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27 Luglio 2026

BUCHA: La Russia assesta un duro colpo all’Ucraina!

Manila, trentacinque minuti e nessuno spostamento: Lavrov ribadisce l’adesione russa alle proposte di Anchorage, Washington tace, il negoziato resta fermo da febbraio.

Bucha, il colpo alla fiera ARMADA non è una strage indiscriminata ma un obiettivo ad alto valore: morte una dirigente della guardia presidenziale e un colonnello dei servizi speciali, delegazioni straniere confermate da Budanov, coordinate dell’evento pubblicate in rete.

Trump ferma i raid sull’Iran dopo tredici notti non per diplomazia ma per inventario: oltre milleduecento Patriot esauriti, Caine avverte, Hormuz resta a regole iraniane, e martedì Netanyahu e Zelensky arrivano insieme alla Casa Bianca.

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WASHINGTON CONTA GLI INTERCETTORI

Manila, Bucha, il Caspio e la sospensione dei raid sull’Iran. Cronaca e analisi della settimana dal venti al ventisei luglio 2026

La settimana che si chiude consegna un fatto che vale più di tutti i comunicati messi insieme: per la prima volta da mesi la decisione americana più importante non è stata presa a partire da una valutazione politica, ma da un inventario di magazzino. Venerdì ventiquattro luglio, alla Casa Bianca, il capo di Stato maggiore congiunto ha spiegato al presidente degli Stati Uniti quanti intercettori restano al Comando centrale. Il giorno dopo i cieli del Golfo, per la prima volta dopo tredici notti consecutive, sono rimasti tranquilli. Intorno a quel conteggio si dispone tutto il resto: lo stallo diplomatico di Manila, la strage alla fiera dei droni nel distretto di Bucha, l’azzardo ucraino nel Mar Caspio e la convocazione, per martedì, di Netanyahu e Zelensky nello stesso ufficio.

Manila: trentacinque minuti e nessuno spostamento

A margine della riunione dei ministri degli Esteri dell’Asean, giovedì ventitré luglio, Sergej Lavrov e Marco Rubio si sono incontrati al Philippine International Convention Center. Il colloquio è durato trentacinque minuti ed è stato il quarto vertice di persona fra i due, dopo quello di New York di fine settembre. Il Dipartimento di Stato ha riferito che si è parlato delle relazioni bilaterali e della necessità di porre fine alla guerra. Rubio ha definito la conversazione buona e franca, e non ha risposto ai giornalisti che gli chiedevano se avesse domandato a Lavrov se la Russia stia assistendo l’Iran nei Paesi del Golfo.

Il comunicato del ministero degli Esteri russo è stato invece esplicito su tre punti. Lavrov ha informato l’interlocutore sulla situazione reale lungo la linea di contatto, ha sottolineato l’inammissibilità di ulteriori forniture di armi a Kiev e della politica destabilizzante dei Paesi europei, e soprattutto ha ribadito l’adesione russa alle proposte avanzate dalla parte americana ad Anchorage, cui Putin aveva aderito. È un dato che conviene leggere con attenzione, perché rovescia la cornice più diffusa: sul tavolo di Manila il documento di riferimento restava una proposta americana, e la parte che vi si dichiarava ancora vincolata era Mosca. Washington, sullo stesso punto, non ha detto nulla.

Il negoziato mediato dagli Stati Uniti è fermo dallo scorso febbraio, cioè da quando l’amministrazione ha aperto il fronte iraniano. È la connessione strutturale della settimana: non esistono due crisi parallele, esiste una sola quantità finita di attenzione politica, di munizioni e di capitale negoziale americano, e ogni unità spesa nel Golfo è sottratta al dossier ucraino. Chi in Europa continua a trattare i due teatri come indipendenti sta descrivendo un mondo che non esiste più.

Sabato venticinque luglio, a Omsk, il ventiduesimo Forum della cooperazione interregionale tra Russia e Kazakistan ha prodotto l’unica proposta esplicita di tregua della settimana. Kassym Jomart Tokayev ha detto a Putin che forse è il momento di congelare il conflitto e di tornare agli accordi di Istanbul, versione due punto zero, con garanzie delle grandi potenze inclusa la Russia. Ha aggiunto di aver ricevuto molti segnali dall’Europa e dagli Stati Uniti e di aver deciso di farsene portavoce perché si sapeva del suo incontro, e che la natura di questo conflitto resta incomprensibile a molti, compresi i kazaki. La risposta di Putin, ha riferito Dmitrij Peskov, è stata un resoconto dettagliato dell’andamento dell’operazione militare speciale. Alla domanda diretta il portavoce ha risposto che, tenuto conto della posizione di Kiev, un congelamento non è possibile, e che le ostilità potrebbero cessare anche in giornata se dalla parte ucraina arrivassero le decisioni appropriate.

