30 Agosto 2026
Dopo Colleferro, il Lazio sotto osservazione: la rete strategica che potrebbe finire nel mirino della guerra ibrida
L’esplosione a Colleferro accende i riflettori sulla sicurezza e la resilienza della Difesa nel Lazio

Di Pierdomenico Corte Ruggiero
Il boato di Colleferro ha attraversato la Valle del Sacco in pochi secondi. Poi il fumo, le sirene, i Vigili del fuoco, l’evacuazione e quella domanda che, quasi inevitabilmente, accompagna ogni incidente avvenuto dentro un’infrastruttura legata alla difesa: incidente o qualcosa di più?
L’esplosione del 13 agosto nello stabilimento KNDS Ammo Italy di Colleferro ha riportato improvvisamente sotto i riflettori un tema che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato appartenere soprattutto ai manuali di sicurezza nazionale: la protezione dell’industria strategica italiana da possibili azioni di sabotaggio.
Occorre però partire da una precisazione fondamentale.
Non vi sono, allo stato delle informazioni disponibili, elementi sufficienti per affermare che a Colleferro vi sia stato un sabotaggio. La Procura di Velletri ha aperto un’inchiesta e le prime indicazioni investigative hanno orientato verso l’ipotesi dell’incidente interno. L’eventuale pista dolosa deve dunque essere considerata, allo stato, come un’ipotesi investigativa e non come un fatto accertato.
Ma proprio questa cautela rende la vicenda interessante.
Perché, indipendentemente dalla causa dell’esplosione, Colleferro mostra quanto siano diventate importanti alcune infrastrutture del Lazio nel nuovo scenario europeo della sicurezza.
Una fabbrica che appartiene alla filiera della difesa
Lo stabilimento KNDS di Colleferro non è una realtà industriale qualsiasi.
La sua storia affonda le radici nella lunga tradizione della produzione di munizionamento e propellenti della Valle del Sacco. Oggi lo stabilimento è inserito nel gruppo KNDS Ammo Italy e rappresenta una componente della capacità produttiva nazionale nel settore delle munizioni.
Nel 2025 KNDS Ammo Italy e Agenzia Industrie Difesa hanno sottoscritto un accordo strategico decennale relativo alla produzione e commercializzazione di munizionamento, con particolare attenzione alle esigenze delle Forze armate italiane.
È un elemento che assume un significato particolare dopo l’invasione russa dell’Ucraina.
L’Europa ha scoperto una realtà che per decenni era rimasta in secondo piano: non basta possedere sistemi d’arma moderni. Occorre essere in grado di produrre rapidamente munizioni, componenti e materiali necessari per sostenerli.
La guerra in Ucraina ha trasformato la capacità industriale in una questione di sicurezza nazionale.
E Colleferro si trova esattamente dentro questa trasformazione.
Se non fosse Colleferro, quali sarebbero i settori più delicati?
È qui che il problema diventa molto più grande di una singola fabbrica.
Un’eventuale azione di sabotaggio contro il sostegno italiano all’Ucraina non dovrebbe necessariamente avere come obiettivo diretto un impianto che produce armamenti.
Potrebbe cercare di colpire una delle tante componenti che permettono a quel sistema di funzionare.
È questa la logica della guerra ibrida.
Non necessariamente distruggere.
Rallentare. Interrompere. Confondere. Aumentare i costi. Generare paura.
Il Lazio, sotto questo profilo, presenta una concentrazione particolarmente significativa di capacità strategiche.
La prima linea: l’industria della difesa
Il primo livello è naturalmente rappresentato dall’industria direttamente collegata alla Difesa.
Colleferro è soltanto una parte di un ecosistema molto più ampio.
Roma e il Lazio ospitano infatti importanti attività tecnologiche e industriali legate all’elettronica, alla sensoristica, alla componentistica, ai sistemi d’arma, alle comunicazioni e all’aerospazio.
Uno degli esempi più significativi è il sito romano di MBDA, gruppo europeo specializzato nei sistemi missilistici.
