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31 Agosto 2026

Kiev, tre notti sull’anello logistico

Analisi strategica della logistica ucraina, del fronte del Donbass e delle dinamiche geopolitiche

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Il deposito di Mila, la visita di Ratcliffe a Mosca, il briefing austriaco sugli intercettori

Aree di crisi nel mondo, n. 299 — 30 agosto 2026

di Stefano Orsi

Una geometria, non un’escalation

Il ministero della Difesa ucraino riferisce che nella notte fra il 28 e il 29 agosto la difesa aerea ha intercettato 233 droni su 267 lanciati, e segnala l’impiego di almeno un missile antinave P-800 Oniks e di un balistico Iskander-M. Il ministero della Difesa russo riferisce di aver colpito depositi e strutture legate alla produzione dei droni che l’Ucraina impiega negli attacchi in profondità. Le due dichiarazioni non si contraddicono.

Una percentuale di intercettazione alta non dice nulla sul risultato, perché il risultato dipende da cosa passa. Quello che è passato ha lasciato tracce verificabili in modo indipendente dalle due comunicazioni: anomalie termiche rilevate dai satelliti della NASA su almeno quattro diversi depositi logistici a sud-ovest di Kiev, traffico interdetto in entrambe le direzioni sull’autostrada M06, incendi ancora attivi la mattina successiva.

L’attacco è il terzo di una sequenza che comincia nella notte fra il 26 e il 27 agosto. Presa nel suo insieme, quella sequenza ha una geometria leggibile. La prima ondata colpisce il settore sud-orientale dell’agglomerato, la fascia fra Borispol e Velikaya Aleksandrovka, con un impiego stimato di circa 300 droni e 20 missili balistici: magazzini, snodi logistici, rete di distribuzione commerciale della regione. La seconda, il 27, si sposta sul settore sud-occidentale, l’area di Vishnevoe e degli abitati immediatamente a ovest — stessa categoria di bersaglio, stesse anomalie termiche di grandi dimensioni. La terza, quella fra il 28 e il 29, si sposta a ovest: l’asse Kapitanovka-Dmitrovka-Mila lungo l’autostrada per Zhitomir, e Petropavlovskaya Borshchagovka alla periferia occidentale immediata della città, dove è stato colpito un polo di magazzini e capannoni.

Sud-est, sud-ovest, ovest. In tre notti la campagna ha percorso l’anello esterno dell’agglomerato in senso antiorario, colpendo ogni volta la stessa categoria di obiettivo. Non è una campagna contro la capitale: è una campagna contro la cintura logistica della capitale, condotta settore per settore.

Il deposito di Mila

L’obiettivo della terza ondata è il caso più istruttivo della settimana. Nei filmati diffusi dalla serata del 28 si vedono detonazioni secondarie prolungate, con proiettili e razzi che partono in aria dal sito colpito. Non è l’effetto di un’arma: è l’effetto di ciò che era stivato lì dentro, cioè un deposito di munizioni d’artiglieria e razzi. L’incendio è durato l’intera giornata e i vigili del fuoco non lo hanno domato nemmeno nella notte.

Il bilancio, aggiornato dal governatore della regione di Kiev Tymur Tkachenko e ripreso dalle agenzie, è di 37 morti, 42 feriti fra cui quattro bambini, oltre 380 persone evacuate e circa 50 fra edifici residenziali e case danneggiati, compresa una casa di riposo. La regione ha dichiarato il 30 agosto giornata di lutto. Il presidente Zelensky ha confermato la detonazione su vasta scala di proiettili, mine e droni nel sito, ha ricordato che le munizioni non vanno custodite vicino ad aree abitate e ha annunciato che chi ha preso quella decisione dovrà risponderne.

È il punto che i bollettini non mettono in fila. Il deposito si trovava a pochi chilometri dalla capitale, accanto a un’autostrada di primo livello e adiacente a un’area residenziale. Le 50 case danneggiate non sono state colpite: sono state investite dalle detonazioni secondarie del deposito che avevano accanto. Una scelta di dislocamento è un debito che si paga tutto insieme, il giorno in cui il sito viene individuato — e la dichiarazione del presidente ucraino, che apre una linea di responsabilità interna, è il riconoscimento più netto di quel meccanismo arrivato finora da Kiev.

