11 Maggio 2026
L’IRAN NELLA MORSA DELL’ESCATOLOGIA GEOPOLITICA: ANALISI CRITICA TRA DISPENSAZIONALISMO E SIONISMO TATTICO
Roma: convegno sull’Iran tra geopolitica, critica al dispensazionalismo e distopie.

Di Maddalena Celano
L’attenzione internazionale e della stampa indipendente si è concentrata su Roma, questo 9 maggio 2026, per il Convegno Nazionale “CAPIRE L’IRAN: radici, ragioni e conseguenze di una grande resistenza di popolo”. L’evento, organizzato dall’Asse Antimperialista e ampiamente annunciato da testate e blog d’area, si è tenuto oggi 9 maggio 2026 presso l’Auditorium di via Rieti 13. I lavori, iniziati alle ore 10:00, si sono articolati in tre sessioni intensive che hanno visto la partecipazione di un prestigioso parterre di accademici, intellettuali e analisti, protraendosi fino alle ore 18:00.
In questo spazio di confronto serrato, è emersa la necessità impellente di decostruire le sovrastrutture ideologiche che alimentano l’ostilità preconcetta nei confronti della Repubblica Islamica. Il simposio è stato aperto dai contributi di Daniela Di Marco, Angelo d’Orsi, Alberto Bradanini, Patrizia Cecconi, Hanieh Tarkian e Franco Cardini, che hanno analizzato le radici storiche dell’Iran e il suo ruolo nei BRICS. Nella sessione pomeridiana si sono susseguiti gli interventi di Filippo Dellepiane, Hamza Piccardo, Alessandro De Giuli, Enrico Mascelloni e Sayyed Hamzeh Safavi, focalizzati sulla resistenza e sulla strategia militare.
Nella terza sessione, conclusasi con le riflessioni di Angela Lano, Minoo Mirshahvalad e le conclusioni di Moreno Paquinelli. La sottoscritta Maddalena Celano è intervenuta con una relazione dal titolo “L’Occidente alla prova: tra narrazioni cristiano-sioniste e la sfida all’islamofobia”. È in questa sede che ho denunciato come l’attuale postura internazionale verso Teheran sia il prodotto di una complessa visione del mondo di matrice antimodernista che strumentalizza il dato confessionale per finalità di egemonia globale.
Genesi e sviluppo del Dispensazionalismo: la storia come algoritmo metafisico
Per comprendere l’aggressività del sionismo messianico, tipico di certe correnti radicali del protestantesimo anglo-americano, è indispensabile analizzare il dispensazionalismo.
Genesi e sviluppo del dispensazionalismo: la storia come algoritmo metafisico
Per comprendere l’aggressività del sionismo messianico, tipico di certe correnti radicali del protestantesimo anglo-americano, è indispensabile analizzare la dottrina dispensazionalista. Questa dottrina, sistematizzata nella metà del XIX secolo da John Nelson Darby e successivamente popolarizzata dalla Bibbia di Scofield (Scofield Reference Bible), non interpreta il testo sacro come un deposito di valori morali, ma come un rigido cronoprogramma diviso in “dispensazioni”.
In questa visione, la geopolitica viene ridotta a un’appendice della teologia escatologica. Israele non è sostenuto in quanto entità culturale, ma viene ridotto a uno strumento meccanico, una “clava” necessaria per accelerare il processo che porterebbe all’Armageddon. Il piano finale di questi circoli prevede che la popolazione ebraica debba forzatamente convertirsi al cristianesimo, pena l’annientamento: un sionismo strumentale che cela una profonda matrice antisemita.
Le “invenzioni della tradizione” e la corrosione del liberalismo
Per smascherare questi finti tradizionalisti, ci viene in soccorso il fondamentale saggio di Eric Hobsbawm, L’invenzione della tradizione. Questi gruppi operano una vera e propria mistificazione storica: dichiarano di difendere valori ancestrali mentre, in realtà, sono sette con pochi decenni di storia. La loro è una crociata ideologica contro la modernità, il progresso e i diritti umani.
In questo contesto, è necessario evidenziare come questi movimenti abbiano corroso e svuotato il liberalismo per imporre un liberismo economico selvaggio. Essi combattono la società liberale in nome di una supposta “tradizione” inventata di sana pianta per rispondere a urgenze geopolitiche moderne e interessi di classe. Questi movimenti sono diventati liberisti antiliberali e liberticidi. Essi hanno operato un sistematico svuotamento del liberalismo — inteso come patrimonio di diritti civili, pluralismo e garanzie individuali — per sostituirlo con un liberismo economico selvaggio e autoritario.