La documentazione dell’azienda identifica il sito di Roma come centro di eccellenza per diverse tecnologie avanzate, tra cui attività relative a seeker, simulazione, integrazione radiofrequenza, software e laboratori elettromagnetici.
Anche Leonardo dispone nel Lazio di importanti capacità tecnologiche.
Sono realtà nelle quali il confine tra settore civile e militare diventa sempre più sottile.
Un laboratorio che sviluppa una tecnologia utilizzabile nel settore civile può produrre componenti fondamentali anche per un sistema militare.
Per questo la sicurezza non può più essere limitata ai cancelli delle fabbriche di munizioni.
La seconda linea: energia e telecomunicazioni
Immaginare un sabotaggio significa spesso immaginare esplosivi e distruzione fisica.
È una rappresentazione incompleta.
Un impianto industriale moderno dipende dall’energia elettrica, dalle telecomunicazioni, dai sistemi informatici e dalla logistica.
La perdita temporanea di uno di questi servizi può produrre conseguenze molto importanti anche senza provocare danni fisici rilevanti.
La rete energetica rappresenta quindi una componente essenziale della resilienza industriale.
Lo stesso vale per le telecomunicazioni.
Un moderno stabilimento della difesa è contemporaneamente una fabbrica e un sistema informatico.
Produzione, ordini, gestione delle scorte, manutenzione, comunicazioni con fornitori e clienti e movimentazione dei materiali dipendono in misura crescente da infrastrutture digitali.
Un attacco informatico potrebbe quindi ottenere un risultato strategico senza provocare alcuna esplosione.
Il sabotaggio che non fa rumore
È probabilmente questo lo scenario più difficile da individuare.
Un’interruzione informatica in un’azienda.
Un problema energetico in un’altra.
Un fornitore che non riesce a consegnare.
Un sistema logistico temporaneamente bloccato.
Contemporaneamente, sui social network, la diffusione di informazioni false.
Ogni episodio preso singolarmente potrebbe sembrare casuale.
Il problema nasce quando gli episodi vengono collegati.
La guerra ibrida può infatti sfruttare la difficoltà di distinguere un incidente da un’azione deliberata.
Il CNAIPIC della Polizia di Stato svolge proprio funzioni di prevenzione, monitoraggio e risposta rispetto alle minacce informatiche rivolte alle infrastrutture critiche nazionali.
La sicurezza cibernetica è ormai, a tutti gli effetti, una componente della sicurezza nazionale.
Già nel 1983 il film “Wargames-Giochi di Guerra” lanciava l’allarme sui rischi per la sicurezza nazionale causati da falle nella rete informatica. E nel 1983 eravamo nella preistoria rispetto all’informatica.
Per non parlare dello Skynet di Terminator. Fantascienza nel 1991, inquietante prospettiva oggi.
La logistica: il punto debole invisibile
C’è poi un altro elemento spesso ignorato.
Una fabbrica non funziona da sola.
Ha bisogno di materie prime, componenti, energia, personale, manutenzione, trasporti e servizi.
La continuità produttiva dipende quindi da una rete molto più grande dello stabilimento.
È quella che gli esperti definiscono supply chain.
Un’interruzione in un singolo anello può avere ripercussioni sull’intera catena.
Per questo la sicurezza delle infrastrutture strategiche dovrebbe essere valutata non soltanto stabilimento per stabilimento, ma considerando le loro reciproche dipendenze.
È una delle principali lezioni che la guerra in Ucraina ha imposto all’Europa.
Roma, la capitale e il valore simbolico
Il Lazio possiede però una caratteristica che nessun’altra regione italiana può replicare nella stessa misura.
La Capitale d’Italia.
Roma concentra ministeri, apparati istituzionali, strutture militari, ambasciate, organismi diplomatici, centri decisionali e infrastrutture di comunicazione.
In uno scenario di guerra ibrida, il valore di un’azione ostile non sarebbe quindi necessariamente proporzionato al danno materiale provocato.
Un episodio capace di generare paura o dimostrare una presunta incapacità dello Stato di proteggere le proprie infrastrutture potrebbe avere un valore politico superiore al danno economico.
È proprio questo che rende la protezione delle infrastrutture critiche una questione anche psicologica.