Il ministero della Difesa russo ha accompagnato la propria comunicazione con una formula: i droni Geran avrebbero distrutto il «nido dei Flamingo». La formula è essa stessa la notizia, quindi va attribuita e smontata, non cancellata. «Flamingo» è la designazione del missile da crociera FP-5 prodotto da Fire Point, la stessa azienda del drone d’attacco FP-1. Rivendicare il «nido» significa rivendicare non un deposito qualsiasi, ma un nodo della catena produttiva del sistema d’arma su cui Kiev ha costruito buona parte della propria comunicazione degli ultimi mesi. Il fatto accertato è la distruzione di un deposito di munizioni con detonazioni secondarie di lunga durata.

Un elemento di contesto regge da solo. Il 24 luglio, poco più di un mese fa, la stessa porzione occidentale della regione di Kiev era stata colpita con missili Iskander mentre vi si teneva una riunione fra rappresentanti occidentali e il complesso militare-industriale ucraino sul tema dei droni e delle nuove tecnologie. Stesso quadrante, stesso tipo di bersaglio, a un mese di distanza. Chi conduce questa campagna dispone di una mappatura di quel quadrante che non si costruisce in tre giorni.

L’avviso consolare

Il 29 agosto l’ambasciata degli Stati Uniti a Kiev ha diffuso un avviso ai cittadini americani: non recarsi in Ucraina, prepararsi a partire immediatamente, rispondere agli allarmi aerei, predisporre un piano di evacuazione personale senza contare sull’assistenza del governo statunitense. Il Dipartimento di Stato ha portato il Paese al livello 4, «do not travel», il massimo della scala.

Un avviso consolare è un atto amministrativo con una funzione precisa: limitare la responsabilità dello Stato verso i propri cittadini. Da qui alla previsione di un attacco specifico in una notte determinata il passaggio non è automatico, e non va fatto. Quello che l’atto documenta è che l’amministrazione americana ritiene la situazione tale da non poter garantire assistenza ai propri cittadini nel Paese. Detto da chi ha l’ambasciata aperta e funzionante a Kiev, è una valutazione che vale per sé.

Perché le due campagne non sono lo stesso atto

Nella stessa notte le forze ucraine hanno impiegato 370 droni contro il territorio russo; il ministero della Difesa russo riferisce di averne intercettati 313. La direttrice principale era la regione di Rostov: risultano colpiti un magazzino della catena di elettronica DNS ad Aksay e, secondo fonti ucraine, un magazzino della catena alimentare Chizhik a Leninskoye. Il governatore Yuri Slyusar riferisce di sette feriti, fra cui due bambini, e di due edifici residenziali danneggiati nel distretto Proletarsky di Rostov sul Don dalla caduta di frammenti. Nella stessa finestra la campagna ucraina ha continuato a lavorare su raffinerie e infrastruttura energetica, con alcuni impianti fermi.

Le due campagne contro la logistica civile non sono simmetriche, e la ragione è tecnica, non morale. La produzione di droni ucraina è dispersa su micro-laboratori in appartamenti privati e usa la rete privata di corrieri e commercio elettronico come strato di raccolta e movimentazione: quella rete è un anello della catena produttiva d’arma. La rete di magazzini commerciali russa non ha quella funzione. Colpire l’una e colpire l’altra sono due atti che hanno la stessa forma e due significati militari diversi — e la distinzione, come si vedrà, non nasce in ambiente russo.

Sul fronte marittimo la campagna portuale prosegue senza interruzioni. Fra il 26 e il 28 agosto sono stati colpiti 24 magazzini nei porti di Odessa e Cernomorsk, le infrastrutture di scarico di Reni sul Danubio, il porto di Yuzhny con missili da crociera supersonici Oniks e, a Izmail, un deposito di automezzi. Quattro scali in tre notti, con il corridoio fluviale rumeno dentro il perimetro. L’elemento che conta più delle banchine è l’energia: una gru distrutta si sostituisce, una rete elettrica a terra ferma l’intero scalo. È il pezzo di guerra che quasi tutte le rassegne trascurano, perché non produce immagini spettacolari. Produce ritardi.

