell’omicidio, ma perché nella sua storia si intrecciarono temi enormi: l’identità, la libertà femminile, l’integrazione, il conflitto generazionale, il controllo sul corpo e sulle scelte delle donne.

Ma prima che diventasse un simbolo, prima dei talk show, delle polemiche politiche, delle prime pagine e delle sentenze, Hina era una ragazza.

E come tutte le ragazze aveva sogni semplici.

La vita tra due mondi

Hina Saleem era nata il 19 dicembre 1985 a Gujrat, in Pakistan. Quando raggiunse l’Italia era ancora adolescente. La famiglia si era stabilita nel Bresciano, una terra di fabbriche e immigrazione, dove negli anni Novanta e Duemila migliaia di famiglie straniere cercavano lavoro e stabilità.

Per Hina, però, l’Italia non rappresentò soltanto un nuovo Paese. Rappresentò una possibilità.

Imparò rapidamente la lingua, frequentò la scuola, fece amicizie. Voleva vivere come le sue coetanee italiane: uscire, lavorare, vestirsi liberamente, fumare una sigaretta senza sentirsi giudicata, scegliere chi amare.

Secondo le ricostruzioni processuali e giornalistiche, i rapporti con la famiglia erano difficili da anni. Hina aveva denunciato maltrattamenti già nel 2003. In alcune testimonianze raccontava di essere stata picchiata perché considerata “troppo occidentale”. Aveva lasciato la casa dei genitori e aveva iniziato a convivere con il suo fidanzato italiano, Giuseppe Tampini, un operaio più grande di lei. Lavorava in una pizzeria.

Per molti era una giovane donna che cercava indipendenza. Per la sua famiglia, invece, quella libertà rappresentava una frattura.

Le cronache dell’epoca raccontarono di forti pressioni affinché tornasse in Pakistan per sposare un cugino scelto dalla famiglia. Lei si oppose. Continuò a vivere come desiderava. E proprio questa scelta, secondo gli inquilini, segnò la sua condanna.

La trappola

L’11 agosto 2006 Hina venne attirata nella casa di famiglia a Ponte Zanano, frazione di Sarezzo. Le dissero che c’era un parente arrivato dal Pakistan. Una visita, forse un chiarimento.

Era una trappola.

Quello che accadde all’interno di quella casa emerse nei giorni successivi attraverso le indagini dei carabinieri e le confessioni degli imputati. Hina venne colpita con numerose coltellate. Infine, le venne tagliata la gola. Aveva poco più di vent’anni.

Il suo corpo venne sepolto nell’orto dietro casa, avvolto in un lenzuolo bianco, con il volto rivolto verso la Mecca. Per giorni, fuori da quella villetta apparentemente ordinaria, nessuno seppe nulla.

Fu il fidanzato a dare l’allarme. Hina non rispondeva più al telefono. Il silenzio improvviso gli sembrò innaturale. Quando i carabinieri entrarono nella casa trovarono tracce di sangue e una sepoltura fresca nel giardino. Lì sotto c’era Hina. La scoperta sconvolse il Paese.

Il delitto che cambiò il dibattito italiano

Nel giro di poche ore la vicenda divenne un caso nazionale. I giornali parlarono di “delitto d’onore”. Le televisioni mostrarono la casa, il giardino, il volto sorridente della ragazza. Politici, opinionisti e sociologi iniziarono a discutere pubblicamente di integrazione, Islam, multiculturalismo e diritti delle donne.

Per molti italiani fu il primo contatto con il tema degli “honour killings”, gli omicidi commessi all’interno della famiglia per punire comportamenti considerati disonorevoli. Eppure la storia di Hina conteneva un paradosso spesso dimenticato. Fino al 1981 anche l’Italia aveva avuto nel proprio ordinamento il cosiddetto “delitto d’onore”, una norma che prevedeva attenuanti per chi uccideva una donna della propria famiglia in nome dell’onore. La vicenda di Hina costrinse il Paese a guardare non solo alle contraddizioni dell’integrazione, ma anche alle proprie ombre culturali.

Negli anni successivi, studiosi e osservatori avrebbero sottolineato proprio questo aspetto: Hina non era soltanto “la ragazza pakistana uccisa dal padre”. Era anche il simbolo universale di una violenza patriarcale che attraversa culture, religioni e confini.

Il processo

Le indagini individuarono rapidamente i responsabili. Il padre di Hina, Mohammed Saleem, confessò il delitto. Con lui finirono sotto processo due cognati e uno zio.

