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Spartacus, il film controcorrente di un uomo libero

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di VINCENZA D’ONGHIA

Il 5 febbraio scorso si è spento all’età di 103 anni il grande attore americano Kirk Douglas, uno degli ultimi simboli dell’Età d’Oro di Hollywood. Nato nel Dicembre del 1916 ad Amsterdam, nello stato di New York, apparteneva ad una poverissima famiglia di ebrei bielorussi scampati alle persecuzioni zariste e, per tutta l’ infanzia, lottò strenuamente per uscire dalla propria condizione svolgendo decine di lavori mentre proseguiva brillantemente gli studi. Riuscito a laurearsi in Lettere dopo aver pregato il Rettore dell’Università di ammetterlo pur non avendo mezzi economici mostrandogli un elenco di menzioni di merito ottenute al liceo e offrendosi come custode e giardiniere, frequentò in seguito la prestigiosa Accademia di Arte Drammatica di New York grazie ad una borsa di studio ottenuta per lo straordinario talento nella recitazione dimostrato sin dall’infanzia e che gli aprirà la strada ad una luminosa carriera. Tuttavia, ciò di cui Kirk Douglas andava maggiormente fiero era il fatto di aver prodotto e interpretato nel 1960, con la sua società Bryna (dal nome della madre che aveva promesso di far risplendere a caratteri cubitali), Spartacus, un film che aveva rotto la famigerata “lista nera” di Hollywood, ossia quel meccanismo che impediva ingaggi per attori, sceneggiatori, registi e musicisti sospettati di simpatie comuniste e, quindi, di attività antiamericane. La lista comprendeva alcuni dei più fini e stimati intellettuali americani, i quali si trovarono ad affrontare un anno di detenzione, l’ostracismo dell’industria cinematografica e l’umiliazione di poter scrivere e lavorare solo con degli pseudonimi. Kirk Douglas insistette per avere come sceneggiatore del suo celebre film sul riscatto sociale e il desiderio di libertà, Dalton Trumbo, uno dei più discussi personaggi della “lista nera”, e quasi gli impose di utilizzare il suo vero nome anziché lo pseudonimo di Sam Jackson.

Spartacus, tratto da un controverso romanzo di Howard Fast, è un film sui generis nel filone dei colossal di ambientazione antica. L’elemento storico di base è la vicenda dello schiavo trace Spartaco che guida una rivolta nella scuola dei gladiatori del lanista Lentulo Batiato e, dai pressi di Capua, marcia con un esercito di uomini fuggiti dalla schiavitù con le loro famiglie e raccolti in tutto il Meridione, attraverso l’Italia fino a far tremare la Roma del 70 a.C. circa. La rivolta, nota come terza guerra servile, sarà sedata dall’intervento dell’esercito romano comandato da Marco Licinio Crasso, uno degli uomini più ricchi e ambiziosi dell’antichità, e i superstiti saranno crocifissi lungo la via Appia. Plutarco ci tramanda un breve ritratto di questo personaggio definendolo un uomo di grande forza fisica ma “dotato di una intelligenza e dolcezza insolite per la sua condizione e più greco di quanto si credesse”, una personalità poliedrica che la recitazione di Kirk Douglas ci consegna in maniera convincente, alternando aggressività, brutalità e violenza a profonda umanità e sensibilità, specie nel delicato rapporto con l’amata Varinia, una schiava bellissima e altera, fedele compagna e madre di suo figlio, interpretata da una splendida Jean Simmons. Siamo quindi di fronte ad un eroe laico, precedente al Cristianesimo, un uomo semplice ma animato dal principio della libertà individuale e della solidarietà sociale. La Roma tardo-repubblicana, avvelenata dalla corruzione di una politica non proprio trasparente e specchio inquietante degli Stati Uniti dei primi anni ’60 e, purtroppo, della situazione attuale in numerosi paesi, è incarnata dai monumentali personaggi interpretati da veri e propri mostri sacri del teatro e cinema britannico, ognuno dei quali lasciò un’impronta talmente forte sui dialoghi e l’intera struttura del film che il pur grande regista Stanley Kubrick, subentrato dopo circa due settimane a Tony Mann, non riuscirà mai a sentirlo completamente suo. Charles Laughton impersona Sempronio Gracco, senatore patrizio vicino alla fazione popolare che affronta con dignità la morte davanti alla vergogna dell’esilio, abile politico, sornione e disilluso nei suoi insegnamenti ad un giovane Giulio Cesare, cui dà il volto da John Gavin, ambizioso ma già prudente e diplomatico. Un meraviglioso Peter Ustinov, che si aggiudicherà l’Oscar come Migliore Attore non protagonista per questo ruolo, interpreta un Lentulo Batiato dalle mille sfaccettature, il quale saprà riscattarsi da una vita di avido opportunista senza scrupoli, con delle azioni in cui egli stesso intravede “un barlume di dignità”. Ma è sicuramente il Crasso interpretato da Laurence Olivier, ideale antagonista di Spartaco, l’emblema della società Romana assetata di dominio e ricchezza che rimane nell’immaginario del pubblico: un uomo tormentato e fondamentalmente solo, dallo smisurato desiderio di possesso e potere, immensamente ricco ma perennemente insoddisfatto, che ama Roma ma ancora di più la propria ambizione, sensuale e perversamente affascinante, una specie di Scarpia del mondo antico che atterrisce e seduce al tempo stesso.