Il fronte: il problema non è la velocità, è la profondità

Il dato più significativo del periodo non è quanto avanzano le unità russe, ma il rapporto fra tempo e spazio nella riduzione delle città fortificate.

A Druzhkovka le truppe d’assalto hanno preso il controllo di tutte le strade in ingresso e sono emerse alle spalle delle posizioni ucraine, a Sirotino e nella zona industriale meridionale. Città di quelle dimensioni, fino a un anno fa, richiedevano mesi: Bakhmut ne richiese dieci. Il metodo non è cambiato — artiglieria, bombe plananti con modulo di guida, droni d’attacco, fanteria d’assalto in infiltrazione — e la geometria del terreno nemmeno. È cambiata la profondità della difesa. Quando una posizione fortificata cade in un settimo del tempo che serviva prima, la variabile non è il volume di fuoco: è che dietro la prima linea non c’è la seconda.

Nella stessa giornata il ministero della Difesa russo ha annunciato il controllo di due abitati sull’asse Dobropolie-Druzhkovka, Novoandreevka e Rubezhnoe. I due annunci non hanno lo stesso peso documentale: su Rubezhnoe circolano filmati dal posto, compreso l’alzabandiera, e riprese dello svolgimento degli scontri; su Novoandreevka esiste per ora soltanto il comunicato. Il criterio di trattamento è il riscontro, non la provenienza. Il significato dei due abitati sta nel varco: fra Dobropolie e Druzhkovka resta una sacca con una rete densa di fortificazioni, e se quel varco si chiude ne esce un appoggio consolidato sull’asse stradale T-0514, da cui le direzioni di attacco possibili si aprono a ventaglio. La direzione che conta è nord-ovest, verso lo spazio operativo in cui non ci sono più linee fortificate successive da ridurre una per una. Nulla di tutto questo è ancora avvenuto, e va detto con chiarezza; ma la sequenza è coerente con quello che si osserva da settimane.

Su Kostiantynivka continuano a circolare descrizioni della città come contesa. Il 26 agosto gli assalti si sviluppavano lungo l’asse Kostiantynivka-Illinivka-Novoselovka-Rusin Yar-Novoe Shakhovo con obiettivo Nikolaypolye: località che stanno tutte a nord-ovest della città, alcune a 20 km di distanza. Un asse d’attacco che parte da un abitato e si sviluppa per 20 km oltre non è compatibile con quell’abitato conteso alle proprie spalle, perché la logistica di quell’asse passa da lì. Non è una questione di chi lo annuncia: è una questione di dove si può far transitare il rifornimento.

Sull’insieme del Donbass la struttura dell’offensiva estiva è a doppia tenaglia sulla cintura fortificata Kostiantynivka-Slavyansk: braccio nord attraverso Liman, braccio sud attraverso Kostiantynivka, più una spinta profonda da Dobropolie verso nord per tagliarne le vie di rifornimento. La lettura non è di parte russa soltanto: è stata indicata negli stessi termini da parte ucraina, con l’osservazione che l’autostrada Izium-Slavyansk è già impraticabile. Negli altri settori, Kremennaya resta il punto che tiene meglio, con isolati recuperati da un contrattacco ucraino e una difesa sostenuta dagli operatori di droni sulla riva destra del Donets; su Slavyansk la pressione lavora sulle periferie settentrionali e orientali, nella zona di Nikolaevka; oltre Chasov Yar il fianco destro del raggruppamento russo si è incuneato fino alle periferie di Raiskoe.

Nel settore di Karkov si combatte a Kazachya Lopan, e presso Velikiy Burluk i contrattacchi ucraini per allentare la pressione su una sacca in formazione non hanno prodotto risultati apprezzabili. Su Dvurechnaya avanzate di 200-300 metri e il controllo di 4 km². Se la resistenza a Dvurechnaya cede e le unità russe raggiungono le periferie di Prikolotnoe o Nefedovka, l’accerchiamento della sacca settentrionale si chiuderebbe su oltre 20 insediamenti. Kupyansk resta in stallo posizionale: nessuna delle due parti fornisce dati aperti sul controllo del settore, e in assenza di dati non si riempie il vuoto con una stima.