L’episodio va valutato per quello che è. Non è un rifiuto della pace: è il rifiuto di una formula, il congelamento, che lascerebbe in piedi tutte le cause del conflitto e restituirebbe a Kiev e ai suoi sponsor europei il tempo di ricostituire le forze. Tokayev, del resto, non ha proposto il congelamento in astratto, ma il ritorno a Istanbul, cioè a un impianto che nel duemilaventidue prevedeva neutralità e limiti quantitativi alle forze armate ucraine. È quel contenuto, non la sospensione dei combattimenti, la vera posta in gioco.

Bucha: che cosa è stato colpito, e che cosa non si può ancora dire

Venerdì ventiquattro luglio, in pieno giorno, un missile balistico ha centrato un poligono privato nel distretto di Bucha, regione di Kiev, dove era in corso una esposizione all’aperto organizzata da produttori ucraini di droni e armamenti. La Procura generale ucraina ha confermato dieci morti e circa cento feriti, e ha aperto due procedimenti penali. Valerij Borovik, fondatore dell’azienda della difesa First Contact, ha dichiarato che il colpo ha centrato esattamente l’area in cui erano esposti i prototipi. Fra i presenti c’era anche il consigliere presidenziale noto come Serghej Flash, il cui gruppo è uscito indenne. Secondo la stampa ucraina all’evento si trovavano oltre trecento persone.

Sul profilo delle vittime le ultime ore hanno prodotto il dato che cambia la lettura dell’intero episodio. Fra i morti c’è Valentina Savitskaya, dirigente dell’Amministrazione della guardia di Stato ucraina, la struttura che ha in carico la protezione del presidente e dei vertici istituzionali, dove guidava il centro per la cooperazione internazionale e le comunicazioni strategiche: la notizia è stata confermata pubblicamente sui social dal marito, Igor Solovey. È stata inoltre resa nota la morte del colonnello Eduard Sirenko, ufficiale dei servizi speciali ucraini e, secondo le ricostruzioni della testata Strana, già a capo delle forze speciali dell’SBU; nel 2018 Sirenko era stato fermato nell’ambito di un procedimento per associazione a delinquere ed estorsione. La testata polacca Defence24 ha riferito della morte di un dipendente di un’azienda della difesa polacca. Nella regione di Kiev è stato proclamato un giorno di lutto.

Il tassello decisivo lo ha fornito però la parte ucraina. Kirill Budanov, già capo dell’intelligence militare e oggi capo dell’Ufficio del presidente, ha confermato che al momento dell’attacco erano presenti a Kiev delegazioni straniere, alle quali, secondo la sua stessa ricostruzione, erano stati mostrati fra l’altro droni destinati a colpire il territorio russo; non ha precisato la nazionalità delle delegazioni né se si trovassero al poligono. Zelensky, per parte sua, ha dichiarato che quella esposizione non doveva trovarsi lì. L’evento si chiamava ARMADA ed era dedicato ai sistemi senza pilota.

Resta aperta soltanto la questione dei numeri. Il bilancio ufficiale è di dieci morti e circa cento feriti, ma la sproporzione fra le due cifre in un’area aperta con oltre trecento presenti è anomala, i necrologi continuano a uscire a due giorni di distanza e fonti ucraine informali sostengono che i morti reali siano parecchie volte tanti. Finché la Procura non aggiorna, la cifra alta resta una stima. Il punto dirimente, in ogni caso, non è quanti fossero: è chi erano.

A questo punto la definizione dell’episodio si impone da sé, e non è quella che si legge in Europa. Non un quartiere residenziale e non un attacco indiscriminato: un poligono privato, una fiera di sistemi senza pilota, i prototipi in mostra, delegazioni straniere in città, un dirigente della guardia presidenziale e un colonnello dei servizi speciali fra i caduti, un tecnico dell’industria della difesa polacca. È un colpo su obiettivo ad alto valore, portato a costo quasi nullo perché il bersaglio aveva pubblicato da sé le proprie coordinate: calendario, luogo e dettagli organizzativi dell’evento erano liberamente consultabili in rete, e la Procura generale ucraina indaga proprio sull’eccesso di pubblicità e sulle misure di sicurezza mancate. Il seguito è istruttivo: nei giorni successivi è circolata sui social ucraini la locandina di IRON DEMO 2026, un’altra manifestazione dello stesso tipo, e Kiev ha annunciato pubblicamente una nuova esposizione di armamenti a Leopoli. La lezione non è stata tratta.

