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03 Agosto 2026

La democrazia vincerà sull’oligarchia                                                                                                                   

Dalla Grecia antica agli USA di Musk: il ritorno dell’oligarchia e la minaccia alla democrazia.

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Credit foto https://euroborsa.it/usa-oligarchia-miliardari.aspx

“Il dominio d’un buono si dice regno e monarchia. D’un malo si dice tirannia. Di più buoni si dice aristocrazia. Di più mali si dice oligarchia. Di tutti buoni si dice politia. Di tutti i mali si dice democrazia”. Tommaso Campanella

Di Fulvio Rapanà

Il presidente Joe Biden, nel suo discorso di addio alla nazione , ha avvertito che la democrazia americana è minacciata da un’oligarchia del settore tecnologico: “Oggi, negli Stati Uniti si sta delineando un’oligarchia di estrema ricchezza, potere che influenza e minaccia letteralmente la nostra intera democrazia, i nostri diritti, le nostre libertà fondamentali e la possibilità per tutti di progredire”.   Elon Musk rientra  certamente in questa definizione: ha di fatto licenziato migliaia di dipendenti federali,  cessato agenzie e  uffici federali creati dal Congresso, ha avuto colloqui telefonici con leader stranieri,  bloccato un disegno di legge di spesa pubblica, il tutto su mandato personale di Trump pur non essendo un membro ufficiale del Partito Repubblicano né eletto.                                                                                                                             Oligarchia come governo di virtù e giustizia

La prima volta che si è sentito parlare di oligarchia è nel 403 a.C., la democrazia trionfò ad Atene sull’oligarchia. A seguito della sconfitta nella guerra contro Sparta si instaurò ad Atene un regime autoritario, chiamato i Trenta, che prese  il controllo della città e, nonostante le loro affermazioni di “virtù” e “giustizia”,  assassinarono  più di 1.500 persone. L’eccesso di violenza ispirò un movimento di resistenza democratico  composto  da cittadini comuni,  stranieri residenti appartenenti alla classe operaia e da schiavi. Dopo quasi un anno di guerra civile, i ribelli vinsero. Lontano dai festeggiamenti dei democratici si  svolgeva una commemorazione di tutt’altro genere. I superstiti dei Trenta  eressero un monumento al loro capo caduto, Crizia . Parente più anziano del filosofo Platone, Crizia era un intellettuale, poeta e teorico politico che si era opposto con veemenza alla democrazia cittadina. Aveva guidato i Trenta fino alla sua morte in battaglia . Per celebrare Crizia, e l’intero movimento antidemocratico, si narra che i suoi compagni eressero, sulla tomba,  un bassorilievo raffigurante una giovane donna fiera che brandiva una torcia e dava fuoco a un’altra donna, con la scritta: “Questo è il memoriale degli uomini buoni, che per un breve tempo frenarono la superbia del maledetto popolo ateniese”, per gli autori del bassorilievo  la donna che regge la torcia rappresentava  l’Oligarchia,  la vittima era la Democrazia. 

Gli oligarchi si consideravano una minoranza privilegiata, distinta per educazione, ricchezza, buone maniere e istruzione superiore, che li rendevano idonei a governare. Erano, in una parola, i “buoni” del bassorilievo di Crizia, in contrapposizione alla “maggioranza ignorante  che non possedeva la formazione e il discernimento necessari per la politica e le cui priorità errate potevano sfociare solo nella superbia“. Gli oligarchi non  si alternavano ai democratici attraverso pacifici trasferimenti di potere, la maggior parte dei cambiamenti di governo era il risultato di quello che ora definiremmo un colpo di stato.                                                                                                                                              Esistono ancora molti dubbi sulla reale esistenza della tomba di Crizia e del bassorilievo  e soprattutto su come il governo dei Trenta sia arrivato al potere . L’ipotesi più probabile è che dopo la sconfitta con Sparta dovuta alla ” superbia del maledetto popolo ateniese” le élite economiche e culturali della città decisero di prendere il potere e di interessarsi direttamente della  sua amministrazione. L’esperienza di Atene contagiò tutte le città della  Grecia  in cui fino al 360 a.C. scoppiarono rivolte e guerre  tra democrazia e oligarchia. 