A Sumy il gruppo di forze «Nord» ha annunciato il controllo completo di Khrapovshchina, sul secondo strato difensivo della città. Le unità russe hanno attraversato il confine di Stato in tre o quattro nuovi punti e stanno costruendo per profondità successive la fascia di sicurezza annunciata a suo tempo da Mosca; l’avanzata riferita nell’ultima settimana è di 3-4 km su alcuni settori, con un secondo asse aperto nella fascia boscosa a nord di Yunakovka in movimento verso ovest. L’obiettivo operativo è il controllo dell’asse stradale che scende da Glukhov verso sud-est. Il compito immediato è più ristretto: a nord di Khrapovshchina resta una sacca non ridotta, e finché quei boschi non sono sotto controllo i due appoggi costruiti a nord e a nord-est di Sumy restano separati. Se quella sacca viene chiusa, le unità russe sbucano in uno spazio operativo su terreno boscoso denso e i gruppi di ricognizione e sabotaggio si troverebbero a 10-15 km dalla città. Per la prima volta dall’inizio del conflitto un capoluogo regionale ucraino entrerebbe nel raggio di un’operazione di presa e non di bombardamento. La prudenza va applicata alla distanza: 10-15 km in terreno boscoso, contro una difesa che ha ancora libertà di manovra sulle retrovie, non sono 10-15 km in steppa aperta. Il fattore che decide non è la distanza, è la disponibilità di riserve ucraine per tappare il settore in tempo.

A Zaporoje le truppe d’assalto hanno completato la bonifica delle posizioni a ovest di Novodanilovka e spinto le unità ucraine fuori da Malaya Tokmachka, allargando il fronte di pressione su Orekhov; l’assalto diretto alla città procede più lentamente, mentre le posizioni lungo la strada di rifornimento Orekhov-Zaporoje vengono demolite dalle bombe plananti. Il fatto nuovo è però un altro, ed è il più interessante del periodo dal punto di vista tattico. Le autorità ucraine hanno dichiarato l’evacuazione obbligatoria dei bambini in nove villaggi del distretto di Zaporoje sulla riva destra — fra cui Belenkoe, Lisa Gora, Velikaya Belozerka, Novotroitskoe — con un piano su 30 giorni. Un’evacuazione obbligatoria distribuita su un mese non è una misura di protezione da bombardamento: è una misura che si prende quando si valuta che quel terreno possa diventare linea del fronte.

La spiegazione è arrivata da parte ucraina. Secondo quanto riferito da fonti di Kiev e ripreso dal New York Times, le forze russe stanno usando il letto prosciugato del bacino di Kakhovka per avanzare verso Zaporoje; i soldati ucraini descrivono il fondo dell’ex bacino come una giungla infestata da zanzare in cui l’erba alta impedisce di distinguere il nemico dal compagno e i droni faticano a penetrare la vegetazione, e riferiscono la presenza di centinaia di militari russi già stazionati all’interno. Dopo il crollo della diga nel giugno 2023 il bacino ha smesso di essere una barriera d’acqua di 80.000 ettari ed è diventato un corridoio: pessimo — niente strade, niente copertura dal calore, niente possibilità di far passare mezzi pesanti — ma con una proprietà che nessun altro asse di questo fronte possiede. Su tutta la linea di contatto la saturazione di droni ha prodotto una kill zone continua che impedisce a entrambe le parti di concentrare forze e muoverle; nel letto del bacino la vegetazione alta neutralizza la ricognizione ottica, e chi ci si infila accetta condizioni ambientali durissime in cambio dell’unica cosa che oggi vale più di tutto: non essere visto. La direttrice è nord-ovest, verso l’area evacuata, e l’obiettivo coerente con quella direttrice è la parte occidentale della città di Zaporoje, cioè il taglio delle linee di rifornimento da ovest anziché l’assalto frontale da est attraverso il Konka. Alcune fonti descrivono invece una concentrazione di forze il più vicino possibile al Dnepr, con l’ipotesi di un attraversamento del fiume: sono due operazioni molto diverse, perché un’infiltrazione di fanteria su terreno coperto non richiede mezzi da ponte, artiglieria di supporto e dominio del fuoco sulla riva opposta. Di quei preparativi, al momento, non ci sono immagini.