La stessa notte, e in quelle successive, gli attacchi in profondità russi hanno seguito una logica di bersaglio industriale coerente. Il ministero della Difesa russo ha rivendicato il danneggiamento di un sito di assemblaggio e stoccaggio nel sud ovest di Kiev dove, con il concorso di specialisti di una società ucraino americana, venivano prodotti fino a mille droni al mese di vario tipo. Sono stati colpiti impianti industriali militari nella capitale e le infrastrutture del porto di Chernomorsk, nella regione di Odessa, con missili Onyx, bombe plananti e droni Geran. Nella notte fra venticinque e ventisei luglio i missili balistici sono tornati su Kiev provocando numerosi incendi, mentre proseguono gli attacchi alle navi al largo di Odessa e nel porto di Nikolaev, dove il ministero della Difesa russo ha diffuso filmati di mercantili gravemente danneggiati. La campagna sui porti è il pezzo di questa guerra di cui in Occidente si parla meno e che pesa di più: è un blocco marittimo di fatto, condotto senza dichiararlo.

La sospensione dei raid: non diplomazia, contabilità

Giovedì ventitré luglio Donald Trump aveva dichiarato ad Axios di stare valutando un attacco massiccio contro l’Iran. Venerdì pomeriggio ha convocato alla Casa Bianca il vicepresidente Vance, il generale Dan Caine, capo di Stato maggiore congiunto, e i vertici del Pentagono. Secondo la ricostruzione del New York Times e della Cnn, Caine ha esposto nella forma più prudente possibile le ragioni per non farlo: un ritorno a operazioni di combattimento su larga scala avrebbe esaurito in modo pericoloso gli intercettori disponibili al Comando centrale. Gli Stati Uniti hanno già sparato oltre milleduecento intercettori Patriot, ciascuno di costo superiore ai quattro milioni di dollari. La sera del ventiquattro l’ordine è arrivato: nessuna operazione nella notte. La striscia di tredici giorni consecutivi di raid si è interrotta.

Alla lettura ufficiale, cioè lo spazio concesso alla diplomazia, le fonti citate da Axios ne aggiungono immediatamente una seconda: il riconoscimento che l’attuale intensità dei raid aveva raggiunto il proprio limite di efficacia. E un alto funzionario americano è andato oltre, ammettendo che la campagna ha prodotto l’effetto opposto a quello cercato, tenendo l’Iran compatto di fronte a una minaccia esterna. È la confessione politicamente più costosa di tutta la settimana, e conferma quanto scritto su queste pagine da mesi: una campagna aerea prolungata contro uno Stato con profondità territoriale, produzione domestica e coesione interna non produce collasso, produce mobilitazione.

Gli altri vincoli sono altrettanto materiali. La morte di tre militari americani in Giordania, la settimana precedente, è stata causata da un missile balistico iraniano che ha eluso le difese aeree: un dato tecnico che dice più di qualsiasi comunicato sul rapporto fra saturazione e intercettazione. Martedì, davanti al Congresso, l’audizione del segretario alla Difesa Pete Hegseth sui costi della guerra ha prodotto reazioni critiche da senatori repubblicani e democratici. I partner del Golfo, che temono ritorsioni sulle proprie infrastrutture, non sono stati rassicurati. Sullo sfondo ci sono le elezioni di metà mandato. Un’amministrazione in difficoltà di approvvigionamento, senza leva sufficiente per riportare Teheran al tavolo alle proprie condizioni, incapace di calmare gli alleati regionali e sotto pressione interna, si è trovata a corto di opzioni.