La lungimiranza e la libertà intellettuale di Kirk Douglas sono anche dimostrate dalla sfida che l’attore, in veste di produttore, lanciò al rigido codice di censura americano Hays, ancora imperante all’epoca della lavorazione del film, e non solo per le scene di nudo in penombra e sotto uno specchio d’acqua di Jean Simmons, ma anche per una scena che fu effettivamente tagliata e reinserita dopo il restauro a distanza di più di 30 anni. Si trattava di una scena, magistralmente interpretata, a sottile allusione omosessuale, in cui Crasso cerca di sedurre il suo schiavo personale Antonino interpretato da Tony Curtis, un giovane siciliano colto e bellissimo, che, turbato dal particolare interesse del padrone nei suoi confronti, fuggirà per unirsi all’armata di Spartaco, divenendone il segretario e l’amico fraterno. Anche la scena della crocifissione dei superstiti della battaglia creò delle polemiche all’epoca perché ritenuta irriverente nei confronti del supplizio di Cristo. Tuttavia, l’estrema violenza nei combattimenti e la crocifissione come pena capitale erano tipiche del mondo antico, così come l’omosessualità e la bisessualità erano molto diffuse nella società romana, ed era quindi giusto che, nonostante la società dei primi anni ’60 fosse ancora molto improntata al puritanesimo, il pubblico fosse abituato a proiettarsi nella mentalità dell’epoca storica rappresentata nel film.

Tutto ciò rappresenta solo una parte delle motivazioni che rendono Spartacus un film che ancora oggi ha molto da dire allo spettatore, anche se la sua grandezza, per citare lo stesso Douglas, sta fondamentalmente nei suoi protagonisti, una moltitudine di uomini, donne e bambini emarginati, considerati merce di scambio, senza dignità, senza il diritto di esistere come individui, che, grazie al coraggio di un idealista, scoprono all’improvviso di essere persone, di meritare un loro posto nel mondo e nella società e, soprattutto, di essere liberi. Anche se il potere militare di Roma li sconfiggerà, l’essenza di quello per cui hanno combattuto rimane viva e nulla può essere come prima proprio perché quegli uomini hanno acquisito consapevolezza del proprio valore come esseri umani. In un mondo come quello degli anni ’60, da appena 15 anni uscito dal buio periodo delle dittature e dell’Olocausto, e in cui ancora molti uomini lottavano per i diritti civili, Spartacus ha veicolato un messaggio di libertà e possibilità di riscatto, un messaggio che anche oggi, quando la memoria sembra affievolirsi e la volontà di sopraffazione di alcuni uomini su altri si fa sempre più minacciosa, dobbiamo sforzarci di tenere a mente.


Immagine I: Una delle locandine di “Spartacus” con le effigi degli interpreti principali su delle monete romane.

Fonti Bibliografiche

1)       Plutarco, Vite parallele: Nicia e Crasso, a cura di Luciano Canfora e Albino Garzetti, traduzione di Daniela Manetti, BUR, Milano 1991

2)       Ciment M, Passek JL, Dizionario del Cinema Americano, alla voce “Kirk Douglas”, Ed. Italiana a cura di Enrico Lancia,

3)       Lancia E., I premi del Cinema 1927-1990, Gremese Editore, Roma 1991

4)       Spoto D., Laurence Olivier: a biography, Fontana (HarperCollins), London 1992

Informatico, sindacalista, appassionato di politica e sportivo