Ratcliffe a Mosca: quattro versioni per un solo viaggio

In quarantotto ore si sono sovrapposte quattro ricostruzioni della missione del direttore della CIA John Ratcliffe a Mosca. Il metodo utile non è sceglierne una, ma ordinarle per verificabilità.

La prima, del Wall Street Journal, attribuisce a fonti anonime occidentali un avvertimento americano a non attaccare Paesi NATO, sulla base di nuove valutazioni dell’intelligence, e presenta l’ipotesi come un tentativo russo di saggiare la determinazione dell’Alleanza. Su quella formula conviene tenere la mano ferma: «saggiare la determinazione» non è una categoria analitica, perché dà per acquisito l’intento che dovrebbe essere dimostrato, e una volta accettata qualunque movimento — un’esercitazione, un volo, una consegna di mezzi — diventa la prova di sé stesso. Il resto della notizia regge anche senza.

La seconda è la più solida e arriva da canali iraniani: secondo due funzionari di Teheran a conoscenza del briefing con cui Mosca ha informato l’Iran, gli Stati Uniti avrebbero chiesto alla Russia di esercitare pressione perché venga ripristinata la navigazione nello Stretto di Hormuz, avvertendo che in caso contrario banche, operatori commerciali e compagnie di trasporto russe legate al petrolio e al settore aeronautico iraniani finirebbero sotto sanzione nel quadro di un’operazione denominata Economic Outcast; la risposta russa, nella stessa ricostruzione, sarebbe stata che le misure minacciate hanno importanza limitata. La catena va detta per intero — fonte iraniana che riferisce di un briefing russo su un colloquio americano — ma l’elemento ha una specificità che le altre versioni non hanno: non una richiesta generica di ridurre il sostegno all’Iran, bensì un oggetto operativo preciso e una leva sanzionatoria già confezionata e con un nome. Restringe la ricostruzione di Politico invece di contraddirla.

La terza è la versione russa. Lavrov colloca la visita nelle normali interazioni fra servizi di intelligence — la stessa formula usata da Naryshkin, che ha ricordato i precedenti incontri con i direttori della CIA a Istanbul — smentisce che vi sia stato un ultimatum russo il 14 agosto sugli attacchi alle infrastrutture e rovescia la direzione del colloquio: sarebbe stata Mosca a chiedere spiegazioni sul perché l’amministrazione Trump continui a fornire finanziamenti, armi e dati di intelligence a Kiev, dopo aver definito quella «la guerra di Biden» in campagna elettorale. Le due ricostruzioni non sono conciliabili nel tono; lo sono nella sostanza, come un incontro in cui ciascuna parte ha portato la propria lista.

La quarta, del New York Times, propone un movente diverso da tutti gli altri: la preoccupazione dell’intelligence americana che Putin non riceva dai propri collaboratori una valutazione accurata dell’andamento della guerra. È la meno verificabile delle quattro, perché nessuna delle due parti confermerà mai una cosa simile, e l’unica circostanza osservabile — la brevità del soggiorno — si presta a letture opposte.

Tre delle quattro versioni poggiano su fonti americane anonime. Non è per forza contraddizione: chi dirige un’agenzia di intelligence e vola a Mosca porta più di un punto in valigia. Ma quando le fonti anonime di un solo Paese producono quattro versioni in due giorni, la cosa onesta da dire è che il contenuto dell’incontro non è pubblico e tutto il resto è ricostruzione. Sul seguito, il quadro è altrettanto diviso: Budanov, capo dell’intelligence militare ucraina, annuncia per settembre un incontro fra rappresentanti di Russia, Stati Uniti e Ucraina e auspica l’avvio di negoziati nel mese successivo; Peskov, nelle stesse ore, nega qualsiasi telefonata Putin-Trump in programma e dichiara i negoziati sospesi. La contraddizione non implica che una delle due parti menta: può riflettere canali paralleli non coordinati, o un’esplorazione senza mandato.