Sul contenuto reale del negoziato, la fonte più precisa è iraniana. Il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei ha dichiarato che i viceministri degli Esteri iraniano e omanita si sono incontrati a Teheran venerdì e sabato per discutere la gestione dello Stretto di Hormuz, che i colloqui sono stati utili e hanno prodotto progressi, e che allo stato la situazione del traffico nello Stretto non è cambiata. È una formulazione che vale una dichiarazione di vittoria: si negozia, si registrano progressi, e nel frattempo il regolamento del passaggio resta quello imposto da Teheran. Il portavoce dei Pasdaran, generale di brigata Hossein Mohebbi, ha detto la stessa cosa senza diplomazia: Trump ha sospeso gli attacchi nel tentativo di ottenere un accordo su Hormuz.

Sul bilancio delle perdite americane vale una precisazione di metodo che si applica a tutte le parti. Il segretario Hegseth ha indicato diciassette morti e oltre cento feriti da luglio, chiedendo contestualmente trentasette miliardi e mezzo di dollari fino a fine settembre, con un aumento del trenta per cento rispetto alla stima precedente di ventinove miliardi. Inchieste della stampa statunitense, in particolare di The Intercept, contestano la completezza di quei conteggi: cifre aggiornate con giorni di ritardo, esclusione di feriti in attacchi recenti, mancata inclusione di oltre duecento marinai trattati a bordo di una portaerei costretta a ritirarsi per riparazioni, esclusione sistematica dei contractor privati, rifiuto del Comando centrale di fornire anche il solo elenco delle basi colpite. Il conteggio incrociato di quella testata supera le settecentocinquanta unità fra morti e feriti. Dal lato opposto, l’affermazione dei Pasdaran su oltre duecento militari americani eliminati nell’operazione Victory due non è verificabile in modo indipendente. La regola è la stessa per entrambi: nessun ministero della Difesa in guerra pubblica il proprio bilancio reale, e la discrepanza fra le diciassette vittime dichiarate e la richiesta di trenta per cento di fondi aggiuntivi è essa stessa un indizio.

Il Caspio: l’azzardo di Zelensky

Fra la notte del venticinque e la giornata del ventisei luglio l’Ucraina ha esteso i propri attacchi a lungo raggio a un teatro nuovo. Zelensky ha rivendicato su X risultati molto forti nel Mar Caspio, con il colpimento di navi impiegate in spedizioni di materiale militare che coinvolgono l’Iran e di una unità da guerra. Il Servizio di sicurezza ucraino ha precisato di aver colpito con droni una nave iraniana accusata di eludere le sanzioni e di trasportare strumentazione militare destinata a Mosca, insieme a una motovedetta russa. Nella stessa tornata Kiev ha rivendicato la raffineria di Tjumen, in Siberia occidentale, a quasi duemila chilometri dal confine, uno stabilimento di componenti per armamenti a Kirov a milleduecento chilometri, un sito logistico a Ekaterinburg e un deposito di carburante a Rostov. Zelensky ha attribuito l’operazione a una versione aggiornata dei droni a lungo raggio della Fire Point, che secondo lui arrivano ora a tremila chilometri.

Prima correzione, necessaria perché la cifra sta girando sbagliata: le imbarcazioni iraniane colpite non sono due. Il ministero degli Esteri iraniano ne ha denunciata una, un mercantile, con un marinaio ucciso e un altro ferito, e ha convocato l’incaricato d’affari ucraino a Teheran consegnandogli una nota di protesta e definendo l’attacco ostile e criminale. Le altre unità rivendicate sono russe. La differenza non è di dettaglio: un mercantile e un morto sono il minimo indispensabile per costituire un precedente, e il fatto che Kiev abbia scelto la soglia minima dice qualcosa sul calcolo che c’è dietro.

Sul significato strategico circolano due letture, e conviene distinguerle per solidità. La prima, avanzata da chi vede nell’Ucraina uno strumento a negazione plausibile, sostiene che gli Stati Uniti necessitino del controllo del Caspio per un blocco completo dell’Iran e che Kiev stia aprendo quel fronte per conto terzi sotto la copertura della lotta alla macchina da guerra russa. È una ipotesi coerente con la logica di lungo periodo del contenimento eurasiatico, ma allo stato non ha un solo elemento probatorio: nessun documento, nessuna dichiarazione, nessuna correlazione temporale verificabile. Va tenuta come ipotesi, non spacciata per lettura dei fatti. Anzi, un elemento va nella direzione opposta: secondo il Wall Street Journal Washington ha avvertito duramente Kiev contro gli attacchi a navi civili e a infrastrutture petrolifere nel Mar Nero. Un richiamo di quel tenore è difficile da conciliare con l’idea che siano stati gli americani a commissionare il colpo a un mercantile nel Caspio.