Da Crizia ai giorni nostri nulla è cambiato                                                                                Per  2500 anni il termine oligarca è scomparso dalle cronache per ricomparire 30 anni fa’, dopo la caduta del muro di Berlino, in Russia, e negli altri paesi post comunisti,  per indicare  ex funzionari di partito divenuti ricchissimi con le proprietà dello stato acquisite senza pagare nulla . Poi si è riparlato di oligarchi negli Stati Uniti negli anni 2010, con il movimento Occupy Wall Street e nel 2016 nella campagna presidenziale di Bernie Sanders in cui risuonava spesso il “pericolo di una oligarchia”. In 25 secoli  non è cambiato quasi nulla del “sistema” che stava e continua a stare alla base dell’oligarchia  né sono variate le motivazioni che spingevano allo scontro con la democrazia.  L’oligarchia, allora come ora,  si basava su un requisito di proprietà e quindi di  merito per garantire che solo una minoranza della popolazione, forse il 10-15% più ricco dei cittadini maschi, avesse accesso alle cariche politiche. Semplificando,   governavano quelli che avevano più da perdere. Un elemento comune agli oligarchi di ieri e di oggi  è l’identificare ideologica di classe: la ricchezza rappresentava, quantizzava il merito.  Come scrive Matt Simonton sul Washington Post : “osservava Aristotele, oligarchia e democrazia implicano rispettivamente il dominio dei ricchi sui poveri e viceversa. L’oligarchia, per quanto diffusa, non ha mai goduto di un ampio consenso fra i cittadini e per mantenere il potere, il “club dei gentiluomini” oligarchico adottò la classica strategia sempre valida del “divide et impera. Le figure di spicco dell’opposizione vennero cooptate nel governo. La delazione era pubblicamente premiata.  La circolazione negli spazi centrali della polis, dove le proteste potevano degenerare in rivoluzione, era rigidamente regolamentata. E se la situazione interna si faceva turbolenta, gli alleati esterni intervenivano per ristabilire l’ordine”.                                                                                         

 A me pare che con le ovvie differenze  che 25 secoli hanno modificato il racconto originario la logica di fondo dell’oligarchia  non sia cambiata. Negli Stati Uniti il modo di gestire la cosa pubblica come privata è diffusa in  tutta l’amministrazione, l’influenza anche diretta che hanno molti magnati della tecnologia, solo per citarne alcuni: Elon Musk, Peter Thiel e David Sacks, Marc Andreessen, Palmer Luckey, la celeberrima “PayPal Mafia”: un circolo di persone influenti che condividendo progetti, ideologie, li avvicina molto ad un sistema oligarchico.

 La crisi dell’ordine                                                                                            

Il  liberalismo in declino, il “sistema America” in bancarotta , per la teoria marxista “la crisi dell’ordine transatlantico” mette in moto tutte le forze che sono in gioco nelle società occidentali prima tra tutte quelle composte da pochi soggetti che,  ora come allora,  sono in grado di organizzarsi rapidamente e che scontenti dei possibili sviluppi politici  e preoccupati dei loro patrimoni,  decidono di mettersi in proprio  influenzano non solo economicamente la politica ma accreditando motivazioni culturali e ideologiche per giustificare un passaggio da democrazia a oligarchia . Quasi tutti gli attuali oligarchi , come 2500 anni fa’, mirano a  «decostruire lo stato amministrativo», una perifrasi dietro al quale c’è il progetto per abolire il patto sociale dello stato liberale e sostituirlo con un nuovo capitalismo «meritocratico».                                                            

 Nel 360 a.c. cadde l’ultimo governo oligarchico e  governi e partiti democratici governarono tutte le città della  Grecia. Anche questa volta gli oligarchi almeno negli Stati Uniti perderanno sia che l’atto finale di questa amministrazione sia la guerra civile sia che possa essere la separazione fra stati conservatori- Repubblicani e stati progressisti- Democratici. Due federazioni fra stati al posto  di quello attuale.  Per la prima ipotesi al primo colpo di pistola e ai primi scontri armati fra cittadini, fra guardie nazionali e marines,  Wall Street  ritraccerebbe fino a meno il 50%  con gli investitori esteri che un po’ alla volta ritirerebbero i loro asset facendo crollare il dollaro che produrrebbe il default dell’enorme debito dello stato federale creando uno tsunami finanziario di portata globale. Nella seconda ipotesi gli oligarchi  potrebbero, come stanno già facendo, andare a vivere in stati Repubblicani ma non sarà possibile spostare la Silicon Valley con tutte le professionalità, le conoscenze e il know how che sono lì da 60 anni.  Così come non sarà possibile spostare l’industria dell’intrattenimento,  Hollywood, Disney, Warner Bros, dalla California e New York altrove. Stessa cosa per tutto il mondo bancario-finanziario  concentrato quasi totalmente a New York. Queste tre industrie rappresentano una parte molto rilevante su cui si regge l’economia americana.    

 Due riflessioni. Dall’epoca Reagan in poi, con la finanziarizzazione dell’economia,  il “patto sociale”  è andato sempre più perdendo la spinta come motore dei rapporti fra capitale economico e quello umano. Secondo, il “capitalismo meritocratico”, è una affermazione con una contraddizione in terminis. Il capitalismo non potrebbe essere altro che “meritocratico”. Ma succede in tutto l’Occidente che questo valore è in crisi perché sostituito da altre qualità:  l’amichettismo,  l’identità ideologica,   il familismo, l’ appartenenza  religiosa. Terzo: identificare la ricchezza con il merito è un errore clamoroso che sta trascinando gli USA e l’Occidente da una età dell’oro a una di piombo.