Come impedire che un incidente diventi una crisi
La risposta non può essere soltanto più uomini davanti ai cancelli.
Servono soprattutto ridondanza e resilienza.
Ogni infrastruttura strategica dovrebbe poter rispondere a una domanda semplice:
Quanto tempo possiamo continuare a funzionare se una delle nostre principali risorse viene improvvisamente a mancare?
Energia.
Telecomunicazioni.
Software.
Fornitori.
Trasporti.
Personale specializzato.
La sicurezza comincia dalla capacità di sostituire rapidamente ciò che viene meno.
Cinque livelli di protezione
Conoscere le dipendenze
Le aziende strategiche dovrebbero avere una mappatura aggiornata delle proprie dipendenze critiche, compresi i fornitori di secondo e terzo livello.
Separare le reti
I sistemi amministrativi e quelli industriali devono essere adeguatamente segmentati, con autenticazione forte, monitoraggio continuo e copie di sicurezza protette.
Rafforzare il fattore umano
Formazione del personale, procedure di segnalazione, controllo degli accessi e verifica degli appaltatori possono ridurre significativamente il rischio di intrusione o compromissione.
Esercitarsi sugli scenari combinati
Non soltanto incendio o incidente industriale.
Occorre simulare contemporaneamente perdita di energia, indisponibilità delle comunicazioni, attacco informatico e problemi logistici.
È in queste condizioni che si misura la vera resilienza.
Condividere le informazioni
Prefetture, forze di polizia, Vigili del fuoco, amministrazioni locali, aziende strategiche e operatori delle infrastrutture dovrebbero poter condividere rapidamente le informazioni necessarie a riconoscere eventuali anomalie.
La proposta: una cabina di regia regionale
Il Lazio potrebbe diventare un laboratorio nazionale di resilienza.
Non necessariamente creando un nuovo organismo.
Piuttosto mettendo in rete quelli già esistenti.
Una cabina di regia permanente potrebbe coinvolgere Regione, Prefetture, forze dell’ordine, Vigili del fuoco, amministrazioni locali e operatori delle infrastrutture strategiche.
L’obiettivo non sarebbe costruire una lista pubblica di possibili bersagli.
Al contrario.
Sarebbe individuare le dipendenze invisibili che potrebbero trasformare un singolo incidente in un problema nazionale.
Una domanda apparentemente banale potrebbe diventare lo strumento più importante:
se questo impianto si ferma domani, che cosa si ferma dopo di lui?
La risposta consentirebbe di individuare le vere criticità senza trasformare la sicurezza in una semplice difesa fisica.
Colleferro non è una prova di sabotaggio. È un campanello d’allarme.
È necessario tornare al punto di partenza.
L’esplosione alla KNDS non dimostra, allo stato attuale, l’esistenza di un piano di sabotaggio contro l’industria italiana della difesa.
Sarà l’inchiesta della magistratura, insieme agli accertamenti tecnici, a stabilire che cosa sia realmente accaduto.
Ma sarebbe un errore attendere l’eventuale scoperta di un’azione ostile prima di occuparsi della sicurezza.
Perché la resilienza funziona esattamente al contrario.
Ci si prepara prima che accada.
Il Lazio possiede una concentrazione eccezionale di industria della difesa, tecnologia, ricerca, aerospazio, infrastrutture energetiche, telecomunicazioni, trasporti e apparati istituzionali.
Questa concentrazione rappresenta una forza.
Ma, contemporaneamente, crea interdipendenze.
La sfida dei prossimi anni sarà impedire che queste interdipendenze diventino vulnerabilità.
E la lezione di Colleferro, qualunque sia alla fine la causa dell’esplosione, è già chiara.
La sicurezza del futuro non sarà soltanto la capacità di impedire che qualcuno entri in una fabbrica.
Sarà la capacità di fare in modo che, anche quando qualcosa va storto, il sistema continui a funzionare.
Perché in una guerra ibrida il vero obiettivo potrebbe non essere far saltare una fabbrica.
Potrebbe essere molto più semplice:
convincere un Paese di non essere più in grado di proteggere ciò che considera strategico.