Mentre il liberalismo classico prevedeva uno spazio di libertà e autodeterminazione (che questi gruppi odiano), il loro liberismo si riduce alla deregolamentazione totale a favore dei forti e alla distruzione dei corpi sociali intermedi (partiti, sindacati, associazionismo, istituzioni, etc.).
Liberticidi per fede: Sono “liberticidi” perché utilizzano la libertà del mercato per sopprimere la libertà dell’individuo. La loro idea di società non è una democrazia liberale, ma un ordine gerarchico dove il capitale è libero e l’essere umano è incatenato a precetti teocratici o norme patriarcali. Combattono il progresso sociale in nome di una “tradizione” inventata che serve solo a proteggere il privilegio di classe e il dominio coloniale.
Scismi e sospetti nel mondo protestante
Il sionismo dispensazionalista è visto con estremo sospetto dal protestantesimo storico (Luterani, Presbiteriani, Metodisti, Valdesi e Battisti europei e persino numerosi Battisti nord-Americani). Queste chiese considerano tali derive come forme di idolatria geopolitica e tentano di contrastarle, sebbene la frammentazione interna renda difficile arginare movimenti che godono di finanziamenti massicci provenienti dal Partito Repubblicano statunitense e dalle lobby delle armi.
Molte denominazioni protestanti portano avanti battaglie sociali di una radicalità che spesso supera di gran lunga la prudenza diplomatica della gerarchia cattolica romana. Basti pensare all’eredità dei Pastori per la Pace (Pastors for Peace), un’ associazione protestante per la protezione delle comunità più deboli e assolutamente anti-imperialista, costituita prevalentemente da teologi, donne e uomini neri. O pensiamo all’impegno di numerosi pastori Battisti del Nord e Metodisti che hanno fatto della giustizia sociale il cuore della loro testimonianza.
Non è un caso che il cuore pulsante del movimento per i diritti dei neri, dei migranti e delle minoranze etniche negli Stati Uniti sia stato forgiato nelle chiese protestanti. Dalla lotta contro la segregazione razziale alla difesa dei diritti dei lavoratori, queste comunità hanno dimostrato una capacità di mobilitazione dal basso fondata sull’etica del dissenso, ponendosi in antitesi dialettica con chi vorrebbe usare la fede come pretesto bellico.
Mentre le sette dispensazionaliste invocano la guerra perenne, movimenti protestanti radicali hanno sfidato per decenni i blocchi economici e le sanzioni imperialiste (come nel caso emblematico di Cuba e di tutto il Centro America), promuovendo aiuti umanitari e ponti di dialogo con i popoli oppressi.
Spesso queste pratiche risultano molto più radicali di quelle cattoliche proprio perché prive della struttura burocratica, piramidale e dogmatica che tende a frenare il mutamento sociale, proprio perché incontra anche una massiccia e costante partecipazione femminile di teologhe e presbiteri donne. Dove il cattolicesimo integralista cerca l’ordine e la sottomissione, il protestantesimo sociale cerca la giustizia e la rottura degli schemi oppressivi.
Sminuire il contributo di questi “cristiani per la giustizia” significherebbe ignorare che l’opposizione più forte a Gilead e ai suoi fautori nasce proprio da chi interpreta il Vangelo non come una clava geopolitica, ma come uno strumento di liberazione degli ultimi.
L’infiltrazione del sionismo tattico nelle istituzioni cattoliche: la denuncia delle “quinte colonne”
Non si può analizzare la morsa escatologica sull’Iran senza denunciare con estrema fermezza la pericolosa deriva del sionismo cattolico, un fenomeno che agisce come una sorta di cavallo di Troia all’interno delle istituzioni romane. In questo scenario, realtà storiche e apparentemente autorevoli come La Civiltà Cattolica, La Nuova Bussola o alcune derive de La Verità si sono spesso prestate a diventare megafoni di una narrazione tattica che, pur ammantata di prudenza diplomatica e spessore intellettuale, finisce per coincidere perfettamente con l’agenda egemonica dell’asse atlantista e israeliano.
Questi gruppi operano una vera e propria sostituzione della dottrina universale con un “realismo politico” di facciata che sacrifica la sovranità dei popoli — e segnatamente quella della civiltà iraniana — sull’altare di un presunto equilibrio di civiltà. Si tratta di un intellettualismo del dominio: attraverso editoriali e analisi di scenario, queste istituzioni contribuiscono a erodere dall’interno la possibilità di un autentico dialogo multipolare, preferendo invece sostenere l’isolamento di Teheran.