Hormuz, da blocco militare a regime di pedaggio

La richiesta su Hormuz, se è quella riferita, è arrivata mentre Teheran chiudeva la partita in senso opposto. Iran e Oman hanno annunciato un’intesa sulla ripartizione dei proventi del traffico marittimo nello Stretto, negoziata per circa un mese e resa pubblica dal Corpo delle guardie della rivoluzione islamica dopo il colloquio a Teheran fra Araghci e Albusaidi: quote per ciascun Paese e una rotta provvisoria che, nella versione iraniana, sostituisce quella tracciata al largo delle coste omanite e proposta dagli americani. La dichiarazione che accompagna l’annuncio è che se Washington non accetta le condizioni iraniane lo Stretto non sarà aperto in nessuna circostanza.

A Mosca sarebbe stato chiesto di consegnare una cosa che Mosca non possiede, mentre chi la possiede la stava trasformando da blocco militare in regime di pedaggio condiviso. Una chiusura che genera reddito e che si istituzionalizza è molto più difficile da smontare di una chiusura che costa.

Gli effetti sono già misurabili, e riguardano direttamente l’Europa. Secondo Reuters, le esportazioni qatariote di gas naturale liquefatto sono crollate del 96% dopo la chiusura di fatto dello Stretto: 18 partite contro le 509 dell’anno precedente, circa 24 miliardi di dollari di mancate entrate, compensati solo in parte dall’aumento dell’export americano. Gli stoccaggi europei di gas sono ai minimi storici per questo periodo dell’anno. È il collegamento che il dibattito continentale tende a tenere separato: la partita del Golfo e il prezzo che le famiglie europee vedranno in bolletta a gennaio sono lo stesso dossier.

Il testo-sistema di Lavrov

L’intervista rilasciata in questi giorni dal ministro degli Esteri russo mette in un solo testo la posizione di Mosca su quasi tutti i dossier aperti, ed è utile leggerla come un sistema.

Il quadro storico colloca la rottura con l’Occidente nel passaggio Eltsin-Putin fra il 1999 e il 2000 e nel discorso di Monaco del 2007: la Russia avrebbe accettato il paradigma liberale negli anni Novanta, con esperti occidentali dentro le riforme e le privatizzazioni, per poi rifiutare il ruolo di attore docile che la teoria unipolare le assegnava. Sulla NATO, Lavrov costruisce una catena di quattro anelli: le assicurazioni verbali sul non allargamento in cambio della riunificazione tedesca, con richiamo alle memorie dell’ex ambasciatore americano Jack Matlock; l’impegno scritto del vertice OSCE di Istanbul del 1999 sulla sicurezza indivisibile; il tentativo russo del 2008 di trasformare quei principi in un accordo giuridicamente vincolante, lasciato cadere; la proposta di trattati del dicembre 2021, respinta. La ricostruzione ha valore diplomatico, non giuridico — le assicurazioni verbali non vincolano nessuno — ma serve a sostenere la tesi della mancanza di buona fede della controparte.

Sull’Ucraina il ministro fissa tre date: il 21 febbraio 2014, quando l’accordo garantito dai ministri degli Esteri di Germania, Francia e Polonia venne superato il giorno seguente senza che i garanti ne chiedessero il ripristino; Minsk, con le dichiarazioni successive di Merkel, Hollande e Poroshenko sul tempo guadagnato per armare l’Ucraina; l’aprile 2022 di Istanbul, con l’intesa fermata dopo il viaggio di Boris Johnson a Kiev. La cronologia serve a sostenere che i negoziati non possono ripartire da zero e che Mosca non accetta più tregue temporanee, ma solo un accordo completo e di lungo periodo — con critica esplicita all’ipotesi di forze di stabilizzazione europee.