Nel novembre 2007 il padre e i due cognati vennero condannati a trent’anni di carcere per omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e dai motivi abietti. Lo zio ricevette una pena minore per aver aiutato a occultare il corpo. Negli anni successivi le sentenze furono confermate.

La Cassazione escluse che il movente fosse strettamente religioso, parlando piuttosto di un “patologico e distorto rapporto di possesso parentale”. Una definizione giuridica che cercava di spostare il focus dall’appartenenza culturale al tema del controllo assoluto esercitato su una figlia diventata improvvisamente autonoma.

È un passaggio importante, ancora oggi. Perché la storia di Hina rischiò spesso di essere semplificata dentro uno scontro ideologico. Ma nessuna semplificazione riesce davvero a raccontare cosa accade quando una ragazza viene uccisa perché vuole scegliere.

Una fotografia rimasta nel tempo

Esistono immagini che restano inchiodate alla memoria collettiva. Per Hina è accaduto con alcune fotografie precise: i jeans, i capelli sciolti, il trucco leggero, il sorriso giovane di chi sta provando a diventare adulta.

Negli anni quelle immagini sono riapparse ciclicamente, ogni volta che in Italia si è tornati a discutere di femminicidi, integrazione o violenza familiare. Ma c’è un dettaglio che colpisce più di altri: Hina appare sempre come una ragazza normalissima. Non c’è nulla di scandaloso in quelle fotografie. Ed è forse proprio questo il cuore della sua storia: la normalità del desiderio che le venne negato.

Voleva lavorare. Voleva amare. Voleva vestirsi come preferiva. Voleva scegliere da sola. Nulla di più.

Vent’anni dopo

Vent’anni sono abbastanza per trasformare una vicenda di cronaca in memoria collettiva. Eppure il caso di Hina Saleem continua a interrogare l’Italia.

Nel frattempo il Paese è cambiato. Le seconde generazioni sono cresciute, il dibattito sull’identità culturale si è evoluto, il termine “femminicidio” è entrato stabilmente nel linguaggio pubblico. Ma restano aperte molte domande. Quante ragazze, ancora oggi, vivono il conflitto tra aspettative familiari e libertà personale? Quante subiscono controlli, minacce, ricatti emotivi nel silenzio delle case? E quanto è difficile riconoscere la violenza quando si presenta come protezione, tradizione o amore?

A ridosso del ventennale della tragedia, il dibattito pubblico e giuridico in Italia è tornato a focalizzarsi con forza sulla tutela delle giovani donne nate o cresciute in contesti familiari radicalizzati. Le novità degli ultimi due anni riguardano l’inasprimento e l’applicazione più stringente delle tutele penali (frutto del Codice Rosso) per i reati di costrizione al matrimonio e l’estensione dei programmi di protezione protetta per le ragazze che denunciano minacce familiari dello stesso tipo subito da Hina. La cronaca recente (tra cui i riflessi giudiziari di casi analoghi come quello di Saman Abbas) ha riacceso i riflettori sulla necessità di canali di accoglienza immediati nelle scuole e nelle province, consacrando definitivamente la figura di Hina Saleem non più come un isolato fatto di cronaca nera, ma come il primo, storico spartiacque normativo e culturale nella lotta al patriarcato d’importazione e ai matrimoni forzati in Italia.

La storia di Hina continua a sopravvivere proprio perché parla di questo. Non soltanto di un omicidio. Ma della paura che alcune società — e talvolta alcune famiglie — provano davanti all’autonomia femminile.

Il silenzio del giardino

A distanza di vent’anni, la scena che resta più difficile da dimenticare è forse quella dell’orto dietro casa. Un piccolo pezzo di terra qualunque. Un giardino come tanti. E sotto quella terra il corpo di una ragazza che aveva cercato soltanto di vivere la propria età.

Nelle cronache di quei giorni c’erano dettagli durissimi: la fuga dei parenti, le valigie pronte, il lenzuolo bianco, il fidanzato che continuava a cercarla. Ma col passare del tempo, oltre l’orrore, è rimasta soprattutto la percezione di una vita spezzata troppo presto.

Hina Saleem aveva vent’anni. Un’età in cui normalmente si immagina il futuro. Lei invece divenne il simbolo di una battaglia che non aveva scelto di rappresentare. E forse il modo più giusto per ricordarla, vent’anni dopo, è proprio questo: non trasformarla soltanto in un caso giudiziario o sociologico. Ma restituirle, almeno attraverso la memoria, ciò che le venne tolto.

La possibilità di essere semplicemente una ragazza libera.

Ricordando sempre i versi di De André ” Credevano a un altro diverso da te
E non mi hanno fatto del male”.

 Riproduzione riservata ©