Invece di farsi portatrici di un messaggio profetico di pace e giustizia, queste “quinte colonne” si trasformano in ancelle di un progetto politico che necessita della satanizzazione dell’altro per sopravvivere. Esse non si limitano a osservare i conflitti, ma li preparano culturalmente, legittimando la visione di un Occidente (e di un Israele messianico) come unico hub morale e tecnologico legittimo, a scapito di chiunque, come l’Iran, rifiuti di sottomettersi alla logica della catastrofe imminente e del controllo globale.
Questa saldatura tra l’ala intellettuale del cattolicesimo romano e le mire del sionismo tattico rappresenta un tradimento della missione ecumenica, trasformando la fede in uno strumento di legittimazione per la guerra permanente e la sorveglianza digitale, chiudendo definitivamente la porta a ogni forma di autodeterminazione dei popoli.
Il controllo settario e il potere dei neocatecumenali: da Argüello alla Hernandez
Un ruolo di assoluto rilievo in questa rete di potere è occupato dal Cammino Neocatecumenale, fondato dallo spagnolo Kiko Argüello e da Carmen Hernandez (morta nel 2016). Questo movimento, pur essendo formalmente interno alla Chiesa Cattolica Romana, opera come una “chiesa nella chiesa”, guardata con estremo sospetto da ampi settori della gerarchia vaticana per le sue derive liturgiche e, soprattutto, per le pratiche di controllo psicologico. Tuttavia, la Chiesa Cattolica Romana non ha mai avuto la forza politica di espellere questo corpo estraneo a causa dell’immensa ricchezza che il movimento è in grado di mobilitare tramite le “decime” e le donazioni dei fedeli.
La Domus Galilaeae: l’Hub del sionismo tattico
L’emblema di questa strategia è la Domus Galilaeae, un’imponente struttura costruita sul Monte delle Beatitudini in Israele. Lungi dall’essere un semplice centro di spiritualità, la Domus è diventata un vero e proprio hub di potere strategico. Kiko Argüello ha palesato un sostegno fanatico al sionismo più reazionario, intrecciando relazioni privilegiate con i vertici politici e i rabbini d’Israele, presentandosi come il ponte tra una certa destra cattolica e il progetto coloniale israeliano. In questo contesto, il cristianesimo viene svuotato della sua carica universale per diventare un supporto identitario a politiche di esclusione e di guerra.
La teologia della sottomissione e la misoginia sistemica
La teologia di Argüello è intrisa di una misoginia sistemica che rasenta il patologico. Celebri e vergognosi sono i suoi scandali verbali, in cui è arrivato a colpevolizzare le donne per le violenze subite, suggerendo che il “peccato” della donna (o la sua mancanza di “umiltà”) possa scatenare l’aggressività dell’uomo. Infatti il Cammino Neocatecumenale emerge come un laboratorio di ingegneria sociale volto alla restaurazione di un ordine patriarcale pre-moderno.
La donna come strumento: l’ancillarità coatta
Nella visione teologica di Kiko Argüello, la donna subisce una sistematica riduzione funzionale. Non è più un soggetto autonomo di diritti e desideri, ma viene degradata a mera funzione ancillare e riproduttiva.
La sottomissione al marito non è presentata come una scelta relazionale, ma come una “volontà divina” immutabile. La donna che rivendica autonomia viene bollata come “ribelle a Dio”, costringendola in uno stato di minorità perenne.
L’organizzazione, inoltre, esalta le famiglie prolifiche che procreano anche andando oltre i 10 figli per coppia. L’ esaltazione della fecondità indiscriminata diventa uno strumento di controllo biopolitico: una donna costantemente impegnata nella cura di prole numerosa ha meno tempo, energie e risorse per esercitare il proprio spirito critico o partecipare alla vita pubblica, restando confinata nel perimetro domestico sotto la sorveglianza maritale e comunitaria.
Torture psicologiche e scrutini: il panopticon comunitario
Il meccanismo attraverso cui questa sottomissione viene introiettata è quello degli “scrutini”. Queste pratiche, che avvengono a porte chiuse davanti all’intera comunità, sono vere e proprie confessioni pubbliche forzate che violano il foro interiore e la privacy più elementare. Durante gli scrutini, l’individuo viene sottoposto a interrogatori pressanti da parte dei catechisti (spesso privi di qualsiasi preparazione psicologica o teologica ufficiale). La vita intima, persino la vita sessuale, i “peccati passati” e i dubbi attuali vengono messi a nudo e usati come leva per l’umiliazione. Molti ex membri descrivono queste sessioni come torture psicologiche. L’obiettivo non è la crescita spirituale, ma la distruzione metodica dell’autonomia individuale. Spezzando la volontà del singolo e inducendo un senso di colpa paralizzante, la struttura settaria crea un “ingranaggio obbediente”, pronto a eseguire gli ordini dei catechisti e a sostenere acriticamente l’agenda politica e finanziaria del movimento.