Due i canali diplomatici attivi citati: il Vaticano, con l’incontro con l’arcivescovo Paul Richard Gallagher e il riferimento al ruolo del cardinale Zuppi, disponibile a facilitare in modo depoliticizzato questioni umanitarie e scambi di prigionieri; e appunto la CIA. Sul dossier tecnologico Lavrov descrive una divisione in blocchi che non è più solo militare: da una parte Pax Silica, iniziativa a guida americana per il controllo dell’intera filiera dell’intelligenza artificiale con l’obiettivo dichiarato di contenere la Cina; dall’altra la proposta cinese di un’Organizzazione mondiale sull’IA, di cui la Russia è membro fondatore e che conta già 38 Paesi.

La parte che pesa di più, per chi guarda ai prossimi mesi, è quella sul vicino estero. Sull’Armenia il ministro porta i numeri — interscambio sopra i 6 miliardi di dollari negli ultimi tre anni, 12 miliardi l’anno scorso, risorse energetiche fornite a prezzi tre o quattro volte inferiori a quelli europei — e fa un paragone esplicito con l’Ucraina del 2013-2014: l’adesione armena all’Unione Europea significherebbe aprire i confini alle merci europee e smontare l’Unione Economica Eurasiatica, e in quel caso la Russia chiuderebbe i propri confini per proteggere il proprio spazio tariffario. Denuncia poi l’interferenza europea nei processi elettorali di Armenia e Moldavia e legge l’arresto dell’ex presidente Robert Kocharyan e di suo figlio come parte di una resa dei conti contro chi difende il legame con Mosca. È un avvertimento, ed è formulato come tale.

Il controllo esterno: il briefing dell’Accademia militare austriaca

Quando un’analisi nasce da fonti aperte, il rischio non è sbagliare un dato: è costruire un impianto coerente che nessuno dall’esterno conferma. Serve periodicamente un termine di confronto indipendente, possibilmente ostile alla propria cornice.

Il colonnello di stato maggiore Markus Reisner, direttore di istituto all’Accademia militare austriaca di Wiener Neustadt, ha tenuto in questi giorni un briefing intitolato All In. È un ufficiale in servizio di un Paese neutrale, la sua tesi di fondo è che l’iniziativa strategica sia tornata all’Ucraina, e parla davanti a una telecamera istituzionale.

La parte più solida del briefing riguarda gli intercettori. Reisner mostra un balistico nordcoreano KN-23 che impatta al centro di Kiev senza reazione della difesa e descrive un quadro di esaurimento dei missili Patriot, arsenali europei sostanzialmente vuoti e disponibilità americana a cederne altri prossima allo zero, con Zelensky che dichiara di aver bisogno di 300 missili in sei mesi. I riscontri indipendenti nella stessa finestra convergono: nella notte del 1° agosto su Kiev sono stati abbattuti 154 droni su 185, l’83%, ma un solo balistico su 27; le consegne alleate di missili antiaerei nel 2026 sono un terzo di quelle del 2025; le scorte americane di intercettori PAC-3 MSE risultano scese da oltre 2.300 a circa 800 per l’impiego contro l’Iran. Il tasso di intercettazione disaggregato contro i balistici, intorno al 6% a luglio, è oggi vicino a zero.

Da qui Reisner passa alla competizione fra teatri, collega esplicitamente il fronte iraniano e quello ucraino e conclude che l’arsenale americano di missili per la difesa aerea è talmente basso da configurare una crisi della difesa aerea degli stessi Stati Uniti. È la tesi del bacino finito: gli intercettori sono un bene scarso conteso fra due teatri, e ciò che va in Medio Oriente non va in Europa orientale.

Il briefing elenca poi i quattro fattori che rendono possibile la campagna profonda ucraina — dati satellitari e di intelligence americani come base del targeting, Starlink per navigazione e comunicazione, intelligenza artificiale e software di aziende come Palantir con i sistemi Prisma e Maven, linee di produzione e assemblaggio dei droni in Europa — e sono quattro fattori tutti esterni all’Ucraina. Venti minuti dopo, nella stessa presentazione, Reisner pone la domanda giuridica: a che punto si diventa parte di un conflitto? Indica i due criteri cumulativi del diritto internazionale, la connessione diretta degli atti alle ostilità e il grado di cooperazione o coordinamento con la parte assistita, e valuta che il secondo sia già soddisfatto da molti Paesi. Il collegamento fra le due sezioni lo costruisce lui.