La seconda lettura è più modesta e molto meglio sostenuta. Martedì ventotto luglio Zelensky è atteso alla Casa Bianca. Lo stesso giorno vi è atteso Netanyahu, che porta a Trump elementi di intelligence secondo cui Teheran non avrebbe abbandonato il programma nucleare. Kiev arriva a quell’appuntamento con il negoziato ucraino congelato da febbraio, con l’attenzione americana spostata sul Golfo, con un ministro della Difesa appena rimosso e il capo delle forze armate sostituito, e con un’opinione pubblica occidentale distratta. Colpire una nave iraniana è il modo più economico di dire a Washington che i due conflitti sono lo stesso conflitto e che l’Ucraina è utile anche nel teatro che ora interessa davvero al presidente americano. Nella stessa direzione va la seconda mossa comunicativa della settimana: l’accusa, affidata da Zelensky ai propri servizi perché la trasmettessero ai partner, di un nuovo aiuto russo all’Iran sotto forma di immagini satellitari di basi statunitensi in Bahrein, Giordania e Kuwait riprese fra il diciannove e il venti luglio.

Su quest’ultimo punto vale una osservazione tecnica che l’argomentazione ucraina non regge. Un sostegno russo all’Iran esiste ed è pubblico, ma non è totale, e l’Iran produce in casa i propri sistemi; i droni della famiglia Shahed vengono fabbricati in Russia su licenza, non trasferiti fisicamente, ragione per cui bombardare uno stabilimento non interrompe una produzione autorizzata altrove. Un vero salto qualitativo sarebbe il passaggio dell’Iran alla navigazione satellitare BeiDou, non la fornitura di qualche fotogramma. Ma soprattutto: l’Ucraina conduce la propria intera campagna di attacchi in profondità grazie a intelligence, sorveglianza e ricognizione statunitensi. Se la condivisione di dati satellitari fa di uno Stato un co belligerante, allora il primo Paese a rientrare in quella definizione non è la Russia. Applicare il criterio a una parte sola non è analisi, è comunicazione.

La reazione iraniana è stata immediata e non solo verbale nei toni. Oltre alla protesta formale, i Pasdaran hanno diffuso un avvertimento esteso ad altri Paesi, ricordando che l’intero territorio ucraino è alla portata dei loro missili balistici pesanti Sejil e Khorramshahr, e minacciando ritorsioni. Nello stesso registro il portavoce del corpo ha avvertito che se il Regno Unito sostiene gli Stati Uniti diventerà un obiettivo legittimo, dopo l’impiego di aeroporti britannici da parte dei bombardieri strategici americani. Kiev ha acquistato una fotografia da mostrare martedì e si è aperta un fronte con un attore che non aveva mai preso parte alla guerra e che ha appena dimostrato, nel Golfo, di saper penetrare difese aeree occidentali.

Due logistiche che non sono la stessa cosa

La settimana ha visto un intenso scambio di colpi sulle reti logistiche, e la tentazione giornalistica di metterli sullo stesso piano va respinta per ragioni tecniche, non di simpatia. Dal lato ucraino il bersaglio dichiarato sono le piattaforme di commercio elettronico russe: i siti logistici della Wildberries colpiti fino a ora sono sei, a Elektrostal, Krasnodar, Nevinnomyssk, due nell’area di San Pietroburgo fra Shushary e Utkina Zavod, e Simferopoli, ai quali si aggiungono il deposito petrolifero di Podolsk a quaranta chilometri dal Cremlino, magazzini nel parco logistico di Belye Stolby e la raffineria di Tjumen. Si tratta di infrastruttura civile in senso stretto: un magazzino di spedizioni al consumo non entra in alcuna catena produttiva militare.

Dal lato russo i bersagli simmetrici solo in apparenza sono i nodi della Nova Poshta, colpiti a Sumy, dove sono morti tre autisti dell’azienda, e a Zaporoje, dove un deposito è stato distrutto con droni. Qui il ragionamento cambia, e cambia per una ragione documentata dalla stessa Ucraina: la produzione di droni è stata deliberatamente dispersa in microlaboratori distribuiti in centinaia di appartamenti privati, e la raccolta, l’assemblaggio e la distribuzione dei componenti e dei prodotti finiti passano per la rete di corrieri privati e di spedizionieri commerciali. La logistica privata ucraina è quindi parte integrante della catena produttiva militare, mentre quella russa colpita dai droni ucraini resta prevalentemente civile. Chi mette le due cose sullo stesso piano non sta facendo equilibrismo morale, sta descrivendo male un fatto industriale.