Il ritorno a Gilead
Questa struttura di controllo non è un caso isolato, ma riflette perfettamente il modello distopico di Gilead, descritto fedelmente dalla scrittrice Margaret Atwood. Dove l’autonomia femminile e la libertà di coscienza vengono sacrificate sull’altare di un potere assoluto mascherato da sacralità, lì si annida il pericolo per la democrazia. Smascherare queste pratiche, come abbiamo fatto oggi a Via dei Rieti, è il primo atto di liberazione da un passato che molti vorrebbero imporci come unico futuro possibile.
Una strategia di occupazione
Quello che Argüello definisce “evangelizzazione” è in realtà una strategia di occupazione degli spazi di potere. Attraverso la creazione di famiglie numerose e l’infiltrazione nelle istituzioni, il movimento mira a creare una classe dirigente fedele non al bene comune, ma alle direttive del “fondatore”. È una forma di integralismo che utilizza i simboli della fede per avallare un progetto politico liberticida e patriarcale, perfettamente allineato con la visione di Gilead e con gli interessi del complesso militare-industriale che punta alla guerra perenne.
Kiko Argüello ha palesato un sostegno fanatico al sionismo reazionario, intrecciando relazioni con i leader d’Israele e utilizzando la Domus Galilaeae come hub di potere strategico. La sua teologia è intrisa di una misoginia sistemica: celebri sono i suoi scandali verbali in cui colpevolizza le donne per le violenze subite o ne esalta la sottomissione assoluta e totale al marito. Questo movimento non è spiritualità, ma una strategia di occupazione degli spazi di potere.
Gilead e la distopia di Margaret Atwood: descrizione di un progetto politico
Per comprendere l’orizzonte verso cui questi gruppi spingono l’umanità, non basta analizzare i loro proclami politici; bisogna immergersi nell’universo di Margaret Atwood, in particolare nel suo capolavoro Il racconto dell’ancella (The Handmaid’s Tale). La Repubblica di Gilead non è solo un’invenzione letteraria, ma la rappresentazione plastica e coerente del mondo sognato dai fautori del sionismo dispensazionalista e del tatticismo cattolico più estremo. Gilead si configura come uno Stato teocratico, monolitico, retto da una casta di “Comandanti”: maschi, bianchi, ricchi e militarizzati. In questo scenario, la religione viene svuotata di ogni afflato spirituale per essere ridotta a codice penale e strumento di tortura.
La donna come proprietà dello stato: come accade nelle visioni più retrive del Cammino Neocatecumenale o delle sette dispensazionaliste, a Gilead le donne subiscono una deumanizzazione radicale. Sono ridotte a “uteri deambulanti”, oggetti di proprietà statale privi di nome proprio (identificate solo in relazione al padrone, come Difred o Diglen), private del diritto di leggere, scrivere o possedere denaro.
La guerra perenne come collante sociale: Gilead vive in uno stato di conflitto costante contro “nemici” esterni (i Battisti storici, i cattolici non allineati, le minoranze religiose). Questa guerra perenne non serve a vincere, ma a mantenere la popolazione in uno stato di terrore e sottomissione, proprio come la strategia del caos globale che mira a satanizzare l’Iran per giustificare l’industria bellica occidentale.

Dalla letteratura alla cinematografia: l’impatto visivo del controllo
La recente trasposizione cinematografica e televisiva dell’opera ha reso ancora più evidente il parallelismo con la realtà contemporanea. La regia ha saputo evidenziare la sorveglianza onnipervasiva (gli “Occhi”), che ricorda la sorveglianza costante subita da chi vive in contesti integralisti.
L’estetica della sottomissione: le uniformi codificate e i rituali collettivi di umiliazione mostrati sullo schermo non sono diversi dagli “scrutini” pubblici o dalle imposizioni estetiche e comportamentali che movimenti come quello di Argüello impongono alle loro aderenti.
Nella distopia della Atwood, ogni diversità (politica, sessuale o religiosa) viene eliminata fisicamente. È la traduzione narrativa del desiderio di questi gruppi di “ripulire” il mondo da ciò che definiscono “modernismo” o “decadenza occidentale”.