C’è poi la dottrina dell’arciere e della freccia: non abbattere il drone in volo, ma distruggere il vettore che lo porta a distanza di lancio; e l’arciere, nella sua ricostruzione, sono gli automezzi civili impiegati per dispiegare i droni contro il territorio russo. Reisner presenta i colpi ucraini sui marketplace russi e quelli russi sui distributori di carburante ucraini come una simmetria di misura e contromisura. Quella simmetria non regge, e a smontarla è il materiale che lui stesso ha mostrato: se la rete di trasporto civile è il vettore che porta l’arma a distanza di lancio, quella rete è un nodo della catena d’arma e colpirla è interdizione. La rete di magazzini commerciali russa non ha quella funzione. Su Kostiantynivka, infine, il briefing non descrive mai la città come contesa: la usa come base di partenza del braccio meridionale della tenaglia. Non lo dice per dare ragione a nessuno; lo dice perché deve descrivere una geometria, e in quella geometria una città contesa non può essere una base di partenza.

Su tre punti il briefing non va seguito. I numeri territoriali — 745 km² liberati dagli ucraini contro 2.200 occupati dai russi nei primi sei mesi del 2026, cioè circa 370 km² al mese — stanno un ordine di grandezza sopra quanto danno i tracker correnti, intorno ai 30 km² al mese, e lo scarto non si chiude nemmeno assumendo che i primi siano dati lordi e i secondi netti: finché non viene indicata la fonte, quelle cifre non si adottano. La licenza Patriot: Reisner dà per acquisita un’autorizzazione americana alla produzione ucraina, con avvio non prima della primavera-estate 2027, mentre a inizio agosto quell’autorizzazione è stata negata dalla parte americana. E infine l’aritmetica missilistica: una produzione russa di balistici e da crociera salita da circa 130 a circa 200 al mese non sta insieme con un impiego di 195 balistici e ipersonici nel solo mese di luglio, più i missili da crociera. O una delle due cifre è sbagliata, o il consumo eccede la produzione attingendo alle scorte. Vale qui la regola che vale per tutti: le cifre di produzione dichiarate si verificano sulle consegne, non sugli annunci, da qualunque parte vengano.

Reisner chiude con una carta rovesciata, in cui Russia, Iran e Cina si difendono da un Occidente che le accerchia e si considerano dalla parte giusta di una guerra giusta. Un ufficiale di stato maggiore di un Paese neutrale che termina un briefing istituzionale invitando a guardare la carta dal punto di vista dell’avversario è, di per sé, un fatto da registrare.

Il filo: le riserve, e il calendario europeo

Sumy, Donbass, Zaporoje convergono su una stessa variabile. La profondità difensiva non si misura in chilometri di trincee, ma in unità fresche disponibili per tappare le brecce: quando una città cade in una settimana invece che in sei mesi, il segnale non riguarda la potenza offensiva di chi attacca, ma l’assenza di quelle riserve alle spalle di chi difende.

È lo stesso filo che lega il terreno alla diplomazia. Il 23 aprile il Consiglio europeo ha finalizzato un prestito da 90 miliardi per il biennio 2026-2027 — 30 di sostegno economico, 60 di assistenza militare — con il rimborso agganciato alle riparazioni di guerra dovute dalla Russia. Il 27 agosto quattro Paesi hanno rilanciato il prestito da riparazione sugli asset immobilizzati, e il 1° e 2 settembre i ministri degli Esteri europei ne discutono per la prima volta in Irlanda; nove ministri della Difesa hanno chiesto alla Commissione di accelerare l’autorizzazione all’acquisto ucraino di Patriot a valere su quel prestito. Da un lato una soglia di sostenibilità militare che si abbassa sul terreno, dall’altro una soglia di sostenibilità politica ed economica che l’Europa dovrà misurare in un inverno con gli stoccaggi ai minimi e il gas del Golfo fuori mercato. Le due soglie stanno convergendo, e la riunione irlandese dice sull’inverno ucraino più di molte mappe del fronte.