Nello stesso quadro va letta la campagna sulle stazioni di servizio lungo la strada M zero tre fra Kupyansk e Karkov, dove nel giro di due giorni ne sono state distrutte almeno quattro, l’ultima nella parte meridionale dell’insediamento di Valki, e filmati amatoriali mostrano decine di impianti fuori uso lungo il tratto. A questo si aggiungono attacchi a stazioni, caserme e aree industriali nella direzione settentrionale, nell’area di Konotop e nel distretto di Mena, nella regione di Chernigov. Sul lato ferroviario i treni passeggeri non raggiungono Zaporoje da tre giorni: il servizio è stato sospeso dal ministero delle Infrastrutture per l’intensificarsi degli attacchi, e merci e veicoli vengono trasbordati a monte con mezzi ordinari verso Zaporoje e Dnepr. Il ventisei luglio, fra le cinque e cinquantacinque e le sette e cinque del mattino, droni Geran hanno colpito il centro commerciale Epicentr nel distretto Saksaganskij di Krivoi Rog, dove pochi giorni prima era stato distrutto un ufficio postale.

Il senso complessivo è una asimmetria di sistematicità. A luglio i colpi ucraini in profondità hanno inflitto danni reali, e sarebbe sciocco negarlo, ma hanno prodotto soprattutto grandi incendi fotogenici su bersagli dispersi. La risposta russa procede per liste: energia, carburante, magazzini, depositi di munizioni, infrastruttura portuale, nodi ferroviari, uno dopo l’altro nella stessa area finché l’area non funziona più. È la differenza fra una campagna mediatica e una campagna di interdizione.

Il fronte, settore per settore

Nella regione di Sumy le posizioni russe sono migliorate nella parte settentrionale, a sud di Ulanovo e nell’area fra Mala Slobodka e gli insediamenti adiacenti, con assalti in corso e bombardamenti pesanti su Sadki e il terreno intorno a Belaya Berezka che si chiude progressivamente; guadagni minori sul fronte di Liptsy. Nella direzione di Karkov le forze russe avanzano nel settore settentrionale verso Mala Rogan, muovendosi attraverso Kazachya Lopan e bonificando una vasta area boschiva per consolidare le posizioni; fra la fine del venticinque e il ventisei luglio sono stati acquisiti ulteriori territori e si delinea una nuova linea. L’obiettivo operativo è esplicito e va detto senza eufemismi: accorciare la distanza da Karkov fino a portare la città nel raggio dell’artiglieria ordinaria.

Su Kupyansk resta la minaccia di un accerchiamento capace di far cadere un’area molto ampia, con spinte in linea con Zamulovka e guadagni verso sud est in direzione di Dvorichnaya e Kupyansk Uzlovoi. Nel settore di Volchansk e Belaya Gora la zona grigia si allarga, con gruppi di ricognizione e sabotaggio che si spingono in profondità verso Peschanoe, Petropavlovka, Zakharovka e le periferie di Yurkovka; è terreno frammentato e poroso, il tipo di area che cambia mano rapidamente. A Liman i russi incontrano difficoltà sul fianco settentrionale e la parte ucraina ha stabilizzato la situazione a sud della ferrovia.

Nella direzione di Slavyansk e Kostiantynivka la mappa si è modificata in modo significativo rispetto al diciannove luglio: le forze russe sono avanzate oltre Alekseevka e Alekseevo Drujkovka, e Kostiantynivka si trova ormai alle spalle delle posizioni russe. Il compito immediato è consolidare Alekseevka e documentare la presenza sul posto. Vale la pena registrare l’effetto comunicativo, perché sarà il vero punto di frizione dei prossimi giorni: la posizione ufficiale ucraina è che Kostiantynivka sia ancora sotto pieno controllo, e la prima conferma fotografica russa in quelle località la renderà insostenibile.