Il nesso tra Gilead e il sionismo tattico
Il legame tra il progetto di Gilead e i gruppi che oggi satanizzano l’Iran è evidente: entrambi necessitano di un ordine gerarchico assoluto dove la libertà individuale è sacrificata sull’altare di una “purezza” dogmatica inventata di sana pianta. Sostenere Israele in chiave messianica o attaccare l’Iran in nome dei “diritti delle donne” (mentre si sogna di istituire Gilead a casa propria) è il paradosso supremo di questi gruppi. Essi non combattono per la libertà, ma per essere gli unici autorizzati a gestire le catene. Leggere e guardare The Handmaid’s Tale oggi non è un passatempo, ma uno strumento di autodifesa intellettuale. Ci insegna che il totalitarismo non arriva mai come un fulmine a ciel sereno, ma si insinua attraverso l’erosione graduale dei diritti e la manipolazione del sacro, esattamente come denunciato oggi nel simposio di Via dei Rieti.

L’Iran come “Gog e Magog”: l’esecuzione del caos globale
Perché, nell’architettura mentale del sionismo dispensazionalista e dei circoli integralisti neocatecumenali, l’Iran riveste il ruolo di nemico assoluto? La risposta non risiede nelle analisi diplomatiche razionali, ma in una patologia escatologica che trasforma la geografia in un campo di battaglia apocalittico. Nell’escatologia deviata di questi fanatici — nutrita dalla lettura letteralista della Bibbia di Scofield — l’Iran viene identificato con le forze mitiche di Gog e Magog (spesso associate alla “terra del Nord” o a coalizioni orientali).
Per questi gruppi, Teheran non è uno Stato-nazione con i propri interessi legittimi, ma la personificazione del male biblico che “impedisce” il compimento delle profezie. In questa visione delirante, la distruzione dell’Iran è la condicio sine qua non per scatenare l’Armageddon e affrettare il ritorno del Messia.
Il ruolo del Katechon: paradossalmente, l’Iran agisce come un Katechon (la forza che trattiene l’anarchia e la fine dei tempi). Essendo l’unico attore regionale con la statura culturale, storica e militare per opporsi al progetto di caos globale, la sua esistenza stessa è un insulto al progetto egemonico dell’asse Stati Uniti-Israele. La nostra posizione, ribadita con forza durante il simposio di Via dei Rieti, non è una difesa acritica o idilliaca della Repubblica Islamica. Riconosciamo le contraddizioni interne di un paese antico e complesso; tuttavia, operiamo una resistenza ideologica contro la sua satanizzazione sistematica.
L’Iran è l’erede di una tradizione millenaria che rivendica il diritto di autodeterminarsi al di fuori dei canoni imposti dal liberismo predatore occidentale.
Presentare l’Iran come un’entità demoniaca serve esclusivamente a giustificare la guerra permanente. Senza un “Grande Nemico”, l’industria bellica e la tecnologia della sorveglianza perderebbero la loro legittimazione morale e i loro immensi finanziamenti.
L’hub della sorveglianza e la logica della catastrofe
Come evidenziato nel mio intervento, l’asse Stati Uniti-Israele, incapace di competere nell’orizzonte manifatturiero civile, ha necessità di imporsi come hub mondiale della tecnologia militare.
La guerra non è l’ultima ratio, ma il mercato principale. Satanizzare l’Iran permette di testare ed esportare sistemi di controllo capillare e armamenti di nuova generazione.
Effetto domino: è fondamentale comprendere che non si fermeranno a Teheran. L’Iran è solo il tassello di un mosaico più ampio. Una volta abbattuto questo ostacolo, i prossimi bersagli saranno la Russia, la Cina e chiunque rifiuti di piegarsi alla logica della catastrofe come unico orizzonte possibile per l’umanità.
La lotta per la verità sull’Iran è la lotta per la sopravvivenza della ragione contro la follia teocratica. Smascherare il mito di Gog e Magog significa togliere la maschera sacra a un progetto di dominio puramente materiale, violento e liberticida.
La misoginia strutturale e il controllo sociale
Il tratto comune di questi integralismi — che io, la sottoscritta Maddalena Celano, ho osservato in contesti di sorveglianza soffocante — è quindi una misoginia strutturale e l’ emarginazione e umiliazione della donna. Mentre strumentalizzano il femminismo liberale in funzione anti-iraniana, questi operano in Occidente per erodere progressivamente qualsiasi autonomia delle donne, esercitando varie forme di violenza subdola e “covert”. La critica all’Iran è mossa solo dalla volontà di rivendicare l’esclusiva sul controllo del corpo femminile. Smascherare queste pseudo-tradizioni è un atto di onestà intellettuale necessario per tutelare il diritto dei popoli alla sovranità.

Da sinistra, la sottoscritta Maddalena Celano, Moreno Pasquinelli e Hanieh Tarkian.