Nell’agglomerato fra Siversk e Kramatorsk l’avanzata è lenta e costante, con nuove acquisizioni intorno a Nikolaevka verso Mala Pushkarika e Kamenskoe e attività crescente di gruppi di ricognizione; l’avanzamento della linea consente ora a droni a fibra ottica e artiglieria di battere più in profondità verso Siversk. Nella direzione di Toretsk piccoli cambiamenti a sud est di Serghievka lasciano l’insediamento semiaccerchiato, con scontri attesi nelle prossime ore. Sull’asse di Pokrovsk e Dobropolie un assalto meccanizzato complesso da Shakhtarsk verso Dobropolie è stato respinto dalla Guardia nazionale ucraina con artiglieria, lanciarazzi, droni e campi minati, con la perdita anche di un lanciatore Tornado S; le fonti russe non rivendicano avanzate in quel punto. Il dato è istruttivo e va detto per quello che è: in un ambiente saturo di droni gli assalti massicci restano difficilissimi per chiunque, e questo vale in entrambe le direzioni. Vanno segnalate però infiltrazioni geolocalizzate a Blagodatnoe e azioni in profondità fino all’autostrada che serve Dobropolie, che sfruttano la porosità della linea.

Nel settore meridionale, a sud di Nikolaevka, le forze russe hanno messo in sicurezza l’area di Raigorodok in direzione di Ivanovka, con assalti verso Vasilievka e bombardamenti pesanti nel Zaporoje. A nord di Velikaya Novoselka la linea russa si è deteriorata a ovest del fiume Volcha: la parte ucraina ha raggiunto le periferie di Peschanoe, ripreso aree boschive adiacenti e condotto incursioni a Malinovka, mentre nell’area di Gulyaipole sta consolidando Novozlatopol e riprendendo sistemi di trincee a est. Sul profondo sud, fra Lukashevka, Pavlovka, Staromayorskoe e Lobkovoe, il recupero russo del terreno perduto procede con incursioni ucraine sporadiche a nord di Shcherbaki. Sul teatro navale e aereo restano centrali il blocco di fatto su Odessa, i colpi sui mercantili a Nikolaev e la campagna sul porto di Chernomorsk.

Va infine registrato, perché pesa sulla narrazione occidentale della guerra ai civili, il bilancio dell’attacco ucraino con droni contro i centri ricreativi di Kirillovka, sul mare d’Azov nella parte della regione di Zaporoje amministrata dalla Russia: secondo il governatore Evgenij Balitskij, ripreso dalla Tass, i morti sono saliti a dodici, fra cui quattro bambini, con diciannove feriti. Un bilancio superiore a quello della fiera dei droni di Bucha, su un obiettivo che nessuno ha sostenuto essere militare, e che nella stampa europea ha ottenuto una frazione dello spazio.

Martedì

Tre indicatori diranno, nei prossimi giorni, quale direzione ha preso la settimana. Il primo è la riunione di martedì ventotto luglio alla Casa Bianca, dove Netanyahu arriva per riaprire il dossier nucleare iraniano e Zelensky per riguadagnare rilevanza: se ne esce una ripresa dei raid, il conteggio degli intercettori di Caine sarà stato scavalcato per ragioni politiche, con tutte le conseguenze che questo comporta sulla difesa dei Paesi del Golfo. Il secondo è lo Stretto di Hormuz: se il traffico riprende a condizioni iraniane, il risultato della campagna di tredici notti sarà stato l’opposto di quello annunciato. Il terzo è Alekseevka e Alekseevo Drujkovka, dove la prima conferma visiva della presenza russa chiuderà la questione di Kostiantynivka.

Il quadro generale, però, non dipende da nessuno dei tre. Questa settimana ha mostrato una potenza egemone che scopre di avere un limite quantitativo, misurabile in pezzi di magazzino e in dollari per intercettore, e che quel limite arriva prima del limite politico. È la condizione strutturale delle guerre per procura simultanee: chi le combatte su due teatri paga in materiali quello che crede di risparmiare in uomini, e i materiali finiscono. La proposta di Tokayev a Omsk, con tutta la sua ingenuità formale, aveva colto il punto più semplice e meno detto della settimana: nessuno, in questa partita, sta premendo la frizione.

Fonti: ministero degli Esteri della Federazione Russa, ministero della Difesa della Federazione Russa, Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, Procura generale ucraina, ministero degli Esteri della Repubblica Islamica dell’Iran, Comando centrale degli Stati Uniti, Tass, Sputnik, Interfax, Ansa, Axios, New York Times, Cnn, The Intercept, Reuters, Al Jazeera, Il Sole 24 Ore, Il Fatto Quotidiano, Il Post, InsideOver, Limes, Analisi Difesa, canali Telegram di parte russa e ucraina, cartografia da fonti aperte.